· Città del Vaticano ·

Lectio magistralis all’Università cattolica dell’Africa centrale a Yaoundé

La Santa Sede in Africa “ponte” tra pace e giustizia

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02 febbraio 2021

«La presenza della Santa Sede in Africa: ponte tra l’idea di pace e la realizzazione della giustizia»: è il tema della lectio magistralis tenuta lunedì 1° febbraio dal cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, all’Université Catholique d’Afrique Centrale ( ucac ), a Yaoundé, in Camerun.

Introduzione


«Au service de la Vérité et de la Justice» è la missione che l’Université Catholique d’Afrique Centrale si è donata per far interagire l’anelito di ricerca caratteristico dell’umana natura con la domanda sulla Verità, nella quale è in gioco il destino dell’umanità, e con la realizzazione della Giustizia, per cui ogni essere umano può godere di un’esistenza in pienezza.

In tale prospettiva possiamo considerare anche l’azione della Santa Sede che, nel mondo intero e, in particolare nel Continente africano, dispiega ogni suo sforzo per valorizzare la dignità di ogni persona in ogni luogo e situazione, attraverso pronunciamenti e iniziative quotidiane. La Santa Sede, infatti, attraverso le Chiese locali, è in grado di raggiungere i luoghi più diversi, e spesso dimenticati, per sostenere gli sforzi di rinnovamento della vita sociale, dell’educazione, delle condizioni basiche di vita. Tale rinnovamento, e questa è la preoccupazione primaria della Santa Sede, può avvenire solo attraverso il recupero e l’attenzione all’umanità e ai valori oggettivi che dicono la sua dignità. Richiamava Papa Francesco, durante il suo primo viaggio in Africa, che: «Chaque personne a une dignité [...] Tout doit donc être fait pour sauvegarder le statut et la dignité de la personne humaine. Par conséquent, l’accès à l’éducation et aux soins, la lutte contre la malnutrition et le combat pour garantir à tous un logement décent doivent figurer au premier plan d’un développement soucieux de la dignité humaine»1.

Non è casuale, al riguardo, che colui che governa la Chiesa universale sia chiamato Pontefice; mai come in questo caso, l’appellativo indica la Sua attività e l’azione di tutta la Chiesa. Il Pontefice, infatti, ha il compito primario di creare ponti tra Dio e l’uomo e di conseguenza costruire ponti tra gli uomini, in questo senso: «L’opera della Santa Sede in materia di pace [...] si sviluppa essenzialmente su tre direttrici: 1) dottrinale, ossia sul piano dell’insegnamento morale; [...] 2) di animazione ed orientamento della pubblica opinione; [...] 3) di azione diretta presso i centri decisionali di Governo e Organizzazioni internazionali, sia come forza morale di riconosciuto valore e di dimensioni mondiali, sia come membro pacificamente ammesso della Comunità internazionale»2.

La concordia tra i popoli e le nazioni, che la Santa Sede promuove in ogni occasione, ha lo scopo di costruire una vita concreta il più possibile attenta al rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo. Punto centrale di questa azione è lo stretto nesso tra realismo e giustizia, intesa come coscienza del dovere e della responsabilità di operare per il bene dell’uomo. Non si tratta soltanto di urlare la pace, ma si chiede di costruire concretamente la pace attraverso un lavoro solido e serio, tanto paziente quanto tenace, sostenuto dalla scelta incondizionata della giustizia. È questa attenzione alle condizioni concrete della vita degli uomini che guida l’azione della Santa Sede, la quale opera affinché i diversi pronunciamenti, in diverse occasioni, trovino un’efficace e concreta realizzazione in opere di giustizia e in norme dove venga espressa la responsabilità delle istituzioni verso la dignità umana. Prima di inoltrarci a cogliere l’apporto della Santa Sede nell’opera di concretizzare la giustizia e la pace, è importante ricordare quanto Papa Francesco ha recentemente ribadito, e cioè che: «En ces moments où tout semble se diluer et perdre consistance, il convient de recourir à la solidité tirant sa source de la conscience que nous avons d’être responsables de la fragilité des autres dans notre quête d’un destin commun. Le service vise toujours le visage du frère, il touche sa chair, il sent sa proximité et même dans certains cas la ‘‘souffre’’ et cherche la promotion du frère. Voilà pourquoi, le service n’est jamais idéologique, puisqu’il ne sert pas des idées, mais des personnes»3.

