· Città del Vaticano ·

Hic sunt leones
Riflessioni sulla medicina tradizionale africana

Verso
la professionalizzazione
di un’arte ancestrale

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05 febbraio 2021

La medicina tradizionale nell’Africa sub sahariana è una disciplina estremamente complessa, molto studiata, non solo dai ricercatori scientifici, ma anche dagli operatori pastorali. Infatti, nell’attività di evangelizzazione è stato importante comprendere il significato delle varie credenze etniche, in rapporto ai reali benefici terapeutici di alcuni trattamenti. Dal punto di vista della fenomenologia religiosa, la malattia è tradizionalmente associata alla sventura e al maleficio a causa del costante riferimento, nell’interpretazione delle diverse patologie, alla dimensione metafisico-spirituale. Ecco che allora in questi contesti di matrice animista si afferma il convincimento che la severità dei disturbi fisici vari a seconda della gravità della colpa commessa. In questo senso il malessere può essere inteso come una punizione degli spiriti per ciò che si è commesso o rintracciabile nella maledizione inferta addirittura da un nemico. Molto spesso, ancora oggi, il riferimento sanitario primario per le popolazioni tanto rurali, quanto urbane è quello della cura tradizionale, prima nella forma di auto-medicamento e, poi, di consultazione dei terapeuti afferenti alla medicina tradizionale.

Certamente, i progressi nello sviluppo delle popolazioni autoctone, nel corso dell’ultimo secolo di storia — dovuti in gran parte agli alti tassi di scolarizzazione e all’avvento della modernità, unitamente all’emancipazione spirituale apportata dal cristianesimo — hanno portato in molti casi al superamento di condizionamenti legati alla superstizione.

Ciò non toglie che ancora oggi vi siano delle componenti delle società africane le quali ascrivono la malattia ai malefici, di cui credono essere vittime, preferendo non recarsi nei tradizionali presidi sanitari, ritenendo che la vera cura non possa prescindere dai propri convincimenti religiosi e culturali di appartenenza. Rimane il fatto che in diversi Paesi africani la medicina occidentale non è sempre disponibile e la stessa Organizzazione mondiale della sanità (Oms) incoraggia gli Stati membri africani a promuovere e integrare le pratiche mediche tradizionali nel sistema sanitario ufficiale. L’uso delle piante medicamentose in Africa, come componente del sistema sanitario tradizionale, è con ogni probabilità il più antico e il più assortito di tutti i sistemi terapeutici a livello planetario. Nelle zone rurali del continente, i guaritori tradizionali che prescrivono piante medicamentose costituiscono per molti governi la risorsa sanitaria più facilmente accessibile ed economicamente disponibile per le comunità locali, oltre ad essere gli unici operatori in grado di fornire un piano terapeutico. È stato ampiamente dimostrato come le piante contengano miscele di diversi principi attivi che possono agire individualmente, in modo additivo o in sinergia per migliorare una determinata condizione fisica. La sinergia tra queste sostanze può determinare delle azioni combinate che tendono ad aumentare l’attività del principale costituente terapeutico accelerandone o rallentandone l’assimilazione nell’organismo. Una singola pianta può contenere, ad esempio, sostanze amare che stimolano la digestione gastrica, possedere composti antinfiammatori che riducono gonfiore e dolore, o polifenoli che sortiscono un effetto antiossidante e protettivo nei confronti dell’aterosclerosi e di parecchi tipi di tumori, per non parlare degli alcaloidi che migliorano l’umore e danno un senso di benessere, o di altre sostanze che agiscono come antibiotici naturali, o altre ancora che esercitano un’azione diuretica, aumentando l’eliminazione delle tossine.

