· Città del Vaticano ·

Nel mondo delle carceri

Dalla prigione all’altare

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13 febbraio 2021

Nella Casa di reclusione di Castelfranco Emilia, con il supporto 
del cardinale Zuppi, è nato un ostificio


Chissà se gli ospiti di Castelfranco Emilia hanno nel cuore lo stesso desiderio che nutriva Gabriela Caballero poco più di sette anni fa quando, da detenuta nell’unità 47 del Penitenziario San Martín, vicino a Buenos Aires, pensò di inviare al Papa un pacco contenente ostie che lei stessa preparava nel laboratorio del carcere. Di lì a pochi giorni Francesco celebrò la messa con alcune di quelle ostie e scrisse di suo pugno una breve lettera di ringraziamento che Gabriela lesse con grande commozione, commentando così la missiva: «Sono felice di sapere che da un carcere si può arrivare in Vaticano». Nella casa di reclusione situata a pochi chilometri da Modena, sono in tanti a sperare che avvenga lo stesso anche se ringraziamenti e attestati di stima continuano ad arrivare da tante parrocchie. Qui, infatti, grazie all’iniziativa della direttrice, Maria Martone, e al supporto dell’arcivescovo di Bologna, cardinale Matteo Maria Zuppi, è nato un ostificio all’interno del quale lavorano detenuti ed internati. «L’iniziativa nasce grazie ad un gruppo di volontari — spiega il porporato — e l’obiettivo è quello di offrire opportunità di lavoro a persone che hanno già scontato la loro pena ma che, per diversi motivi, continuano a vivere in istituto». Castelfranco, infatti, è una casa di reclusione a custodia attenuata e casa di lavoro che ospita soggetti sottoposti a misura di sicurezza, spesso privi di riferimenti sul territorio, destinati a permanere per lunghi periodi all’interno della struttura. «Sono persone con molte fragilità, incapaci di relazionarsi. Occuparli è fondamentale, per questo cercheremo di potenziare le attività», continua il cardinale Zuppi sottolineando che «il carcere è per la riabilitazione, deve guardare e preparare al futuro, cercare sempre l’integrazione e il lavoro è, ovviamente, una delle condizioni fondamentali. Il pregio di proposte come queste sta nel fatto che si offre un’opportunità a chi non ne ha, e ricorda che dalle case di reclusione può nascere qualcosa di buono. In più, nello specifico, ha anche una valenza spirituale. Parlano di carcere, senza però parlare di carcere». Gli istituti di pena oggi sono concentrati sul ruolo della trasformazione degli individui. Allo stesso tempo sono la ragione principale dell’esclusione sociale. Il sistema di detenzione spesso supera la tolleranza dei diritti umani, cosa che rappresenta un enorme problema politico e sociale.

Qual è l’alternativa alla cultura della pena? «Parlerei più di alternativa alla cultura della vendetta», precisa l’arcivescovo di Bologna. «Detenzione non vuol dire chiudiamoli dentro e buttiamo la chiave. Darebbe un senso di sicurezza sbagliato, perché il più delle volte, quando si esce senza aver preventivamente costruito una strada diversa, si rientra peggio di prima. Noi dobbiamo pensare esattamente il contrario. È statisticamente provato che i detenuti che lavorano in istituto, una volta fuori non commettono gli errori del passato. Al contrario, chi non ha fatto nulla, molto facilmente torna a delinquere perché non ha motivazioni e capacità di affrontare ciò che c’è al di là del muro. Quello che sta avvenendo qui a Castelfranco è un gesto di grande speranza. E insisto sul senso spirituale: alcuni fratelli più piccoli permettono di consacrare il corpo di Gesù. Sono due aspetti che dobbiamo amare, eucaristia e ragazzi». Una giustizia veramente a misura d’uomo comporta lo sviluppo della personalità del detenuto pur nella necessità di una giusta pena. E il compito dei volontari in questo percorso è determinante. «Senza di loro questa opportunità non ci sarebbe stata», continua il porporato. «Rappresentano il collegamento fra il mondo dentro e il mondo fuori. In questo caso costituiscono lo snodo attraverso il quale si crea occupazione. Nell’enciclica Fratelli tutti, Papa Francesco ci dice che l’elemosina è importante per tamponare l’emergenza, ma poi devo darmi da fare per rimuovere la causa che l’ha generata».

Sulla stessa linea di pensiero dell’arcivescovo di Bologna, la direttrice dell’istituto, Maria Martone: «Si tratta di un progetto molto particolare perché coniuga l’aspetto della religiosità, che è molto sentito tra i detenuti, con quello del lavoro. Entrambi rappresentano per l’ordinamento penitenziario elementi importanti nel percorso rieducativo». Nel descrivere il carcere di Castelfranco, la direttrice rivela che la maggior parte degli internati è priva di riferimenti familiari, alloggiativi, sociali. «Molti di loro hanno anche problematiche psichiche e queste sono tutte condizioni che nel loro insieme rendono difficile avviare un percorso di reinserimento esterno. Ci sono ospiti che vivono qui da venti anni. Questa attività è proprio per loro, perché non richiede competenze specifiche». Martone è convinta che «non è possibile pensare ad un percorso educativo efficace se non si investe in formazione professionale e in lavoro. Questi sono soggetti che sicuramente hanno sbagliato e sono stati condannati. Ma va riconosciuta loro la possibilità di riscatto, una prospettiva di cambiamento. Il carcere nell’immaginario collettivo è sempre visto come un luogo di punizione e di chiusura. Iniziative di questo tipo consentono di offrire un quadro diverso perché l’istituto di pena può essere anche luogo di produzione, di formazione professionale, uno spazio in cui si possono generare competenze professionali, ci si può aprire al mercato esterno e all’imprenditoria. A chi mi chiede se si può investire nelle potenzialità di un carcere, rispondo che non solo è possibile, ma è anche agevole se la proposta viene accompagnata da motivazioni forti. Il reinserimento e il riscatto sono sicuramente tra queste».

di Davide Dionisi