L’azione “interessata” della Santa Sede per promuovere la dignità umana


Durante il concilio Vaticano ii fu espresso l’auspicio che fosse creato: «Un organisme de l’Église universelle, chargé d’inciter la communauté catholique à promouvoir l’essor des régions pauvres et la justice sociale entre les nations»4. Rispondendo a questo invito, il 6 gennaio del 1967, Paolo vi costituiva la Pontificia Commissione Justitia et Pax con l’intento di: «Suscitare nel popolo di Dio una piena conoscenza della sua missione nel momento presente, per promuovere da un lato il progresso dei Paesi poveri e incoraggiare la giustizia sociale tra le Nazioni sottosviluppate e lavorare esse medesime per il proprio sviluppo»5. L’importanza di tale questione è stata riaffermata da Papa Francesco quando, con la Lettera Apostolica Humanam progressionem, in forma di Motu proprio, del 17 agosto 2016, il Santo Padre ha annunciato la creazione di un nuovo Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale ( dssui ), confermando la sollecitudine della Santa Sede per: «Promouvoir le développement intégral de l’homme à la lumière de l’Évangile [...] à travers le soin que l’on porte aux biens incommensurables de la justice, de la paix et de la sauvegarde de la création»6. Tale missione si realizza quotidianamente attraverso la diplomazia pontificia che nell’affiancare l’esperienza della Chiesa agli strumenti messi a disposizione dal diritto internazionale, mostra quanto ha a cuore le sorti della pace nelle sue diverse declinazioni. Per questo sostiene gli sforzi volti a ricercare la soluzione pacifica delle controversie, lo sviluppo integrale e non la sola crescita economica, il rispetto dei diritti umani, la cura della casa comune7.

Permettetemi ora, attraverso un breve excursus storico della partecipazione della Santa Sede alle elaborazioni degli organismi internazionali, di abbozzare le direttrici che orientano l’azione della diplomazia pontificia.

Tra il 1946 e il 1952 le Nazioni Unite, pressate dalle urgenze che la seconda guerra mondiale aveva lasciato, si concentrarono attorno alla situazione dei rifugiati, collaborando per istituire e programmare l’opera dell’Organizzazione internazionale dei rifugiati. L’ampiezza delle attività caritative svolte dalla Santa Sede fu il motivo che portò l’organizzazione a coinvolgerla chiedendo, nel 1947, di mandare un proprio inviato in America Latina per prendere contatto con i governi e le associazioni cattoliche, affinché ottenessero l’appoggio ai piani di accoglimento dell’Organizzazione8.

Negli anni successivi, la Santa Sede venne coinvolta in molte altre iniziative in cui l’Organizzazione delle Nazioni Unite necessitava di una realtà con un bagaglio di esperienza e di conoscenza delle diverse realtà e dinamiche nei differenti luoghi del mondo. Dal 2 al 25 luglio 1951 la Santa Sede partecipò alla Conferenza dei plenipotenziari di Ginevra sullo statuto dei rifugiati e degli apolidi; in seguito, con la cessazione dell’attività dell’Organizzazione internazionale dei rifugiati, fu creato l’alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, i cui membri erano designati dall’ e.c.o.s.o.c. : tra di essi figurò sin dall’inizio proprio la Santa Sede. Essa pose in evidenza come obiettivo prioritario del comitato la responsabilità di proteggere ogni profugo a prescindere dalla sua condizione.

Nel 1953, dopo le parole pronunciate dal presidente Dwight D. Eisenhower l’8 dicembre, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite decise di convocare a Ginevra una conferenza sull’utilizzazione pacifica dell’energia atomica, in cui anche la Santa Sede fu invitata a partecipare. La sua presenza non venne meno neppure il 26 ottobre del 1956, quando a New York la conferenza dei plenipotenziari creò l’Agenzia Internazionale dell’Energia atomica, alla quale la Santa sede aderì come membro a tutti gli effetti.

Nel 1964 fu indetta la prima Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo, alla quale partecipò come capo aggiunto della delegazione della Santa Sede padre Lebret. Nel suo intervento, padre Lebret appuntò la particolarità dell’azione della Santa Sede per lo sviluppo dell’uomo all’interno del concerto della Comunità internazionale, mettendo in rilievo la peculiarità e la specificità di tale presenza: «Our charity, in its search to discover the great needs of the world, recognizes the necessity of helping not with humiliations and self-seeking beneficence, but with scientific and technical assistance and friendly solidarity of the international world, brotherhood in place of paternalism»9.