Sarebbe, dunque, fuorviante ignorare la composizione ed i principi attivi dei fitofarmaci della medicina tradizionale che sono utilizzati, per inciso, in tutta l’Africa sub sahariana dal 75% della popolazione. Purtroppo nessun Paese africano possiede la capacità finanziaria, di risorse e di apparecchiature per impegnarsi in una ricerca sistematica in questo settore. L’unica possibilità a disposizione dell’Africa è quella di fare appello al senso di giustizia ed all’eticità dell’azione delle multinazionali farmaceutiche in modo che vi sia una ricaduta sulla popolazione derivante dalle loro eventuali ricerche in questo ambito. Purtroppo però, a volte in forme non lontane dalla bio-pirateria, è possibile rilevare come nelle grandi multinazionali domini la logica della massimizzazione del profitto e non venga tutelata la proprietà intellettuale che le popolazioni dovrebbero avere su vegetali da loro stessi utilizzati in loco da tempo immemorabile. Occorre che questa materia venga regolamentata in modo che vi sia, da una parte, un’equa e positiva ricaduta sui gruppi locali in modo da preservare gli equilibri ecologici e sociali e, dall’altra, non si finisca, come spesso è avvenuto nel passato, in uno sfruttamento selvaggio delle risorse ambientali.

La posta in gioco è alta ed è questo il motivo che già nello scorso decennio sono stati lanciati progetti di cooperazione come il Muthi (Multi disciplinary university traditional health initiative), finanziato dall’Unione europea e accompagnato dall’Università di Oslo (Norvegia) che ha avuto il merito di promuovere e sostenere la ricerca sulle piante medicamentose nelle università africane con l’intento dichiarato di migliorare la medicina tradizionale. Questo ha consentito di valutare clinicamente e registrare prodotti farmacologici impiegati per trattare le malattie nei Paesi africani. Muthi si è avvalsa di conoscenze registrate sull’utilizzo di piante medicinali e ha collaborato con coloro che praticano i metodi della tradizione per condividere, integrare e valutare nuove informazioni.

Naturalmente, il rischio sempre in agguato è quello dell’inganno da parte dei soliti profittatori rintracciabili come sempre a qualsiasi latitudine, dunque anche in Africa. Basti pensare che in questi mesi, mentre imperversano in alcuni Paesi del continente le polemiche sul «caro-prezzi dei vaccini» venduti come merce al dettaglio a cifre stellari, nella Repubblica Democratica del Congo hanno subito una drastica impennata i fitofarmaci anti-covid messi sul mercato a più di 100 dollari senza che vi fossero studi scientifici in grado di dimostrarne l’efficacia farmacologica. E non si tratta di un episodio isolato a dimostrazione che la speculazione è una costante nel mondo quando sono in atto emergenze sanitarie. Da rilevare che nel settembre scorso l’Oms ha dato il via libera a un protocollo per testare l’efficacia di prodotti africani basati su erbe medicamentose nel trattamento del coronavirus e di altre epidemie. Gli esperti dell’Oms insieme all’Africa Center for Disease Control and Prevention e la African Union Commission for Social Affairs incoraggiano la sperimentazione con criteri simili a quelli usati per i vaccini e i farmaci messi a punto nei laboratori di tutto il mondo. Ed è per questo motivo che, per far fronte alla diffusione su larga scala questi prodotti dai nomi altisonanti come Manacovid o Articovid, tanto per citarne alcuni, è stato allertato il Comité régional d’expertssur la médecine traditionnelle pour covid-19 (Comitato regionale di esperti sulla medicina tradizionale per il covid-19), istituito proprio dall’Oms. È evidente che la medicina tradizionale africana ha ancora molta strada da fare soprattutto nella conduzione di studi clinici: dalle limitazioni delle risorse (inclusa la penuria di fondi, attrezzature, personale e infrastrutture) alla mancanza di personale qualificato; dai problemi logistici nella conduzione delle prove di sperimentazione, alla scarsa disponibilità dei guaritori tradizionali e del personale biomedico ad essere coinvolti. Il celebre Galeno diceva che «lo scopo dell’arte medica è la salute, il fine è ottenerla». Questa, a pensarci bene, è una massima che può essere applicata, con i doverosi distinguo, alla medicina tradizionale africana: un’opportunità da non perdere.

di Giulio Albanese