· Città del Vaticano ·

La denuncia dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite

Etiopia: ventimila rifugiati
dispersi nel Tigray

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03 febbraio 2021

Si fa sempre più grave il dramma umanitario nello Stato etiopico del Tigray. La popolazione civile è allo stremo dopo quasi tre mesi di conflitto tra governo federale e locale. Preoccupano in particolare gli oltre 20 mila rifugiati eritrei di cui si sono perse le tracce dopo che i due campi profughi di Hitsats e Shimelba sono stati abbandonati a seguito degli scontri tra le forze armate etiopi e le truppe del Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf). A denunciarlo è l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr).

A gennaio le immagini satellitari hanno mostrato la distruzione dei due campi profughi che ospitavano migliaia di eritrei nella regione a nord dell’Etiopia. Circa 3 mila persone hanno trovato riparo in un altro campo a Mai-Aini.

L’Alto commissario dell’Unhcr, Filippo Grandi, ha definito la situazione nel Tigray «estremamente grave ed urgente». Molti rifugiati sono «stati intrappolati in un fuoco incrociato, rapiti e rimpatriati a forza in Eritrea» dalle forze armate di Asmara, ha riferito citando le testimonianze raccolte nella visita al campo durante un viaggio di quattro giorni per incontri con i funzionari in Etiopia. Grandi ha esortato il governo del primo ministro Abiy Ahmed a fare di più per proteggere i civili.

L’offensiva che ha coinvolto il Tigray, che si trova al confine con l’Eritrea e con il Sudan, è iniziata lo scorso 4 novembre ed è stata dichiarata conclusa da Addis Abeba il 28 dello stesso mese con la presa del capoluogo Macallè. Da quando sono iniziati i combattimenti, migliaia di persone sono morte e centinaia di migliaia sono state costrette a lasciare le proprie abitazioni. Nella regione mancano cibo, acqua e medicine. Stando ai dati Onu, il conflitto ha prodotto oltre 100.000 rifugiati, di cui circa 60.000 sarebbero fuggiti in Sudan.

C’è bisogno di un sostegno urgente per evitare che la situazione peggiori, ha aggiunto Grandi: «La nostra maggiore priorità è ottenere l’accesso per fornire aiuti e protezione». Sulla situazione pesa infatti anche la carenza di informazioni e le difficoltà di comunicazione in tutta la zona.