· Città del Vaticano ·

Durante il viaggio in Giappone del 2019

Il Papa e Leonardo
insieme per dire basta

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09 febbraio 2021

«Un’epidemia per la quale la medicina la potete trovare voi stessi»: il 25 novembre 2019 Papa Francesco si rivolgeva così ai giovani incontrati nella cattedrale di Tokyo durante il suo viaggio in Giappone. Ma non stava parlando di coronavirus, che sarebbe apparso sulla scena mondiale solo qualche mese dopo, bensì di un altro male che colpisce soprattutto le nuove generazioni: il bullismo. Impressionato dalla sofferenza di Leonardo Cachuela, adolescente immigrato di origine filippina, cui era stato affidato il compito di testimoniare la propria esperienza di vita, il Pontefice aveva esortato: «Dobbiamo unirci tutti insieme contro questa cultura del bullismo, e imparare a dire: basta!». Secondo Francesco infatti «per prevenire questa tragedia, è necessario che tra voi, tra amici, vi mettiate insieme per dire: “No al bullismo, no all’aggressione verso l’altro”». Perché, spiegò, «non esiste un’arma più grande per difendersi, di quella di “alzarsi” tra compagni e dire: “Quello che stai facendo è grave”».

La storia di Leonardo, con i suoi problemi di integrazione, dopo il trasferimento nella terra del Sol Levante era lì a dimostrarlo. Non erano tanto le difficoltà dovute alle differenze linguistiche, culturali, di costume; quello che lo faceva soffrire maggiormente era l’essere divenuto il bersaglio di un coetaneo che «a voce bassa, ma sufficiente per farsi sentire», lo additava come «cattivo straniero», «obeso», «disgustoso». «Solo con lo scambio di sguardi mi sentivo deriso — raccontò — e ogni giorno sentivo solo di voler “sparire”. Non ho subìto violenza fisica, ma parole, sguardi, espressioni del viso o pressioni nascoste. Non avevo molti amici e quando provavo a far parte di un gruppo, sentivo come se tutti cercassero di evitarmi. Questo si ripeteva ogni giorno e ci sono state occasioni in cui non sono riuscito ad andare a scuola per una settimana. Ho anche pensato al suicidio».

Scosso, Papa Francesco — con diverse aggiunte a braccio al discorso preparato, prontamente tradotte dall’interprete — aveva risposto che «la cosa più crudele del bullismo scolastico è che ferisce il nostro spirito e la nostra autostima nel momento in cui abbiamo più bisogno di forza per accettarci e affrontare nuove sfide». Al punto che «a volte, le vittime accusano addirittura sé stesse di essere state obiettivi “facili”. Potrebbero sentirsi fallite, e senza valore». Ma in realtà, assicurò il vescovo di Roma, «paradossalmente sono i molestatori, a essere veramente deboli: attaccano chiunque considerano diverso e vedono come una minaccia. In fondo, hanno paura e si coprono con la forza».

Naturalmente quella nella capitale giapponese non è stata la prima né l’ultima circostanza in cui Francesco ha affrontato questo tema scottante. Lo fa praticamente ogni volta che parla a Scholas occurrentes, la rete educativa mondiale nata su suo impulso quando era arcivescovo di Buenos Aires, e nelle altre occasioni di incontro con i giovani, con le istituzioni scolastiche o collegate a questo mondo, durante i viaggi internazionali e le visite in Italia, o quando sono loro che vengono a trovarlo in Vaticano. Una volta, durante la messa a Santa Marta, ha definito il bullismo «opera di Satana» (8 gennaio 2018); ma Francesco non è uomo del Medioevo; completamente al passo coi tempi, conosce bene anche la versione più attuale di questa piaga, il cyberbullismo alimentato dal web. Tanto che nel 2016 ha ricevuto Paolo Picchio per benedire un centro per le vittime intitolato a sua figlia Carolina, la quattordicenne di Novara che nel 2013 si suicidò per gli insulti ricevuti sui social, lasciando scritto: «Le parole fanno più male delle botte».

di Gianluca Biccini