· Città del Vaticano ·

Appunti di viaggio

A Najaf un cimitero
per i morti
che nessuno voleva

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12 febbraio 2021

Non ci sono cartelli per segnalare “La nuova valle della pace”, ma non è difficile trovarla: basta chiedere alla gente di Najaf, la città santa degli sciiti iracheni. È un terreno ad una trentina di chilometri dal mausoleo dell’Imam Ali, dove lo scorso anno fu predisposto, in tutta fretta, un cimitero per accogliere i morti che nessuno voleva: le vittime del covid-19.

Nei primi mesi della pandemia, quando del virus si sapeva poco o nulla, tra la popolazione si era sparso il timore — dovuto in parte a una profonda sfiducia nel sistema sanitario nazionale e in parte a superstizioni e credenze locali — che i contagiati dal virus, una volta deceduti, potessero infettare e rendere pericolosa la terra e i luoghi in cui erano sepolti. I cimiteri chiusero loro le porte.

«Ho cominciato a vedere scene terribili in televisione. C’erano cadaveri lasciati fuori dalle camere mortuarie degli ospedali, senza che nessuno se ne prendesse cura. Parenti disperati che non sapevano dove seppellire i loro cari», ha raccontato all’Associated Press Tahir Al Khaqani, residente a Najaf e capo di una milizia di sciiti iracheni, la “Divisione di combattimento al Ali”. Il gruppo di Tahir per anni ha lottato contro il sedicente stato Islamico (Is), e fa capo al grande ayatollah Ali Al Sistani, guida spirituale degli sciiti iracheni e di gran parte della popolazione sciita del Golfo Persico (con il leader religioso, Papa Francesco si incontrerà il prossimo 6 marzo, durante la visita apostolica in Iraq, ndr).

Proprio a Sistani, oltre che alle autorità locali di Najaf, Tahir si rivolse per proporre la sua soluzione al dramma dei morti respinti dai cimiteri nazionali: la sua idea era quella di creare un luogo speciale dove le vittime del covid potessero finalmente essere seppellite. In pochi giorni ricevette la notizia che era stato messo a disposizione un terreno di 600 ettari, situato tra il deserto e le distese di milioni di tombe del cimitero storico della città, conosciuto come Wadi al Salam, la valle della pace. I volontari della brigata crearono così “la Nuova Valle della Pace”.

Da allora una squadra di sanitari si è occupata di accogliere i morti per spogliarli e lavarli, come prevede il rito musulmano, e poi rivestirli di una tunica bianca prima di seppellirli. Altri ex combattenti anti-Is si sono incaricati di scavare le fosse e di accompagnare i parenti a pregare sulle tombe dove riposano i loro cari. Fila dopo fila, i sepolcri sono arrivati ad essere migliaia, anche se il ritmo ormai si è fermato. La pandemia ha allentato la sua presa sull’Iraq e anche certe fobie superstiziose sembrano scomparse.

Sebbene il nuovo cimitero sia gestito dagli sciiti iracheni, l’ayatollah Sistani ha voluto che fosse aperto anche ai sunniti e a tutte le altre minoranze religiose e che la sepoltura fosse gratuita per tutti. Tra le tombe, ve ne sono anche alcune di cristiani, tra cui quella del papà di Arik Sahak Dirthal, un armeno. «Lo scorso primo luglio andai subito a Baghdad, perché sapevo che mio padre voleva essere seppellito lì. Qualcuno mi disse che non era possibile e di recarmi al cimitero per i morti di coronavirus a Najaf», ha raccontato Dirthal al New York Times. «Mentre guidavo da solo, disperato, con il corpo di mio padre sistemato nel retro della macchina, cercavo di pregare».

Dirthal alla fine arrivò all’ingresso della “Nuova valle della pace”, dove gli dissero che suo padre poteva essere seppellito ovunque volesse. «I volontari lo trattarono con rispetto e pietà. Mi inviarono un video della sepoltura, perché avevo potuto assistere solo da lontano: un medico dello staff, vestito con una tuta protettiva, aveva anche tentato un segno della croce sopra il corpo di mio padre».

di Elisa Pinna