· Città del Vaticano ·

Accorciare le distanze

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11 febbraio 2021

Davanti a ogni persona, uomo o donna, malato guaribile o inguaribile, non è possibile essere ipocriti. Questa è la chiave di lettura del messaggio di Papa Francesco per la Giornata mondiale del malato. Un testo ispirato al brano evangelico di Matteo in cui Gesù critica l’ipocrisia di coloro che, nei rapporti umani, dicono ma non fanno (cfr. Mt 23, 1-12).

L’ipocrisia nelle relazioni mina la sincerità e la trasparenza dei legami tra malato e ogni suo interlocutore sia esso parente, medico, assistente sanitario o volontario. L’ipocrisia ha il peccato insito nella gestualità prima ancora che nella parola: istituisce un rapporto che mai sarà alla pari; non consentirà di coinvolgersi nella storia e nelle necessità dell’altro; indurrà a prenderà la distanza da una diversità che potrebbe generare una eccessiva compartecipazione.

Viene da riflettere sul tema della “distanza”. L’antropologo Edward T. Hall lo introdusse nel 1963 con il termine “prossemica”, derivato dall’inglese prox(imity) “prossimità”. Quando il rapporto è basato sul “dire” senza un “fare” concreto, potrebbe configurarsi con una prossemica sociale o pubblica tipica delle relazioni in cui vi è certamente un dire senza bisogno di spiegazioni, di coinvolgimento, di afflato, di contatto. Ciò non è plausibile nel rapporto di cura e assistenza in cui i bisognosi e coloro che assistono sono chiamati ad accorciare la distanza e a essere autentici.

La malattia è una dimensione connaturale della vita, insegna a decifrare i reali bisogni della persona sofferente e il senso di inutilità e impotenza di coloro che assistono; rende sì vulnerabile l’uomo, ma lo conduce verso domande di senso che danno sostanza e significato nel presente della malattia, nell’eventuale tempo della morte o nel futuro della vita che continua. Esige verità, non ipocrisia.

Come ricorda Papa Francesco nel suo messaggio, «si tratta dunque di stabilire un patto fondato sulla fiducia e il rispetto reciproci, sulla sincerità, sulla disponibilità, così da superare ogni barriera difensiva», ogni prossemica ipocrita e ingiustificata, «mettendo al centro la dignità del malato, in cui c’è la carne viva di Cristo, la tutela della professionalità degli operatori sanitari e il buon rapporto con le famiglie dei pazienti».

In questo momento storico contrassegnato dalla pandemia, in cui la malattia ha paradossalmente azzerato la distanza nelle relazioni, le singole persone hanno lottato contro la sofferenza individuale attraverso la medicina e contro la sofferenza collettiva cercando di ridurla mettendosi a fianco dell’altro, aumentando così quella solidarietà basata sull’affidamento reciproco.

Opporsi alla malattia è verosimilmente divenuto un diritto dal tenore di norma costituzionale per il valore che incorpora, il cui contenuto potrebbe essere così espresso: «Ciascuno ha diritto di opporsi alla malattia perché come ogni male che tormenta l’uomo essa è contraria al valore inviolabile della vita». Un principio valido sia per gli ammalati che lottano per custodire la vita e sia per coloro che soccorrono la sofferenza e si battono per salvare più vite possibili. È un diritto che non si corre il rischio di violare, almeno fino a quando questo tempo ovattato continuerà a essere un terreno impraticabile in cui le relazioni non possono essere ipocrite neppure a volerlo. Ma è un diritto che potrà incontrare nuovamente il limite delle relazioni flebili, delle vocazioni che vacillano, di una prossemica sociale o pubblica, di quel dire senza un fare concreto, quando questa stagione di inciampi sarà finita e inizierà una nuova semina.

Come l’acqua delle piscine scavate nella Grotta di Lourdes, talmente gelida che asciuga la pelle, opporsi alla malattia dovrà diventare la terapia che alimenta le relazioni future contro ogni fragilità umana attribuendo al servizio reso verso coloro che soffrono, fiducia e autenticità. Da qui l’invito pressante e necessario a investire risorse nella cura e nell’assistenza delle persone malate che deve diventare una priorità legata al principio che la salute e la vita sono un bene comune primario e devono essere difesi, a fornire le motivazioni che mancano perché ogni gesto autentico che verrà donato non risanerà soltanto, ma tornerà all’uomo come ricompensa.

di Rossana Ruggiero