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Giornata contro il bullismo e il cyberbullismo
Il bullismo è veramente un fenomeno dell’infanzia e dell’adolescenza? Conversazione con Alberto Pellai

Un problema da grandi

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09 febbraio 2021

Siamo sicuri che il bullismo sia un fenomeno adolescenziale? Che per comprenderne i motivi bisogna conoscere meglio i nostri figli? Soprattutto amarli? Oppure servirebbe, anche, guardarsi allo specchio, vedere in quale adulto si è trasformato l'adolescente di ieri. Se, per caso, il ragazzino di allora sia ora un inconsapevole discepolo del potere diventato fine e sistema, dell'idolatria del successo, del culto della popolarità. Sono gli interrogativi che percorrono questa conversazione, tenuta in occasione della Giornata internazionale contro il bullismo, con Alberto Pellai, medico psicoterapeuta, ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Bio-Mediche dell'Università Cattolica degli Studi di Milano, dove è docente di Educazione sanitaria e prevenzione. Dietro ogni atto di violenza sull'altro c’è sempre, osserva Pellai, un vuoto, soprattutto nel mondo dei giovani e dei giovanissimi. Un vuoto di potere che scaturisce dalla mancanza di autorevolezza. O, se si vuole, dalla mancanza di un’autorevole testimonianza.

Chi oggi è genitore di un adolescente ha vissuto in un mondo, in una cultura, in cui determinate dinamiche di confronto erano considerate come una sorta di rito necessario, di prove di coraggio per essere accettati dal gruppo, il che è poi quello a cui ogni adolescente (e non solo), disperatamente, anela. Era l’epoca, a titolo d'esempio, in cui per anni è passato sotto silenzio l'odioso fenomeno del “nonnismo” in caserma, parente stretto del bullismo. Spesso fra gli stessi genitori del “bullo” si ricorre a queste giustificazioni. Qual è la chiave per smascherare questa ambiguità di fondo?

La chiave sta nel fatto che il bullismo è una violenza agìta e perpetrata in vari modo con lo scopo specifico non di far superare una prova di coraggio o di costruire le condizioni dell'inclusione ma di denigrare, umiliare, far soffrire una persona. Quindi se il “nonnismo” serviva a far star male qualcuno, era chiaramente un fenomeno che non poteva essere accettabile; adeguarsi alle norme che erano così disfunzionali era comunque un errore e un problema anche nel passato. Oggi se non altro vediamo con chiarezza che dobbiamo davvero lavorare tantissimo con i nostri figli perché sviluppino competenze pro-sociali, avviino delle relazioni in cui mettano in gioco l'empatia. Devo dire anche che c’è una complessità enorme nel loro contesto di vita. A scuola ci sono classi sovraffollatissime, il che diventa anche un'indicazione del fatto che alcuni aspetti fondamentali che regolano i buoni processi educativi sono saltati. Per essere dentro a un sistema educativamente competente il rapporto tra il numero di adulti e numero di minori all’interno di un “gruppo classe” è una variabile importante, che va calcolata. Sono probabilmente anche venute meno delle condizioni nel contesto di vita di chi sta crescendo che rendevano più presente, più autorevole e automaticamente più competente l’a-dulto.

Come si diceva, alcuni fenomeni sono sempre esistiti. Eppure, solo nell’epoca del “digitale”, la questione è uscita alla luce in maniera clamorosa. In quale misura il problema bullismo si identifica con il problema “cyberbullismo”?

In realtà sono cose molto diverse, perché il bullismo nella vita reale spesso prevede che ci siano dei ruoli cristallizzati in cui c’è un prepotente che fa un “colpo di stato”, cioè si prende in mano un potere che non gli spetta, lo fa in modo aggressivo, violento, disfunzionale, e colpisce poi sempre delle vittime designate che hanno delle caratteristiche che gli permettono di mantenere il suo ruolo di potere. Nel cyberbullismo invece molte volte ci sono dei ragazzini, ragazzine, dei giovanissimi molto, molto maldestri che a volte in 5 secondi fanno dei clic molto istintivi, istantanei, senza avere nessuna comprensione di quello che stanno facendo. Succede spesso che quello che noi chiamiamo cyberbullismo in realtà è l'azione quasi involontaria di qualcuno che ha usato in modo molto superficiale le tecnologie, che hanno una potenza pazzesca. Quello che fai in 3 secondi può costare, 3-6 mesi di lavoro riparativo perché c'è uno squilibrio enorme tra quello che tu intendi fare e poi l'impatto e il prodotto che deriva da quello che hai fatto. Sappiamo benissimo anche noi genitori che nei nostri gruppi whatsapp a volte scriviamo una frase così, d'impulso, e generiamo un conflitto nel mondo delle famiglie, della classe dei nostri figli, tale che poi ci vogliono centinaia di messaggi di giorni e giorni per riparare.

