· Città del Vaticano ·

DANTE E I PAPI
L’amore per il sommo poeta in Albino Luciani

Un mosaico splendente
di interpretazioni

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
05 febbraio 2021

Avvicinandoci alla conclusione, è possibile evidenziare che, nella storia del dantismo papale che lega tra loro i pontefici cultori del sommo poeta, ciascun Papa ha dato a quel culto l’imprimatur della sua personalità, del suo pensiero teologico, della sua spiritualità, del suo umanesimo cristiano. Ritengo che ciò sia stato e sia possibile perché la teologia dantesca non è un monolite monocromo, ma piuttosto è avvicinabile ai mosaici ravennati il cui policromismo realizza la meraviglia della composizione, proprio come avviene con il pluristilismo e il plurilinguismo della Commedia.

Ne è prova il dantismo di Albino Luciani, Papa Giovanni Paolo i , sommo pontefice per soli trentatrè giorni; ma l’esiguità del pontificato è inversamente proporzionale al peso del suo magistero spirituale, teologico e pastorale, di cui dà ampiamente conto la recente Biografia ex documentis (a cura di Stefania Falasca, Davide Fiocco, Mauro Velati, Libreria Editrice Vaticana 2020, pagine 994, euro 40). La formazione teologica di Luciani, ordinato sacerdote il 7 luglio del 1935, avviene sotto la stella di Papa Pio xii : il 27 febbraio 1947 si laurea in sacra teologia presso la Pontificia Università Gregoriana, con una tesi su L’origine dell’anima umana secondo Antonio Rosmini, autore in quegli anni non ancora del tutto riabilitato dalla Chiesa, ma molto vicino alla spiritualità di Alessandro Manzoni, uno dei suoi scrittori preferiti.

Infatti, fin dagli anni trascorsi presso il Seminario Maggiore Gregoriano di Belluno, Albino Luciani aveva manifestato la sua passione per la letteratura intrecciata alla teologia, vale a dire Tommaso d’Aquino, Agostino d’Ippona, Francesco di Sales accostati a Dante e ai grandi romanzieri dell’Ottocento russo, francese e inglese.

Nel 1949 il futuro Papa pubblica Catechetica in briciole, un saggio che fornisce consigli “pratici” sulla catechesi, attraverso una scrittura solo apparentemente povera ed elementare, in realtà frutto di una consapevole scelta letteraria, affinché tutti, ma soprattutto i meno colti ed illetterati, possano capire la Parola di Dio. Comincia così a prendere corpo quel sermo humilis che tornerà anche in Illustrissimi (1976), raccolta di lettere immaginarie a personaggi storici, mitologici o letterari (tra i quali Casella, il musico amico di Dante, Purgatorio, ii , 76-114) e che sarà la cifra stilistica e pastorale del suo magistero papale.

Nominato vescovo da Giovanni xxiii nel 1958, Luciani partecipa al concilio Vaticano ii , che, accanto alle problematiche sociali, prende in considerazione anche la moderna comunicazione del Vangelo, una catechesi “allargata” attraverso la scrittura giornalistica, che non può non essere “soave e piana” (Inferno, ii , 56) e non può non scegliere uno stile pacato e umile, generantesi dalla volontà di farsi capire da tutti.

È esattamente quanto Erich Auerbach (Dante als Dicther der irdischen Welt 1929) rileva nel sermo humilis di Dante, che possiede uno spessore teologico proprio perché la sua fonte è sant’Agostino. Nel De doctrina cristiana (cfr. libro iv, 10.24) sottolinea come la scrupolosità linguistica debba cedere all’appropriata comprensione del senso, invitando l’oratore a concentrarsi sulle verità di fede e a servirsi di una sorta di “negligenza diligente”.

Nei Maestri ci deve essere tanta cura e attenzione nell’usare parole oscure o ambigue, mentre, se la cosa viene detta in termini popolari, si evita l’ambiguità e l’oscurità (vulgi autem more sic dicitur ut ambiguitas obscuritasque vitetur).

È meglio servirsi del linguaggio dei meno istruiti (ut ab indoctis dici solet), anche utilizzando parole meno corrette (utetur etiam verbis minus integris), purché la cosa in sé sia insegnata con la necessaria esattezza (dum tamen res ipsa doceatur atque discatur integre).

Sembra essere questa la radice teologica del sermo humilis di Papa Luciani, ma anche del suo dantismo: il discorso umile del cristianesimo, legato alle sue origini e alla sua dottrina, accede ad un sublime ben diverso da quello della retorica greca e latina, è fatto di quotidianità, di esempi, di parabole che, evitando i tecnicismi teologici, esplicitano le virtù cardinali e teologali e mostrano al lettore o all’uditore, la bellezza e la gioia della conversione. Notevolissimo esempio di ciò è il Messaggio quaresimale del cardinale Luciani ai sacerdoti (lettera del 31 gennaio 1978, cfr. Il Magistero di Albino Luciani. Scritti e discorsi, a cura di A. Cattabiani, 1979), in cui l’attingere alla fonte dantesca è riconducibile alla volontà pastorale di avvicinare il credente alla Chiesa, scegliendo una “retorica di fervore”, piuttosto che una “retorica di pulpito”: «Miei confratelli, nel 1965, ricorrendo il centenario di Dante, ho fatto su me stesso una revisione di vita, rileggendo le cantiche del Purgatorio e del Paradiso».

