· Città del Vaticano ·

La Giornata internazionale della fratellanza umana

Sono forse io
il custode di mio fratello?

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03 febbraio 2021

Il 4 febbraio 2021, su decisione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, si celebrerà, per la prima volta, la Giornata mondiale della fratellanza umana, in ricordo del documento firmato ad Abu Dhabi da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb. Che questa data serva da promemoria per incoraggiarci a costruire e ad accrescere la fraternità tra gli uomini.

La Genesi racconta che, dopo aver creato un habitat adeguato, Dio creò esseri viventi affinché si moltiplicassero nelle acque e animali alati perché solcassero i cieli. Proseguì poi con la creazione di bestie selvatiche, bestiame e rettili affinché popolassero la terra.

Pesci, uccelli, bestie selvatiche, animali domestici e rettili… tutti furono creati al plurale.

Tuttavia, quando, durante il sesto giorno, Dio si dispose a creare l’essere umano a sua immagine e somiglianza perché dominasse tutte le altre specie, lo fece al singolare. Ne creò uno solo.

Perché fece questa distinzione? Perché, mentre gli animali li creò al plurale, l’uomo lo fece unico?

I saggi che studiano ogni parola della Torah hanno condiviso con noi la stessa interpretazione di questo fatto: Dio lo fece unico per il bene della pace tra gli esseri umani, perché nessuno potesse dire al suo simile “mio padre è più grande del tuo”. È molto semplice: poiché siamo tutti figli dello stesso uomo, siamo tutti fratelli.

Questo concetto appare di frequente nei racconti racchiusi nella Torah, tra i quali il primo e il più noto è quello che ha come protagonisti sono Caino e Abele.

Tutti sanno che cosa accadde tra loro, ma spesso senza sapere che l’origine si trova nella stessa Genesi. Quel libro ci narra che i due fratelli erano diversi, così come siamo diversi tutti noi esseri umani anche ai nostri giorni. Sappiamo che entrambi fecero offerte a Dio e che Dio accettò quella di Abele ma rifiutò quella di Caino. Sappiamo che quest’ultimo s’irritò molto e, senza proferire parola con suo fratello, procedette direttamente ad assassinarlo.

Non gli chiese né gli commentò nulla, semplicemente si abbatté, gli tese un’imboscata e gli tolse la vita. Infatti il testo non ci dice di che cosa parlarono.

Questa narrazione c’insegna che, sin dalla notte dei tempi, la mancanza di dialogo tra fratelli conduce alla morte.

Abbiamo lo stesso sangue dei nostri fratelli, ma se c’è una cosa che abbiamo imparato è che questo non basta. È necessario insistere sull’instaurazione della fratellanza come principio guida per giungere alla dimensione emotiva che costruisce il vincolo tra le persone.

Come avviene all’interno di ogni famiglia, tale norma acquista uguale importanza quando viene trasposta ai rapporti tra i popoli e tra le religioni della terra che, nonostante le differenze, sono quelle che l’arricchiscono nel loro insieme.

Ed è qui che il dialogo religioso acquista un posto centrale poiché è attraverso il suo esercizio permanente che riusciremo a conoscere l’altro, requisito indispensabile per costruire quel vincolo affettivo che consente di superare e di distruggere il pregiudizio.

Sebbene anche un bambino comprenda ciò come qualcosa di naturale e intuitivo, siamo noi adulti che a volte non riusciamo a capirlo e questo ci porta ad agire come nella tragica storia di Caino e Abele.

Perciò, in un mondo convulso e malato, dove il nome di Dio viene utilizzato per giustificare la violenza, un gesto come la firma, in una giornata come oggi ma di due anni fa, della Dichiarazione di Abu Dhabi tra Papa Francesco e il Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb, assume un valore eccezionale.

Diversi nella fede, ma fratelli nella loro essenza, sono usciti uno alla ricerca dell’altro per costruire fratellanza e, predicando con l’esempio personale, dichiarare che «le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue».

Tornando alla Genesi, quando Dio chiese a Caino: «Dov’è Abele, tuo fratello?», la sua risposta fu: «Sono forse io il custode di mio fratello?».

Ebbene, assolutamente sì, lo sei! Ed è per questo che ci aspettiamo un mondo di maggiore fratellanza e cura dell’altro. Ed è per questo che la lotta contro il razzismo, l’antisemitismo, l’islamofobia e gli attacchi anticristiani sarà efficace solo se ci troverà uniti.

Ogni volta che qualcuno sarà perseguitato per il mero fatto di essere cristiano, devono essere gli ebrei e i musulmani a sollevarsi per proteggerlo; allo stesso modo devono reagire i cristiani e gli ebrei quando una persona viene attaccata perché professa l’islam e i cristiani devono schierarsi fianco a fianco con i musulmani per guidare la difesa di una persona ebrea attaccata per la sua fede.

Il mondo ci sfida e noi non possiamo essere semplicemente il risultato delle circostanze.

Ad ottobre del 2019 il presidente del Congresso ebraico mondiale, Ronald Lauder, nel suo discorso presso l’Università Gregoriana, di fronte a personalità eminenti, ha affermato: «Sono lieto di essere un umile collaboratore nello sforzo di promuovere l’armonia tra le principali religioni monoteistiche del mondo».

Che questa Giornata della fratellanza ci aiuti a comprendere che possiamo essere diversi nella fede, credenti in uno stesso Dio, costruttori della fraternità che ci unirà come fratelli, prendendoci cura gli uni degli altri.

di Claudio Epelman
Commissario per il dialogo interreligioso del Congresso ebraico mondiale