Quand’è che in un genitore dovrebbe decisamente scattare l'allarme e spingerlo ad agire?

In generale i genitori si accorgono per esempio che il proprio figlio la mattina fa molta fatica ad andare a scuola, oppure torna da scuola e non sta bene o va a scuola e ci dà l'impressione che stia andando in trincea, in un luogo dove non si sente protetto e sicuro, mentre la scuola dovrebbe essere proprio quel luogo. Oppure improvvisamente un figlio ci dice che non vuole più andare a fare sport. Naturalmente ci sono tantissimi motivi per cui questa cosa può accadere ma una è proprio rappresentata dal fatto che quei luoghi che noi scegliamo come agenzie educative, dove dovrebbero essere in atto i più importanti fattori di protezione per la crescita dei nostri figli, diventano invece luoghi abitati da un caos relazionale, da una scarsa attenzione educativa, da qualcosa che effettivamente non funziona e che quindi fa star male, rende un soggetto vittima di fronte a qualcun altro.

In quali condizioni oggettive?

Solitamente il bullo agisce in un sistema in cui il potere di servizio e l'autorevolezza competente dell'adulto è vacante, assente, limitata... Il bullismo l'abbiamo più frequentemente in luoghi come il bagno della scuola, lo spogliatoio della palestra, il pullmino dello scuolabus, dove non c'è l'adulto... Questo ci dà la percezione di come l'adulto si pone all'interno di un luogo, di un contesto all'interno del quale ci sono i ragazzi, dell'autorevolezza, della competenza che l'adulto mette in gioco nel momento in cui sta in territori che sono abitati dai ragazzi, il fatto che si faccia riconoscere come una figura di riferimento, che abbia un peso specifico all'interno del gruppo, un adulto con la “A” maiuscola. In effetti servono adulti con la “A” maiuscola per fare prevenzione, per avere luoghi che siano liberi dal bullismo, che lo sono perché quegli adulti danno la garanzia di aver generato un sistema di regole competenti, un luogo dove non c'è l'autorità ma un ordine “intelligente”: i ragazzi ne usufruiscono, entrano in quei luoghi con la serenità e la tranquillità di non dover stabilire chi è il capo e chi è sottomesso perché tutto il codice che trovano in azione è un codice già valido. Quanto più l'autorevolezza dell'adulto è fragile, vacante, assente, tanto più il bullo vede un vuoto di potere all'interno del quale “si sistema”. Non per niente il bullismo è proprio una lotta per il potere, spesso messa in gioco da soggetti che non riescono ad avere potere nelle aree funzionali e a quel punto se lo vanno a prendere nelle aree disfunzionali.

Negli ultimi giorni abbiamo letto di fatti di cronaca tragici legati in qualche modo al bullismo o al cyberbullismo. Posto che ogni vicenda è unica, ha un proprio inizio, un proprio percorso ed epilogo, quali elementi di riflessione ne ha tratto?

Tutti più o meno ci stanno dicendo che in questo tempo che ha desertificato il territorio di crescita dei piccolissimi, dei giovani, fuori c'è poco o niente. Questi ragazzi se escono di casa davvero rischiano di essere agganciati dalla microcriminalità, dalla droga... perché le agenzie educative hanno chiuso un po' tutte. Se vuoi fare sport non puoi, la scuola è stata a distanza, manca proprio lo sguardo educativo dell'adulto, che è uno sguardo che serve a tutti ma in particolare a chi su di sé non ha uno sguardo educativo adeguato da parte della famiglia. Allora la comunità diventa un disagio. È quello che stiamo vedendo: i ragazzi si sono dati delle organizzazioni caotiche, anarchiche, all'interno di sistemi dove gli adulti sono vacanti. E quindi fanno danni.

