· Città del Vaticano ·

In Indonesia l’organizzazione Sahabat Insan salva ragazze e migranti dai trafficanti

Una nuova vita è possibile

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06 febbraio 2021

Afra Burga Ambui aveva 15 anni quando uno zio le offrì l’opportunità di lavorare a Jakarta. La ragazza partì entusiasta dal suo villaggio sull’isola di Flores, nell’Indonesia centrale, per raggiungere la capitale. Poi è sparita e ha trascorso quasi dieci anni in condizioni di schiavitù forzata, mentre la sua famiglia si era rassegnata alla scomparsa. La sua storia, giunta alla ribalta delle cronache nazionali, è una di quelle che squarciò il velo sulla tratta di esseri umani in Indonesia. E ha rafforzato la passione, l’impegno e la determinazione che religiosi, suore e laici cattolici mettono in Sahabat Insan (“Amicizia e umanità”), organizzazione fondata dai gesuiti indonesiani, che da anni si occupa di contrastare e prevenire il traffico di esseri umani nel vasto arcipelago del sud-est asiatico, il Paese a maggioranza musulmana più popoloso al mondo (265 milioni di abitanti, all’85 per cento di religione islamica).

Migranti interni, in cerca di lavoro, ma anche immigrati di altre nazioni limitrofe sono le vittime privilegiate. Persone, soprattutto giovani di belle speranza come Afra, che incappano nelle maglie della criminalità organizzata, di mediatori senza scrupoli e perfino di funzionari statali corrotti. Senza protezione, lontani dalle famiglie, dal proprio villaggio o dal proprio Paese, restano alla mercè di chi li sfrutta, in condizioni di schiavitù o nella prostituzione, a volte rimettendoci anche la vita. Nella situazione di indigenza, aggravata dalla pandemia, il reclutamento dei trafficanti diventa perfino più agevole, nota suor Laurentina, religiosa della congregazione della Divina Provvidenza nella provincia di East Nusa Tenggara. L’anno scorso la suora è riuscita a salvare due giovani indonesiane, strappandole a una banda di aguzzini, curandone i traumi psicologici per mesi e poi riconsegnandole alle famiglie di origine. È una goccia nel mare, ma «noi continueremo a fare la nostra parte in questa missione umanitaria, che è anche una missione pastorale». La lotta contro il traffico illegale di vite umane, ancor più nel caso si tratti di minori di età, spiega, «è una priorità per la Chiesa in Indonesia». Il fenomeno degli abusi e dello sfruttamento, dice la religiosa, vede spesso coinvolte le famiglie che “cedono” le figlie minorenni — in contesti di povertà diffusa — a mediatori con il miraggio di studi o di affidarle a famiglie benestanti, che possano garantire loro un futuro migliore.

«L’opera di prevenzione e di salvataggio non è semplice ed è spesso segnata da delusione e amarezza, come quando si raccolgono i cadaveri dei lavoratori stranieri morti in circostanze ignote, in totale abbandono, senza alcun aiuto né assistenza medica», racconta a «L’Osservatore Romano» padre Ignatius Ismartono, direttore di Sahabat Insan. Otto migranti vittime della tratta sono stati rinvenuti morti negli ultimi mesi e in totale, nel 2020, l’associazione si è occupata di rimandare alle famiglie i corpi di 207 immigrati. «Le violenze che subiscono questi immigrati — rileva il gesuita — sono tante e diverse: si comincia col reclutamento grazie alla complicità di qualche funzionario corrotto disposto a falsificare l’età delle vittime. Giunti all’estero, un agente confisca i passaporti finché il debito contratto con il mediatore non sarà estinto: i trafficanti incamerano i primi sette mesi di stipendio e dunque il lavoratore è senza salario». In questa trappola, spiega Ismartono, «si finisce per dipendere in toto dal trafficante, e spesso le ragazze tra i 16 e i 19 anni diventano schiave sessuali».

I casi di cui si occupa l’associazione indonesiana sono tanti e disseminati sul territorio dell’arcipelago ma, nota il religioso, «non siamo soli: ci sono, per esempio, le religiose dell’associazione Talitha Kum (organizzazione mondiale promossa dall’Unione internazionale delle superiore maggiori) con cui siamo in stretto contatto. Cerchiamo, ove possibile, di prevenire il fenomeno con un’opera di sensibilizzazione capillare, soprattutto nei villaggi o nelle zone più povere, dove i trafficanti gettano i loro ami».

A Jakarta diverse istituzioni civili e religiose si occupano della tratta dei migranti: la questione è enorme anche perché l’Indonesia è uno Stato di transito, in particolare per rifugiati e richiedenti asilo provenienti da Medio Oriente, Afghanistan, Pakistan e Africa orientale, che cercano una vita migliore in Australia. Secondo Care, organizzazione non governativa impegnata per la protezione dei migranti, «la tratta di esseri umani sta diventando dilagante in Indonesia, con il numero delle vittime che aumenta ogni mese». Secondo i dati ufficiali, 2.400 casi sono stati indagati e portati in tribunale fra il 2013 e il 2018, «ma sono solo la punta dell’iceberg», afferma Destri Handayani, vice assistente per i diritti delle donne presso il Ministero per l’emancipazione femminile e la protezione dell’infanzia. Le vittime, anche quando riescono a fuggire dalle reti criminali, spesso non sporgono denuncia perché a essere coinvolti sono i propri familiari, parenti stretti o, in alcuni casi, potenti funzionari pubblici. L’educazione gioca allora un ruolo cruciale: per questo, con lo scopo di aumentare il numero delle persone informate e raggiunte, Sahabat Insan promuove attività di prevenzione e di formazione attraverso i media online, rivolgendosi soprattutto agli studenti delle scuole.

di Paolo Affatato