· Città del Vaticano ·

Addio a padre Jean-Pierre Jossua

L’inquietudine dell’assoluto

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03 febbraio 2021

Pubblichiamo uno stralcio del libro «La letteratura e l’inquietudine dell’assoluto» (Diabasis, 2005) del teologo domenicano francese — morto lunedì scorso — che ha dedicato la vita allo studio dei nessi tra arte e religione.

Ho affermato che i poeti illustrano più di chiunque altro quel movimento di trascendenza che attraversa gran parte della letteratura moderna, così poco religiosa nel suo insieme. Ci tratterremo ancora un istante con loro per interrogarli su un elemento che li caratterizza in modo peculiare; questo non ci allontanerà dalla nostra preoccupazione principale. I poeti mostrano un grande interesse per i loro scambi vicendevoli, soprattutto attraverso le loro opere: una tendenza a comunicare con i loro fratelli in poesia, vivi o morti, come se si cercassero degli «intercessori», per riprendere un termine che Baudelaire applica a Poe. Tutti citano, studiano, traducono, tentano di far conoscere i loro contemporanei o i loro predecessori.

Esattamente come accade anche nelle altre arti, ma con più costanza e in un certo senso con più inquietudine. Perché? E perché bisogna che siano di nuovo termini religiosi, oltre a «intercessore», a venire in mente per definire queste relazioni (una sacra conversatio , come mi diceva un giorno Yves Bonnefoy, o ancora un «corpo mistico» dei poeti, una «comunione» tra loro, come si parla della «comunione dei santi»)?

Proviamo, con il loro aiuto, a rispondere alla prima di queste domande. Quanto alla seconda, non enfatizziamola, tanto sono evidenti le radici culturali di questo vocabolario; ma non trascuriamo neppure la portata possibile di tale indizio. Ogni letteratura, dicevo, nasce da uno scarto. E il linguaggio poetico si allontana singolarmente da quello della nostra vita corrente, nella misura di quell’«assenza» della «vera vita» cui tende la poesia. Ed è sempre rischiosa l’esitazione di quest’ultima tra il sogno di un altrove ideale e la passione di un accordo con il reale del qui ed ora. Non è forse ancora più vero quando si tratta di quella poesia nella quale sono essenziali il ritmo, il suono, il colore? Tanto più vero, d’altra parte, quando essa contiene un’intenzione di trascendenza, divenuta così estranea alle mode culturali, all’esperienza comune, ai valori stessi dei nostri contemporanei. Di qui nascerebbe il carattere precario, solitario, difficile da giustificare della poesia, con la consapevolezza di un rischio, il bisogno di collocarsi in una stirpe, di trovare un incoraggiamento, una speranza. Si comprenderebbe cosi, se non la nascita della “conversazione”, che non risale certo a ieri, almeno il fatto che essa sia divenuta essenziale, appassionata. Tale è l’ipotesi che mi suggeriva Yves Bonnefoy nella discussione che ho evocato, quando lo invitavo a illuminarmi su questa caratteristica della poesia che avevo notato da tempo. L’espressione sacra conversatio gli era venuta in mente — mi ha detto in seguito — pensando agli affreschi di Raffaello in Vaticano. A giusto titolo! Intendeva senza dubbio il Parnaso dipinto nella Camera della Segnatura, sotto la mirabile figura della Poesia. In effetti, ai due lati del gruppo sacro di Apollo e delle Muse si intrattengono due insiemi di figure: «i poeti antichi e quelli moderni conversano con serenità» scrive Carlo Gamba.

A sinistra, se Omero canta solo e se Saffo dalle belle spalle scrive in disparte, Virgilio mostra a Dante la gloria di questo monte sacro, identificato con la poesia, e un gruppo di poeti discute appassionatamente intorno a Petrarca.

È proprio attraverso Dante e Petrarca che il mito del Parnaso, tratto dalle Metamorfosi di Ovidio, ha esercitato il suo influsso sui secoli xvi e xvii .

A destra, Anacreonte e Pindaro conversano con Orazio e Benedetto Accolti, mentre Michelangelo — anch’egli poeta — ci guarda o sogna. Non credo che il colloquio appaia più intenso tra loro che tra i filosofi dell’affresco La scuola di Atene, immerso in una quiete speculativa. Agli uni e agli altri potrebbe applicarsi ciò che Seneca scriveva del privilegio di chi vive in familiarità con i grandi personaggi del passato: «Non vi è alcuno di essi che sia inaccessibile, che non congedi il suo visitatore più felice e più affezionato a lui (...) ti condurranno all’eternità, ti innalzeranno a un luogo da cui nulla potrà più scacciarti».

di Jean-Pierre Jossua