Ma come fa un adulto ad essere presente nel cyberspazio?

Questa è una fatica enorme, non ce la fa. Ce lo dicono le cronache tutti i giorni. Il cyberspazio è davvero uno spazio in cui la presenza dell'adulto è vacante, i ragazzi si fanno molto male senza quasi rendersene conto, dove abbiamo un problema enorme, perché da sempre la crescita dei ragazzi avviene all'interno di contesti in cui gli adulti si assumono un ruolo che è anche di supervisione, di monitoraggio. Dentro al cyberspazio l'adulto non c'è, anzi, ci sono gli adulti con lo stile di Lucignolo, che fanno il lavoro opposto a quello che farebbe Geppetto, che dice a Pinocchio “vai a scuola”; arrivano milioni di Lucignolo che magnificano il paese dei balocchi e chiaramente Lucignolo là dentro vince perché è un adulto che è ha molte competenze in termini di incitamento, agganciamento. C'è tantissimo marketing strategico dentro le vite online. Quindi, catturare l'attenzione dei giovanissimi è molto, molto facile e allo stesso tempo i ragazzi lì dentro si perdono, si fanno male, non possono essere altro.

Nel suo libro «Tutto troppo presto» lei parla di cinque punti utili per un corretta educazione digitale...

Dobbiamo prenderci come adulti la responsabilità educativa di saper dire ai nostri figli i “no” che aiutano a crescere. Molti dei nostri figli si sono persi nell'online, e si sono fatti anche molto male, semplicemente perché di fronte alla loro richiesta: “Dammi una vita online perché tutti ce l'hanno” noi non ci siamo domandati “Ma tu sei allenato, sei pronto, hai delle competenze?”, “Io ho lavorato con te per abilitarti a quella vita?”, abbiamo detto: “Se vuoi quella vita te la dò perché altrimenti soffri, perché gli altri ce l'hanno e tu no”... Ecco, tra le posizioni educative, questa è la peggiore. L'educatore dovrebbe in realtà dire: “Quello che ti concedo, o quello che negoziamo nei nostri tiri alla fune, viene proprio valutato dalla lente d'ingrandimento dell'adulto che si domanda e ti domanda: Ma tu chi sei lì dentro, cosa fai lì dentro? Sei capace, lì dentro? Sei in grado di prenderti il meglio e di non perderti nel peggio?”. In quei 5 punti ho detto agli adulti che è fondamentale stabilire un'età limite. Lo deve sapere un adulto qual è l'età giusta in cui un figlio può avere uno smartphone. Per l'auto lo sappiamo bene, per la motocicletta lo sappiamo chiaramente... C'è stata un'accelerazione pazzesca, per cui genitori che 10 anni fa si domandavano se per un figlio di 16 anni fosse un bene che avesse in mano un cellulare, gli stessi genitori oggi a un figlio di 9 anni il telefonino glielo regalano per la Prima comunione... Cosa è successo nel frattempo? I cellulari sono diventati più adatti ai bambini di 9 anni? I bambini di 9 anni sono diventati più adatti ai cellulari? No, semplicemente il mercato si è espanso, è diventato molto più aggressivo e ci siamo finiti tutti dentro.

La famiglia è sicuramente fondamentale. È tuttavia innegabile che non basti una mera funzione “istruttiva” riguardante il corretto utilizzo della tecnologia. Sul piano affettivo, emotivo, qual è l'elemento più importante? Davvero, come si sente dire, basta far sentire i figli prima di tutto “amati”?

Amare è un conto, avere cura è un altro, essere responsabili è un altro ancora. Questo è proprio un tema di responsabilità educativa. Essere responsabile dal punto di vista educativo vuol dire che io faccio delle scelte che a volte mi rendono impopolare con mio figlio, ma le devo fare io proprio perché lui non è in grado di farle da solo. La logica più faticosa per i genitori di oggi è dire che alcune cose che ai figli non piacciono sono necessarie. E siccome quando dicono queste cose i figli diventano “matti” e dicono ai genitori cose terribili, i genitori hanno la percezione di non essere più amabili. E quindi diventano “migliori amici”, concedono a un figlio le stesse cose che gli concederebbe appunto il suo migliore amico, che però dovrebbe avere 12 anni e non 40... E qui perdiamo l'adultità... il genitore non si sente tranquillo nel dire dei “no”, che invece non servono a inibire la crescita ma a sostenerla.