Anzitutto viene messa in risalto l’importanza di una responsabilità condivisa dei diversi Stati verso le Nazioni più bisognose, chiedendo loro di attivare opere capaci di incrementare lo sviluppo e le condizioni per una vita umana dignitosa attraverso: assistenza tecnica, solidarietà amichevole, apertura a nuovi mercati. Padre Lebret chiarisce anche cosa si debba intendere per sviluppo secondo un ordine di giustizia: «Development is in fact indivisible, and progress must be achieved for every section of the population and from every point of view, the human aspect being all-important [...] a discipline is defined by its objective; and the only possible prime objective of the complex discipline of development is the betterment of human beings»10.

Secondo un ordine di giustizia non può esserci vero sviluppo senza considerare un miglioramento della vita di ogni essere umano. Gli esempi riportati, ci hanno permesso di cogliere quelle attestazioni in cui emerge come la Santa Sede, attraverso soprattutto gli interventi e la partecipazione nelle Organizzazioni internazionali, è il ponte nel realizzare il progetto relativo alla pace, allo sviluppo sociale mondiale e alla concretizzazione della giustizia. Percorrere questa strada, ci ha permesso anche di rilevare come la Chiesa cattolica, con la sua presenza capillare in ogni angolo della terra, soprattutto laddove le persone soffrono, cerca di operare per ridare la dignità che spetta ad ogni essere umano e che qui, nel Continente africano, è messo in risalto dalla quotidiana azione di tanti uomini e donne credenti, religiose e religiosi, sacerdoti e vescovi.

La partecipazione alle concrete preoccupazioni e speranze del popolo africano


Il primo osservatore presso l’ u.n.e.s.c.o. fu il Nunzio apostolico a Parigi Angelo Giuseppe Roncalli, poi divenuto Papa Giovanni xxiii , il quale nella Messa di apertura dei lavori della sessione tenutasi tra il 12 novembre e il 10 dicembre 1952, pronunciò un’omelia sulle finalità dell’organizzazione e sulla partecipazione della Santa Sede, sottolineando che: «Notre présence veut être quelque chose de sérieux, d’encourageant, d’édificateur. [...] nous nous voyons vraiment introduits dans le courant de l’Historie: mais non pour la subir, non pour la laisser nous renverser, mais pour la dominer et la diriger vers la salut et non vers le naufrage du monde»11.

Molto spesso viene chiesto quale sia la “politica” della Chiesa e quali interessi muovano le sue scelte; la lunga storia dell’azione diplomatica della Santa sede in Africa offre una valida risposta, mostrando come la “politica” della Chiesa sia il ponte che collega l’idea di pace e solidarietà con la concreta attenzione verso i bisogni di ogni persona. Per provare la realtà di questa affermazione, svilupperemo tre linee guida che ci aiutano a leggere l’apporto della Santa Sede alla vita del Continente africano. Esse sono: maggiore giustizia, stabile pace, sincera cooperazione.

1. Maggiore Giustizia


Il significato della Giustizia risiede nella capacità di offrire il giusto valore ad ogni cosa, trovando nella solidarietà e nella condivisione la misura perché la Giustizia possa compiere il passo breve, ma impegnativo, che porta dalla parola al fatto; ci ricorda Papa Francesco: «L’actuelle pandémie a mis en évidence notre interdépendance : nous sommes tous liés, les uns aux autres, tant dans le mal que dans le bien. Il ne s’agit pas seulement d’aider les autres — c’est bien de le faire, mais c’est plus que cela — il s’agit de justice. L’interdépendance, pour être solidaire et porter des fruits, a besoin de fortes racines dans l’humain et dans la nature créée par Dieu, elle a besoin du respect des visages et de la terre»12.

