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Atlante - Cronache di un mondo globalizzato

Futuro incerto
per il Myanmar

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05 febbraio 2021

Il futuro politico del Myanmar, reduce dal colpo di Stato militare del primo febbraio, è incerto. La Lega Nazionale per la Democrazia (Nld) di Aung San Suu Kyi, che aveva prevalso nettamente alle elezioni parlamentari del novembre 2020, non potrà formare il prossimo esecutivo. La stessa Aung San Suu Kyi e molti esponenti del movimento sono stati posti agli arresti. Le forze armate hanno proclamato lo stato di emergenza, che dovrebbe durare almeno un anno ed hanno di fatto posto fine alla transizione democratica del Paese, iniziata nel 2015 con il successo elettorale della Lega Nazionale per la Democrazia. In quell’anno si erano svolte le prime consultazioni democratiche dopo decenni di regime militare e dopo che, nel 2011, si era insediato un governo nominalmente civile. La Lega Nazionale per la Democrazia aveva superato le aspettative degli osservatori e si era aggiudicata l’ottanta per cento dei seggi disponibili. Il partito dei militari, lo Union Solidarity and Development Party (Usdp), era invece stato sconfitto.

La convivenza tra un Parlamento democratico e l’esercito non si è rivelata semplice. Alle forze armate spettava il diritto di occupare un quarto dei seggi parlamentari e di esercitare, in questo modo, il potere di veto sui provvedimenti legislativi più controversi. Nel marzo del 2020, ad esempio, era naufragato un disegno di legge volto a ridurre, nel giro di quindici anni, il numero di seggi riservato ai militari. L’esercito ha inoltre conservato il potere di nominare alcuni ministri chiave: Difesa, Frontiere ed interni. Lo scoppio di una grave crisi tra le parti era solamente questione di tempo dato che le forze armate e quelle democratiche non potevano condividere i medesimi obiettivi nel lungo periodo. L’esercito è stato al potere sin dal 1962 e nel corso dei decenni ha avuto modo di plasmare tutte le istituzioni dello Stato a suo vantaggio, impedendo la realizzazione di riforme significative.

Le forze armate hanno cambiato tattica, rinunciando al controllo diretto degli affari di Stato, unicamente quando i tempi ed il mutato contesto storico lo hanno richiesto. La democrazia del Myanmar è dunque stata minacciata sin dagli albori e la sua esistenza non ha potuto trarre beneficio dalla guida di Aung San Suu Kyi, de facto primo ministro del Paese e fortemente criticata in Occidente per la crisi umanitaria dei rohingya.

Il nuovo ciclo politico che si sta aprendo in Myanmar potrebbe aprire la strada all’instabilità ed all’incertezza e solamente nei prossimi mesi si potrà capire se c’è ancora spazio per un mutamento del quadro generale.

di Andrea Walton