Uscendo dall'ambito famigliare, le problematiche relazionali della vittima del bullismo sono elemento connesso se non spesso determinante: sotto questo aspetto, in quale misura il bullismo è un fenomeno dalle radici soggettive e in quale misura ha invece delle radici sociali?

Il bullismo si sviluppa in sistemi fortemente agonistici e competitivi. Quanto più noi perdiamo la dimensione della solidarietà, del gioco di squadra, della cooperazione, tanto più facilitiamo la cultura dell'affermazione a tutti i costi. Inoltre il bullismo si muove in modo forte in una società che mette la potenza davanti alla competenza. Se la forza muscolare ha più valore della forza emotiva, se essere fisicamente potenti è più importante che essere “emotivamente competenti” è chiaro che il bullismo ha un terreno di coltura enorme a sua disposizione.

L'altro elemento è che questa è una società in cui se sei popolare ottieni successo. Non se sei competente. E inoltre la popolarità può essere ottenuta anche attraverso le peggiori competenze. È la rivoluzione della meritocrazia, per cui più diventi popolare più vali, non “più diventi competente, più vali, più diventi popolare”. Ci sono degli aspetti strutturali a causa dei quali i nostri figli non comprendono realmente qual è il percorso che porta alla realizzazione di sé. Se la realizzazione è avere successo, indipendentemente dal percorso con cui arrivi, io mi prendo il successo, divento il più forte, il più potente. Chiaramente spesso più incompetente che potente, in termini di valore.

Viene da chiedersi se il bullismo sia veramente un fenomeno adolescenziale... Che età ha il vero bullo?

Il bullismo è in realtà un problema che abbiamo nella società. Noi abbiamo fatto diventare eroi nazionali dei bulli pazzeschi. Ci sono milioni di persone che sono followers di soggetti che se fossero nella tua famiglia ti darebbero davvero molta preoccupazione, perché in realtà hanno comportamenti fortemente disfunzionali, che però in una cultura effettivamente in parte degenerata diventano degli eroi da seguire o comunque dei soggetti ad altissima attrattività. I giovanissimi si guardano intorno e il mondo adulto dovrebbe essere esemplare. Non perché debba essere perfetto ma perché dovrebbe mostrare costantemente l'attenzione verso appunto l'essere di buon esempio, produrre qualcuno a cui ti ispiri per la tua crescita. Dovremmo chiederci cos'è che oggi è “d'ispirazione” per chi cresce, chi è che ti trasmette quel carisma che poi renderà attrattive le cose che ti vuoi costruire, conquistare al fine di essere anche tu un adulto carismatico quando arriverai a quello stadio della tua crescita. Oggettivamente dovremmo domandarci perché c'è così poco, così poca testimonianza, di persone molto competenti, che entrino nell'immaginario collettivo dei nostri figli, e invece c'è un sovraccumulo di persone che effettivamente sono molto prepotenti... Dovremmo fare tantissime riflessioni anche su cosa è lo sport, su quali valori stia trasmettendo, perché c'è uno sport che ha ancora una dimensione valoriale importantissima per i nostri figli, e che purtroppo questi ultimi hanno perso nell'anno del covid, ma poi c'è uno sport che invece è una macchina da soldi, dove tutto diventa possibile pur di arrivare più in là, in cima, dove non ci sono più le regole, dove ti puoi conquistare una cittadinanza imbrogliando il sistema con la commissione che deve valutare la tua competenza linguistica... queste cose le vediamo... È chiaro che se c'è un mondo che ha un ordine, una sua regola interna, non perché è scritto in una procedura ma perché è scritto dentro le aspirazioni delle persone, dentro il loro modo di essere, poi i figli in quel mondo faranno magari delle trasgressioni ma si accorgeranno che stanno trasgredendo. Se invece la trasgressione è la regola, essere trasgressivi diventa un diritto.

di Marco Bellizi