Quando parliamo di Giustizia non ci riferiamo immediatamente all’opera del giudizio, piuttosto alla realizzazione della pace e all’ordine stesso della società che trova nell’uomo la misura e l’equilibrio. Ci sia permesso ricordare l’immagine plastica di tale concetto nelle molte statue o affreschi che ornano diverse Chiese, dove Dio o un angelo tengono in mano una bilancia sui cui piatti vi è disegnata l’immagine dell’uomo. Oltre che ad essere un monito a condurre una vita personale secondo la Parola di Dio, questa rappresentazione è anche un insegnamento a pesare il valore della vita e delle cose a partire dalla misura che è l’uomo13. La giustizia non può nemmeno dimenticare le condizioni più disparate in cui gli uomini vivono, spesso in situazioni dove la dignità umana non può essere nemmeno pronunciata come parola a causa della tragicità della situazione14.

2. Stabile pace


La pace vera, quella duratura e radicata nel tessuto sociale, non può essere urlata, ma la vera pace trova il proprio grembo nel cuore dell’uomo e nella coscienza: «La Pace si afferma solo con la pace, quella non disgiunta dai doveri della giustizia, ma alimentata dal sacrificio proprio, dalla clemenza, dalla misericordia, dalla carità»15.

La pace diviene possibilità affinché l’uomo possa realizzare se stesso, di conseguenza è ancorata alle esigenze concrete dell’uomo e alle sue aspirazioni, proprio per questo: «La pace non è mai qualcosa di raggiunto una volta per tutte, ma è un edificio da costruirsi continuamente»16. Una pace stabile può essere raggiunta solo tutelando il bene della dignità umana, rispettando e promuovendo il libero scambio dei frutti dell’ingegno umano, senza condizionare la vita attraverso un sistema predefinito di commercio e sviluppo, ma soprattutto la pace: «È frutto anche dell’amore, il quale va oltre quanto può apportare la semplice giustizia»17. Molto spesso si parla del tema della pace in modo astratto, ma nel suo quarto viaggio in Africa, Papa Francesco ha voluto mostrare al mondo quali sono i frutti concreti che possono nascere quando cessano i conflitti, affermando: «Durante tutti questi anni, avete sperimentato che la ricerca della pace duratura — una missione che coinvolge tutti — richiede un lavoro duro, costante e senza sosta, poiché la pace è “come un fiore fragile, che cerca di sbocciare tra le pietre della violenza” (Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, 2019), e quindi richiede che si continui ad affermare con determinazione ma senza fanatismo, con coraggio ma senza esaltazione, con tenacia ma in maniera intelligente: no alla violenza che distrugge, sì alla pace e alla riconciliazione»18.

3. Sincera cooperazione


Queste due semplici parole custodiscono il segreto della vita della Comunità internazionale e di ogni singolo Continente, Nazione e popolo. La sincerità richiama la necessità di porre sul tavolo delle trattative e delle diverse discussioni la realtà dei problemi, senza velare le situazioni con gli interessi privati, ma dichiarando con coraggio la necessità di operare per salvaguardare i diritti fondamentali dell’uomo. La cooperazione risulta un fattore inevitabile se si vuole raggiungere un effettivo rispetto dei diritti fondamentali, della pace e, quindi, della sicurezza. La collaborazione assume oggi un valore morale, nel senso che chiede di superare le diverse rivalità politiche in vista del bene comune. Lo sviluppo di un Paese, e quindi la possibilità di una vita buona, dipende in gran parte dalle risorse umane ed economiche, per questo si richiede di operare modifiche del commercio mondiale affinché i popoli che soffrono: «Siano liberati da eccessive ineguaglianze e da ogni forma di dipendenza abusiva, e sfuggano al pericolo di gravi difficoltà interne»19.

È forse questo l’aspetto della cooperazione meno difficile da attuare ma più complicato da coordinare, in quanto nella dimensione economica gioca sempre un forte ruolo il tornaconto e, in proporzione, la gratuità è spesso dimenticata: «Il bene comune richiede la partecipazione di tutti. Se ognuno ci mette del suo, e se nessuno viene lasciato fuori, potremo rigenerare relazioni buone a livello comunitario, nazionale, internazionale e anche in armonia con l’ambiente (cfr. ls , 236)»20.