La lettera è un piccolo saggio di interpretazione teologica del Purgatorio, in cui il futuro Papa analizza le sette balze della sacra montagna, dove le anime «si purgano sopportando pene, ma anche meditando. Ebbene in ogni balza, il primo esempio offerto alla meditazione è un episodio della vita della Madonna; noi lo rileggiamo (…) a scopo di edificazione».

Cominciando dai superbi della prima cornice, il cardinal Luciani si sofferma sulla virtù dell’umiltà, richiamando l’esempio di Maria che accetta di essere la Madre di Dio, e invitando i sacerdoti al loro servizio di pastori, liberi dalla superbia e dall’orgoglio della propria cultura. La tecnica stilistica seguita è quella di segnalare, attraverso la citazione dantesca, la virtù contraria al peccato che si espia in quella cornice del purgatorio, così per gli invidiosi, «La prima voce che passò volando / vinum non habent altamente disse» (Purgatorio, xiii 28-29). Sono le parole di Maria, la quale, alle nozze di Cana, ebbe gli occhi tutt’altro che cuciti, e invece ben aperti a scoprire i bisogni del prossimo ed a far fare bella figura ai due poveri sposi», come per gli iracondi, per i quali il commento si umanizza scendendo nel o, per meglio dire, salendo al quotidiano: «”Figliol mio, perché hai tu così verso noi fatto?” (Purgatorio, xv , 89-90). Quello della Madonna in sostanza è un rimprovero, ma tanto mitigato dalla dolcezza della voce e dall’atteggiamento materno da parere una carezza (…) Rimproveriamo pure, ma «in dolce atto di madre». Infine Giovanni Paolo i accede, proprio sulla scia dei suoi predecessori che onorerà nel doppio nome papale, alle profondità della teologia dantesca affiancandola alla Lumen gentium: «Le Natività e le Annunciazioni del Quattrocento e del Cinquecento ci danno madonne vestite come signore, in stanze da ricchi; la stessa capanna di Betlemme è, a volte, uno splendore di ambiente; al Concilio si è un po’ reagito a questa concezione, sottolineando che Maria praecellit inter umile et pauperes Domini» (Lumen gentium, ii , 55). Dante è col concilio: nella quinta balza fa esclamare ad Ugo Capeto: «Dolce Maria (…) povera fosti tanto / quanto veder si può per quello ospizio / dove sponesti il tuo portato santo» (Purgatorio, xx , 19-24), considerazioni che gli faranno affermare durante l’Angelus del 10 settembre 1978: «Noi siamo oggetto, da parte di Dio, di un amore intramontabile: (Dio) è papà, più ancora è madre». Il 26 agosto 1978 Albino Luciani è eletto Papa: sceglie, per primo nella storia del papato, il doppio nome di Giovanni Paolo i . Il suo umanesimo cristiano si manifesta così nel sermo humilis, nel sermo cotidianus, che pienamente, compiutamente e mirabilmente si esprime nelle quattro udienze generali di un così breve pontificato. La prima (6 settembre 1978) è dedicata all’umiltà, che precede anzi introduce le successive, dedicate alla fede, alla speranza e alla carità. Richiamando la catechesi di Paolo vi , Papa Luciani si propone di «aiutare la gente a diventare più buona. Per esser buoni, però, bisogna essere a posto davanti a Dio, davanti al prossimo e davanti a noi stessi. Davanti a Dio, la posizione giusta è quella di Abramo, che ha detto: “Sono soltanto polvere e cenere davanti a te, o Signore!”». Dobbiamo sentirci piccoli davanti a Dio.

«Quando io dico: “Signore io credo” non mi vergogno di sentirmi come un bambino davanti alla mamma; si crede alla mamma; io credo al Signore, a quello che Egli mi ha rivelato». Il sermo successivo serve a rendere operanti, nella mente e nel cuore dei presenti, le affermazioni iniziali, utilizzando tre aneddoti-parabole, inseriti naturalmente nel racconto didascalico ma non accademico del Papa che dialoga bonariamente con gli astanti e coinvolge direttamente i chierichetti di Malta, presenti all’udienza, accompagnando le sue parole con la dolcezza del suo sorriso: «Mi limito a raccomandare una virtù tanto cara al Signore, ha detto: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore”. Io rischio di dire uno sproposito ma lo dico: il Signore tanto ama l’umiltà che, a volte, permette dei peccati gravi. Perché? Perché quelli che li hanno commessi, questi peccati, dopo, pentiti, restino umili (…). Bassi, bassi: è la virtù cristiana che riguarda noi stessi».

di Gabriella M. Di Paola Dollorenzo