· Città del Vaticano ·

Le parole, ancora attuali, del Papa nel 2014

La crisi della politica
tra solitudine
e autoreferenzialità

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
05 febbraio 2021

La vicenda italiana, ma non solo essa, ci dice che la politica, che San Paolo vi definì la più alta forma della carità, è in crisi. Sempre più spesso non riesce, da sola, a trovare le soluzioni necessarie a garantire ciò per cui essa stessa esiste: il bene comune. Sempre più spesso si incarta in dispute nominalistiche, in giochi di potere e di parole. È il rischio di cui parlava il teologo gesuita Ivan Illich quando segnalava la tentazione insita inevitabilmente in ogni istituzione umana: dimenticare l’ispirazione originaria e porsi come scopo soltanto la conservazione della sua esistenza.

Di fronte all’attuale crisi è dunque necessario chiedersi: cosa sta accadendo alle democrazie? È una crisi di crescita? O è una malattia grave quella che sembra capace di generare sempre più spesso aggregati instabili di rancori invece che di progetti?

Da un certo punto di vista la politica è (e deve rimanere) sempre in crisi; capace di un pensiero aperto, “incompiuto”, pronto a farsi sempre interrogare dalla realtà, insoddisfatto di ogni soluzione che si presenti come assoluta e definitiva; animata da una coscienza critica, da una inquietudine nella ricerca del bene, che spinge sempre verso nuove ricerche, ed elaborazioni creative, per rispondere ai sempre nuovi bisogni delle persone.

Da un altro punto di vista la crisi che oggi attraversa la politica nel mondo e anche in Italia, sembra di un altro tipo, appare l’espressione di un pensiero che non è aperto ma è chiuso, come condannato all’autoreferenzialità, che diventa “effetto”, meccanismo che si muove per automatismi ma non riesce più a comunicare, a entrare in relazione con quel popolo che dovrebbe essere il centro e la destinazione della sua attività. Il problema della politica, la radice della sua crisi, risiede nell’idolatria di se stessa; nella sua progressiva perdita di un fine.

In questi giorni, in cui l’Italia vive una crisi parlamentare, risuonano come un monito sempre attuale le parole che il Santo Padre rivolse sette anni fa proprio ai parlamentari italiani, il 27 marzo durante la Quaresima del 2014, commentando la vicenda del popolo ebraico, ridotto come pecore senza pastore («Il popolo di Dio era solo, e questa classe dirigente — i dottori della legge, i sadducei, i farisei — era chiusa nelle sue idee, nella sua pastorale, nella sua ideologia»). E cosa fa Gesù allora? Gesù — ricorda il Papa — «va dai poveri, va dagli ammalati, va da tutti, dalle vedove, dai lebbrosi a guarirli. E parla loro con una parola tale che provoca ammirazione nel popolo: “Ma questo parla come uno che ha autorità!”, parla diversamente da questa classe dirigente che si era allontanata dal popolo. Ed era soltanto con l’interesse nelle sue cose: nel suo gruppo, nel suo partito, nelle sue lotte interne. E il popolo, là… Avevano abbandonato il gregge».

Nella sua omelia, Francesco mette a raffronto due solitudini: la solitudine di questo gruppo di uomini autoreferenziali che con il tempo si erano induriti, fissati nelle loro cose; uomini scissi tra le buone maniere e le cattive abitudini; e la solitudine del popolo.

Non è forse questa oggi, dopo un anno di pandemia, la cifra che contraddistingue la condizione dell’Italia e del mondo?

Da una parte c’è la cruda concretezza della solitudine delle persone e dall’altra le “idee” anzi le “ideologie” di una classe politica concentrata su se stessa, sulle logiche del proprio gruppo, del proprio partito, delle proprie lotte interne.

Se l’idea pretende di trascurare e superare la realtà, il risultato è l’abbandono del popolo che soffre, si lamenta, si disperde.

Il Papa nel suo ragionamento metteva in guardia da una politica che, in quanto chiusa in se stessa finisce per perdere autorità e intraprendere «una strada congiunturale, perché non porta a nessuna promessa». Individua nel rifiuto della «dialettica della libertà» la perdite di rapporto con il popolo di questi “dottori del dovere”, che avevano perso la fede.

E in controluce rivela ancora oggi quello di cui il popolo ha bisogno: di vicinanza, di libertà, di promesse che non siano bugiarde. La speranza è allora la possibilità di tornare a quella vicinanza, a quella capacità di promessa e, per usare un’altra parola cara al Papa, di tornare a sognare. Per aprirci a questa possibilità ci si deve interrogare nel profondo, nella verità e senza sconti, così come fece il Papa in quell’omelia di sette anni fa. Le domande sottese a quelle parole del Papa valgono e inquietano oggi forse più di ieri: riuscirà la classe politica a vincere la tentazione dell’autoreferenzialità? A interpretare la sua attività come missione, come risposta ad una chiamata? A spezzare la catena dell’isolamento che attanaglia se stessa e anche il popolo?

di Andrea Monda