Proprio perché parte da questa prospettiva, la Santa Sede continua a rivendicare l’esigenza della giustizia, della pace e della sincera cooperazione, mostrando come queste esigenze sono comuni a tutti coloro che desiderano costruire un mondo più giusto, più vero e rispettoso della dignità dell’uomo. Quest’ottica è emersa ed è stata formulata nei Documenti del concilio Vaticano ii , che ribadendo la responsabilità di proteggere la dignità di ogni persona umana afferma che: «I fedeli perciò devono riconoscere la natura profonda di tutta la creazione, il suo valore e la sua ordinazione alla lode di Dio [...]. Tutti insieme, e ognuno per la sua parte, devono nutrire il mondo con i frutti spirituali (cfr. Gal 5, 22) e in esso diffondere lo spirito che anima i poveri, miti e pacifici»21.

Le persone che abitano il mondo hanno bisogno di risposte concrete che favoriscano uno sviluppo finalizzato all’integrità delle persone, delle famiglie e delle comunità. Riequilibrare in questo modo le relazioni della famiglia umana, cercando un bilanciamento tra dignità e giustizia, è il fondamento della stabilità dell’ordinamento internazionale: «Ciascun popolo deve produrre di più e meglio, onde dare da un lato a tutti i suoi componenti un livello di vita veramente umano, e contribuire nel contempo, dall’altro, allo sviluppo solidale dell’umanità»22.

Comprendere i meccanismi sociali ed economici significa prevenire le violazioni della dignità dell’uomo, in quanto in base alle scelte economiche che un Paese compie emerge su quale scala di valori si fonda. Lo sviluppo infatti non indica qualcosa di generico o liberamente interpretabile, bensì una programmazione capace di ridurre gli squilibri tra ricchi e poveri. La dottrina sociale della Chiesa rappresenta la concretizzazione dell’anelito che muove tutta l’azione della Santa Sede: aiutare l’uomo a riscoprire la propria natura e dignità che deriva dall’essere creati a immagine di Dio. In questa prospettiva: «L’economia e la finanza non esistono per sé stesse, esse non sono altro che uno strumento, un mezzo. Il loro fine è unicamente la persona umana e la sua piena realizzazione nella dignità. [...] Per questo, la novità sarebbe d’introdurre una logica che farebbe della persona umana, e in particolare delle famiglie e delle persone realmente bisognose, il centro e il fine dell’economia»23.

Affrontare il tema della sincera cooperazione significa considerare la povertà estrema, i crimini contro l’umanità, i conflitti che, non conoscendo frontiere fisiche, richiedono una concertazione tra diversi attori in quanto non possono essere risolti con un’azione isolata. Più volte Papa Francesco ci ha richiamato a questa dimensione della necessità di una sincera cooperazione, invitando a: «Trovare nuove strade, per trasformare le possibilità di cui disponiamo in una garanzia che consenta ad ogni persona di guardare al futuro con fondata fiducia e non solo con qualche desiderio»24.

Conclusioni


Per la Chiesa stare nella storia non è una scelta, è una condizione esistenziale che deve offrire all’uomo una buona promessa di vita. La scelta della Chiesa è proporre una fede capace di ispirare uno stile con cui stare dentro il mondo, costruendo nella Comunità internazionale forme di collaborazione e coordinamento tra tutti i soggetti coinvolti, e come ci ricordava Giovanni Paolo ii : «Ciò che più manca forse, oggi, ai soggetti della Comunità internazionale non sono certo le Convenzioni scritte, né le assemblee ove potersi esprimere: esse sono persino in eccesso! Quel che manca è piuttosto una legge morale e il coraggio di riferirsi ad essa. La comunità delle nazioni, come ogni società umana, non sfugge a questo principio di base: essa deve essere retta da una regola di diritto valida per tutti, senza eccezioni. Ogni sistema giuridico, lo sappiamo, ha per fondamento e per fine il bene comune»25.

Proprio questa correlazione e reciprocità, esistente tra specifico orizzonte culturale in cui vive la singola persona e servizio dell’ordinamento internazionale, costituisce l’ambito in cui si esplicita l’attenzione al bene dell’uomo e al bene che è l’uomo. Quanto più l’ordinamento internazionale riesce a salvaguardare e a mantenere equilibrate le relazioni tra soggetti diversi, tanto più risulterà possibile il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo. Purtroppo, al giorno d’oggi assistiamo ad un orientamento: «volto a relativizzare o addirittura negare il fondamento dei diritti — la dignità umana — e i valori che tali diritti esprimono. [...] Il problema di fondo non risiede nella concezione dei diritti o nella attività degli Organismi internazionali, ma nel significato che si attribuisce alla vita dell’uomo, quella fisica, sociale, spirituale»26. Il richiamo della Chiesa potrà avere effetto solo se: «Anche le Istituzioni internazionali garantiranno con imparzialità ed efficienza il loro servizio, ma nel pieno rispetto delle convinzioni più profonde dell’animo umano e delle aspirazioni di ogni persona»27.

