· Città del Vaticano ·

Progetto di Caritas Libano e ong Celim a sostegno delle migranti sfruttate

Al riparo dai carnefici

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08 febbraio 2021

Gli occhi grandi di Abeba sorridono. È a Beirut e sta per imbarcarsi su un volo diretto per Addis Abeba. Quell’aereo rappresenta per lei la fuga da un incubo. Un sogno terribile che ha significato per lei violenze inaudite, sopraffazioni, abusi. Ora, grazie a un progetto portato avanti da Caritas Libano e ong italiana Celim, per lei c’è la speranza di rifarsi una vita in patria dopo avere a lungo sperato di poter trovare un futuro nuovo in Libano.

Abeba è una vittima della kafala, una forma di abuso legalizzato in Medio oriente che apre la porta a ogni forma di sfruttamento nei confronti delle lavoratrici, soprattutto domestiche. Essa è una pratica comune in Bahrein, Iraq, Giordania, Kuwait, Oman, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti ma, soprattutto, in Libano, dove riguarda 250 mila donne immigrate provenienti soprattutto da Sri Lanka, Etiopia, Bangladesh e Filippine.

Il funzionamento del sistema è semplice: le lavoratrici che vogliono emigrare per lavoro entrano in contatto con mediatori nel loro Paese. Questi hanno rapporti con agenzie locali dove le lavoratrici migreranno e procurano loro uno sponsor, kafeel, in cambio di un compenso. Le donne spesso si indebitano con la speranza di cambiare vita. E si ritrovano schiave. Normalmente, infatti, lo sponsor è il datore di lavoro, che anticipa le spese per il permesso di lavoro ed è responsabile del visto e dello status giuridico. Ha quindi un enorme potere su di loro. Un potere che va al di là del rapporto tra datore di lavoro e dipendente.

Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) nelle pieghe della kafala si nascondono lavoro forzato, violenze sessuali, gravidanze indesiderate, abusi, percosse, sfruttamento. Chi tenta di fuggire e viene catturato, invece di ricevere sostegno, viene arrestato e incriminato per «immigrazione illegale». In Libano vengono incarcerate ad Adlieh, un penitenziario dove rimangono, senza subire processo, prima di venire rimpatriate. Non solo, ma nella maggior parte dei Paesi che applicano questo sistema, i lavoratori migranti non sono tutelati dalle norme del diritto del lavoro. Non godono neanche dei diritti sindacali. I livelli salariali, quindi, sono bassi, in alcuni casi meno di duecento dollari al mese.

La kafala viene utilizzata soprattutto nei settori dell’edilizia e dei servizi domestici. Occupazioni che implicano bassa professionalità, i lavoratori sono quindi minacciati dai datori di lavoro di «essere sostituiti da qualche altro in qualsiasi momento». Questa minaccia è disumanizzante e crea un ulteriore stato di subordinazione nei confronti degli imprenditori. In base a una ricerca dell’Oil, il 65 per cento delle lavoratrici ha avuto esperienza di lavoro forzato e schiavitù. Un datore di lavoro libanese su cinque non fa uscire la lavoratrice di casa perché, se il lavoratore decidesse di fuggire, lui perderebbe “l’investimento” per l’assunzione (tra i due e i tremila dollari). Quando non servono più, le lavoratrici sono rispedite nel Paese di origine. La situazione si è aggravata con la pandemia di coronavirus: alcune donne sono state letteralmente “scaricate” in strada dai datori di lavoro, senza stipendio e senza casa. Alcune di esse si sono accampate per qualche tempo davanti all’ambasciata etiope. Assistite poi da Caritas Libano e da Celim hanno poi avuto accesso.

Questo contesto è diventato insostenibile anche per le autorità libanesi. Nel 2018, il ministro del Lavoro di Beirut ha istituito un gruppo incaricato di presentare un disegno di legge di riforma volto a smantellare il sistema della kafala. L’équipe, coordinata dall’Oil, nel giugno 2019 ha presentato al ministero del Lavoro un piano d’azione che delinea le riforme necessarie per porre fine al brutale sistema nel breve e medio termine. Tuttavia, l’allora titolare del ministero si è dimesso poco dopo l’inizio del movimento di protesta che ha scosso il Libano nel 2019, prima di adottare le riforme proposte. La successiva crisi politica ed economica ha fatto passare in secondo piano tale problema umanitario. Nel frattempo, alcune donne sono riuscite a fuggire e a trovare rifugio nei centri di accoglienza per lavoratrici migranti di Caritas Libano che lavora insieme a Celim. Gli operatori si coordinano per restituire un’esistenza dignitosa alle donne fuggite dai loro carnefici. Viene offerta protezione sotto anonimato. Sono distribuiti pasti caldi e offerta assistenza medica, psicologica e legale. Nei centri molte di esse ritrovano un po’ di speranza.

Un lavoro fondamentale che rimarrebbe incompleto se non si intervenisse anche in Etiopia, il Paese dal quale partono. In Africa orientale, il progetto prevede il potenziamento delle capacità di accoglienza e di reinserimento economico-sociale di due shelter (rifugi) a favore delle donne migranti rimpatriate; l’avviamento di un servizio di supporto e ricollocamento lavorativo e sociale per le donne rimpatriate e le loro famiglie; il rafforzamento del dialogo e di attività di sensibilizzazione sulla protezione dei migranti rivolto a istituzioni, comunità di origine e datori di lavoro in Libano. «La kafala — spiegano i responsabili di Celim — può trasformarsi in una schiavitù che non lascia speranze per le migranti. Il nostro sostegno vuole ridare loro una nuova prospettiva di vita. Un futuro libero nel loro Paese, insieme ai loro famigliari».

di Enrico Casale