· Città del Vaticano ·

La visita del cardinale Segretario di Stato in Camerun

La fede è più grande
delle intimidazioni

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02 febbraio 2021

Salutando la visita del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, «prima autorità straniera ad incontrare le popolazioni delle regioni nord-ovest e sud-ovest del Camerun dall’inizio della crisi nel 2016», monsignor Andrew Nkea Fuanya, Arcivescovo dell’Arcidiocesi metropolitana di Bamenda, si è fatto interprete del sentimento di molte persone che, nonostante le intimidazioni diffuse, sono accorse per pregare insieme per la pace.

Da più parti sono state offerte interpretazioni del blocco imposto dai separatisti — la delegazione della Santa Sede ha attraversato una città dove tutte le attività erano sospese e le strade completamente deserte — forse cercato per mostrare al cardinale Parolin in quali condizioni la popolazione è costretta a vivere, più che per inviare un messaggio di protesta alla Chiesa. Infatti, l’arcivescovo Nkea ha salutato il coraggio delle migliaia di persone che si sono presentate per assistere alla solenne celebrazione di domenica 31 gennaio.

Era sufficiente guardare gli occhi dei tanti giovani che, sabato 30 gennaio, hanno percorso una lunga strada per dare il benvenuto al cardinal Parolin nel recinto della Cattedrale di San Giuseppe in Mankon, per capire la gioia che abitava il loro cuore: «Siamo felici perché, in questo tempo di crisi, ti vediamo come un messaggero di pace», ha sottolineato l’arcivescovo Nkea. «Ti vediamo come un ambasciatore della riconciliazione. Ti vediamo come un promotore di giustizia. Vediamo in te la presenza dello stesso Santo Padre Papa Francesco in mezzo a noi. Anche quando il Santo Padre non dice nulla, la sua presenza è una presenza consolante. Le sue benedizioni portano pace e le sue parole vengono come unzione sulle ferite di coloro che sanguinano. Con la tua presenza qui, posso ripetere con forza: Adesso è tempo di pace».

La visita del cardinale Parolin, preparata e organizzata in ogni dettaglio dal nunzio apostolico, arcivescovo Giulio Murat, e dal suo collaboratore reverendo Mario Biffi, si svolge in un momento in cui le popolazioni delle Regioni di Nord Ovest e Sud Ovest del Camerun vedono molte sofferenze per una situazione che non hanno creato: migliaia sono sfollati interni o sono fuggiti come rifugiati. In molte occasioni le aziende sono state chiuse e per circa quattro anni ai bambini e ai giovani non è stato permesso di andare a scuola. Come ha ricordato monsignor Nkea: «I bambini erano usati come esca per motivi politici e per la lotta. Molti sacerdoti, religiosi, vescovi e laici di questa provincia sono stati picchiati, molestati o addirittura uccisi nel conflitto. Eppure, la Chiesa continua a portare il messaggio del Vangelo come luce di speranza a un popolo traumatizzato».

Per la città di Bamenda la presenza del segretario di Stato di Papa Francesco è un’occasione per contribuire a lavorare per la pace, la giustizia e la riconciliazione. «Siamo sicuri — ha detto l’arcivescovo Nkea — che il tuo arrivo a Bamenda sarà come la pioggia, che non cade mai senza annaffiare il terreno. Così anche tu non ci lascerai per continuare a combattere, ma ci lascerai come persone che inizieranno ad amarsi l’un l’altra».

Concludendo il suo saluto al cardinal Parolin, monsignor Nkea ha affermato: «A noi gente di Bamenda, mancano molte cose, l’unica cosa che non ci manca è la fede. La presenza qui della gente di Bamenda, in così grande numero, è un segno sicuro che la loro fede è più grande della politica. La fede del popolo dell’arcidiocesi di Bamenda è più grande dell’intimidazione. E la loro presenza qui è la prova che il diavolo è un bugiardo. Con la fede in Dio e con profonda gratitudine per la persona di Vostra Eminenza, possiamo ora pregare insieme per la pace e la riconciliazione».

La speranza in un futuro segnato da rinascita e riconciliazione si è accesa sul viso di molte persone, e i canti che hanno accompagnato tutto il tempo della presenza del cardinal Parolin, giorno e notte, hanno rappresentato un primo seme per far crescere l’albero della pace. Il segretario di Stato ha messo i suoi occhi negli occhi della gente sofferente, ha posto i suoi piedi sul terreno bagnato dal sangue dell’odio, ha offerto parole di riconciliazione e di pace per invitare tutti, nessuno escluso, a deporre ciò che impedisce il cammino del dialogo.