La Santa Sede propone una svolta culturale e un cambio di pensiero che sappiano creare un’autentica società dell’amore fondata in Dio, perché quando l’uomo smarrisce il senso di Dio, smarrisce anche se stesso: «L’oblio di Dio rende opaca la creatura stessa»28. La Santa Sede, attraverso tanti uomini e donne di buona volontà, giovani, laici, sacerdoti e persone consacrate, è fortemente impegnata a difendere e promuovere i diritti fondamentali dell’uomo, svolgendo un capillare e diffuso lavoro di informazione e sensibilizzazione per aiutare ogni soggetto della Comunità internazionale a comprendere meglio il valore della dignità umana e il dovere sociale di difendere e proteggere ogni vita.

La Santa Sede opera infatti per diffondere un umanesimo che sappia guardare alla vita come al dono più alto che Dio ha fatto all’uomo. Come ebbi a dire il 29 giugno 2019: «Le finalità della diplomazia della Santa Sede si sintetizzano nella ricerca e nella promozione della pace, che nella Gaudium et spes non è solo assenza di conflitto, ma che deriva dall’ordine e della giustizia, somma di beni materiali e spirituali. Papa Francesco si inserisce nel solco della Chiesa, invitandoci a non considerare i problemi in astratto, ma nella concretezza, avendo sempre di fronte i volti delle persone: bambini, anziani, emarginati, vittime di violenza»29. Rispettare la dignità umana, nel contesto internazionale, significa anche fare tutto il possibile per salvarla. Rispettare la vita significa, ancora, mettere al primo posto la persona. Il concetto di Responsabilità di proteggere è in questo senso strettamente collegato al concetto di sicurezza umana, dove la dignità di ogni singola persona diviene il fulcro per ogni decisione. Nell’Esortazione Evangelii gaudium, Papa Francesco ci dona il criterio del «tempo superiore allo spazio» per orientare la responsabilità di proteggere nei cammini della storia, specificando che: «Questo principio permette di lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati. Aiuta a sopportare con pazienza situazioni difficili e avverse, o i cambiamenti dei piani che il dinamismo della realtà impone. È un invito ad assumere la tensione tra pienezza e limite, assegnando priorità al tempo. [...] Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici. Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci»30.

Operando nell’ottica del “costruire ponti”, la diplomazia pontificia persegue gli obiettivi di: promuovere il dialogo ed il negoziato come mezzo di soluzione dei confini; diffondere la fraternità; promuovere la lotta alla povertà; edificare la pace e valorizzare la responsabilità di proteggere la dignità umana. La diplomazia della Santa Sede ha una chiara funzione ecclesiale: se è certamente lo strumento di comunione che unisce il Romano Pontefice ai Vescovi a capo delle Chiese locali o che consente di garantire la vita delle Chiese locali rispetto alle Autorità civili, oserei dire che è anche il veicolo del Successore di Pietro per “raggiungere le periferie”, sia quelle della realtà ecclesiale che quelle della famiglia umana. Senza l’opera delle Rappresentanze diplomatiche pontificie quanti credenti — e non solo battezzati — vedrebbero limitata la loro fede? Quante istituzioni della Chiesa rimarrebbero senza quel vitale contatto con il suo governo centrale che ne disegna l’agire, dà loro sostegno e finanche credibilità? Sul versante della società civile, la mancata presenza della Santa Sede nei diversi contesti intergovernativi di quali orientamenti etici priverebbe gli indirizzi di cooperazione, il disarmo, la lotta alla povertà, l’eliminazione della fame, la cura delle malattie, l’alfabetizzazione?31.

Nell’attuale panorama mondiale, segnato dalla complessità e dalla diversità spesso innalzata come segno di orgoglio e di identità per distinguersi dal resto del mondo, la Santa Sede, tanto nella Comunità internazionale quanto nello specifico di ogni Nazione, collabora a costruire un mondo che sappia assumersi la responsabilità concreta di proteggere la dignità di ogni persona. Responsabilità che si fonda non solo sullo sforzo di affrontare i problemi, ma sul coraggio di salvaguardare e valorizzare l’umanità e la sua dignità attraverso la ricerca di un equilibrio il cui confine non è la necessità della sicurezza ma la vita dell’uomo lì dove accade.
 

