· Città del Vaticano ·

Atlante - Cronache di un mondo globalizzato
La tragedia provocata dal cedimento di un ghiacciaio dell’Himalaya
Oltre trenta morti e 170 dispersi

Chi paga il prezzo
del cambiamento climatico

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12 febbraio 2021

Una impressionante inondazione di acqua mista a fango e pietre si è abbattuta domenica 7 febbraio sulle vallate dei fiumi Alaknanda e Dhauliganga, situate nel distretto di Chamoli nello Stato dell’Uttarakhand, a nord dell’India. Al momento, nonostante non sia stato possibile stabilire con esattezza la dinamica dei fatti, l’ipotesi più probabile formulata dagli esperti grazie alle registrazioni delle immagini satellitari, sarebbe il cedimento — dovuto a uno smottamento roccioso — del segmento di un ghiacciaio sul massiccio del Nanda Devi, nella catena montuosa dell’Himalaya. Arrivato a valle, l’enorme blocco di ghiaccio, esteso quasi 700 chilometri quadrati, avrebbe causato l’esondazione dei due fiumi travolgendo qualsiasi ostacolo trovatosi innanzi — dighe, ponti e abitazioni vicine alle sponde dei corsi d’acqua — e provocando almeno 36 morti e circa 170 dispersi.

È l’ennesima dimostrazione di un fatto ormai evidente: a pagare il prezzo del cambiamento climatico globale sono i più poveri, le popolazioni più indifese, quelli che non hanno voce.

Più di duemila persone sono impiegate al momento nelle operazioni di soccorso. È stato coinvolto personale dell’esercito indiano, una squadra della marina, cinque elicotteri e uomini della polizia di frontiera, oltre alle forze nazionali e statali per i disastri naturali. «L’India è con l’Uttarakhand», il doloroso commento su twitter con cui il primo ministro Narendra Modi ha assicurato il continuo monitoraggio della situazione nello Stato indiano. Ancora una dozzina di villaggi risultano completamente isolati.

Mercoledì 10 gennaio Papa Francesco, al termine dell’udienza generale, ha voluto esprimere il suo dolore e la sua vicinanza «alle vittime della calamità accaduta in India, dove parte di un ghiacciaio si è staccata provocando una violenta inondazione, che ha travolto i cantieri di due centrali elettriche». Si tratta delle centrali idroelettriche di Tapovan e Rishigang, entrambe in fase di costruzione, e delle dighe annesse. Nel cantiere della centrale di Tapovan, di proprietà statale, secondo fonti locali, vi stavano lavorando circa 120 operai. Trentadue quelli invece all’opera nella centrale di Rishiganga al momento dell’arrivo della terribile ondata.

Proprio nei pressi della centrale di Tapovan i soccorritori stanno compiendo una vera sfida contro il tempo per individuare e portare in salvo circa 30-35 lavoratori rimasti intrappolati all’interno di un tunnel in costruzione lungo circa 2,5 chilometri. Sono stati rimossi al momento un centinaio di metri di detriti e altrettanti rimangono da rimuovere per arrivare al punto in cui il tunnel si dirama. Le condizioni al suo interno sono state definite orribili dagli uomini delle squadre di soccorso, che però non hanno perso la speranza di salvare quelle persone ipoteticamente intrappolate nei punti del tunnel dove possono essersi create delle sacche d’aria. Domenica scorsa, poche ore dopo la paurosa calamità, dieci persone erano state tratte in salvo in un altro tunnel.

Nel sostegno alle popolazioni colpite dal disastro, si sono attivate anche la Caritas India e le suore della congregazione dell’Adorazione del Santissimo Sacramento, presenti con una propria scuola a circa 15 chilometri dai villaggi più colpiti, dove vivono degli alunni, alcuni dei quali risultati dispersi. Le religiose hanno consegnato generi di prima necessità e offerto conforto. «Il mio cuore piange per le vittime e le loro famiglie. Molti lavoratori mancano ancora; prego che vengano trovati presto e ricevano assistenza medica», ha dichiarato il cardinale Oswald Gracias, presidente della Conferenza episcopale indiana, in un comunicato stampa.

Secondo gli esperti negli ultimi due decenni la regione himalayana, considerata il “terzo polo” del pianeta, è stata quella maggiormente colpita dagli effetti del cambiamento climatico, legato al riscaldamento globale. Nel 2019 uno studio analizzò per 650 ghiacciai dell’Himalaya i dati satellitari raccolti a partire dalla metà degli Anni ’70 fino al 2016 relativi ai cambiamenti dello spessore del ghiaccio. Dividendo l’analisi in due segmenti temporali, 1975-2000 e 2001-2016, Joshua Maurer, ricercatore dell’osservatorio Lamont Doherty Earth dell’università della Columbia e coordinatore dello studio pubblicato su «Science Advances», ha dimostrato come nel secondo periodo si siano sciolte in media ogni anno 8 miliardi di tonnellate di ghiaccio, rispetto alle 4 tonnellate per singolo anno del primo periodo. Tra i due periodi è stata altresì registrata una differenza della temperatura media di un grado centigrado.

Inoltre, dai dati dell’agenzia indiana di meteorologia e sismologia, nell’Uttarakhand il gennaio del 2021 è stato il più caldo degli ultimi sessant’anni. Questo potrebbe essere, a detta degli esperti, tra le cause di una possibile anticipazione della stagione delle valanghe generalmente prevista tra marzo e aprile. Tale fenomeno, riscontrabile nell’intera regione himalayana, rischierebbe di mettere in seria discussione la conservazione ambientale e gli equilibri ecologici. E comporterebbe, altresì, un incremento di disastri come valanghe, frane ed esondazioni dei laghi di origine glaciale, legati allo scioglimento dei ghiacciai. Questi infatti spesso costituiscono un prezioso collante tra i vari rilievi rocciosi.

Tutto ciò si riflette chiaramente in primis sulle popolazioni residenti sull’Himalaya, circa 50 milioni di persone, e successivamente su almeno altri 450 milioni di esseri umani che dipendono dalle risorse che tali montagne possono offrire.

di Fabrizio Peloni