1 Papa Francesco, Discorso in occasione dell’Incontro con la classe dirigente e con il Corpo Diplomatico, Palazzo Presidenziale, Bangui (Repubblica Centrafricana), 29 novembre 2015.
2 A. Casaroli, Tra esigenze ideali e realismo tensione costante verso la pace, 19 novembre 1983, in «L’Osservatore Romano,» Domenica 20 novembre 1983, 9-11.
3 Papa Francesco, Lettera enciclica Fratelli tutti, n. 115.
4 g.s. , n. 90.
5 Pauli pp. vi, Litterae Apostolicae motu proprio datae: Catholicam Christi Ecclesiam, 6 Ianuarii 1967, in a.a.s. , lix (1967), (edizione in lingua italiana, e.v ., vol. 2, n. 959).
6 Papa Francesco , Lettera apostolica Humanam progressionem in forma di Motu proprio con cui si istituisce il Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, 17 agosto 2016.
7 Pietro Parolin , Lectio Magistralis, Una diplomazia al lavoro della pace, Aula Magna dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, 28 novembre 2019.
8 H. de Riedmatten, La presenza della Santa Sede negli organismi internazionali, in «Concilium», 8 (1970), pp. 98-99.
9 u.n., United Nations Conference on Trade and Development, E/Conf.46/141, Vol. ii (23 march-16 June 1964), p. 213.
10 u.n., United Nations Conference on Trade and Development, E/Conf.46/141, p. 214.
11 A. G. Roncalli , Souvenirs d’un Nonce, Cahiers de France (1944-1953), Roma, 1963, pp. 110-112.
12 Papa Francesco, Udienza generale, 2 settembre 2020.
13 «Che cosa è giustizia? [...] giustizia è costanzia di perpetua volontà [...] sia, che non vagilli, ma sia ferma; e che si renda a ciascuno quello che è suo, e quello che gli conviene». San Bernardino da Siena, Antologia delle prediche volgari, F. Felice - M. Fochesato (a cura di), Siena, 2010, p. 88.
14 g.s . , n. 29.
15 Pauli pp. vi , Nuntius scripto datus: Ad universos homines, praesertim Christifideles, calendis ianuariis diem fovendae paci per totum terrarum orbem dicatum celebraturos, 18 ottobre 1975, in a.a.s. , lxvii (1975), pp. 666-671.
16 g.s . , n. 78.
17 g.s. , n. 78.
18 Papa Francesco, Discorso all’Incontro con le Autorità, la società civile e il Corpo Diplomatico, Palazzo Presidenziale (Maputo), 5 settembre 2019.
19 g.s . , n. 85.
20 Papa Francesco , Udienza generale, 9 settembre 2020.
21 Concilium oecumenicum Vaticanum ii , Consitutio: Lumen gentium, in a.a.s. , lvii (1965), nn. 36-37, (edizione in lingua italiana, e.v. , vol. 1, nn. 378-385), nn. 36-37.
22 Pauli pp. vi , Populorum progressio, nn. 48, 50.
23 Benedetto xvi , L’uomo è l’unico vero capitale da salvare, 12 giugno 2010.
24 Papa Francesco , Discorso durante la Visita alla Sede della fao a Roma in occasione della Giornata Mondiale dell’Alimentazione, 16 ottobre 2017.
25 Ioannis Pauli pp. ii , Allocutio: Ad oratores nationum, Vasintoniae, 13 Ianuarii 1997, in a.a.s. , lxxxix (1997), n. 4.
26 V. Buonomo , Il diritto della Comunità internazionale, Città del Vaticano, 2010, pp. 78-79, 86-87.
27 Benedetto xvi , Al Signor Jacques Diouf, Direttore Generale della fao. , in occasione della Giornata Mondiale dell’Alimentazione.
28 g.s ., n. 36.29 «Avvenire», 29 giugno 2019
30 Papa Francesco , Esortazione Apostolica Evangelii gaudium, n. 223.
31 Pietro Parolin , Lectio magistralis al “Dies Academicus” della Pontificia Università Gregoriana, 11 marzo 2015.