· Città del Vaticano ·

Omelia del cardinale segretario di Stato a Bamenda

Pace e riconciliazione
per il Camerun

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01 febbraio 2021

Terminerà il prossimo 3 febbraio il viaggio del cardinale Parolin in Camerun. Accompagnato da monsignor Ivan Santus, officiale della Sezione per i Rapporti con gli Stati, il porporato era giunto nel Paese africano lo scorso 28 gennaio, per testimoniare la vicinanza del Pontefice a una terra ricca di umanità ma segnata da sofferenze. Oltre a incontrare le autorità locali, il segretario di Stato ha anche visitato a Yaoundé il Foyer de l’Esperance, che si occupa di minori di strada. 

Pubblichiamo il testo italiano dell’omelia pronunciata in inglese dal cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, in occasione della messa per l’imposizione del pallio a monsignor Andrew Nkea Fuanya, arcivescovo di Bamenda, celebrata nella cattedrale della sede metropolitana camerunense il 31 gennaio, quarta domenica del tempo ordinario.

Cari fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato,

Distinte Autorità,

Cari fratelli e sorelle nel Signore,

Sono lieto di celebrare oggi con voi questa liturgia eucaristica. Reco a tutti voi, assieme al mio personale saluto, anche quello del Santo Padre il Papa Francesco: egli vi porta nel cuore e vi assicura la sua vicinanza e la sua preghiera. Il Papa è ben consapevole delle difficoltà che avete vissuto in questi anni e che state ancora vivendo: chiede per voi la consolazione del Signore, in particolare per coloro che sono stati vittime della violenza o che, in questa crisi, hanno perso amici e persone care. Egli si unisce al desiderio di pace e di riconciliazione che da questa amata e meravigliosa terra sale verso Dio.

Desidero esprimere con voi la mia gratitudine al Signore, che ci dona la gioia di riunirci oggi, in occasione dell’imposizione del Pallio a S.E. Mons. Andrew Nkea, Pastore di questa Chiesa particolare, «nella quale è presente e opera la Chiesa di Cristo, una, santa, cattolica e apostolica» ( cd n. 11). La presenza di tanti, in questa Cattedrale, testimonia l’affetto che vi lega al vostro Arcivescovo e il vostro desiderio di fare festa con lui.

Il Pallio è simbolo di un particolare legame di comunione con il Papa: tessuto con la lana di agnelli da lui benedetti nella festa di sant’Agnese, esso evoca la figura del buon Pastore, che va in cerca della pecora smarrita ponendosela sulle spalle. Rappresenta la potestà che l’arcivescovo esercita nella Provincia ecclesiastica, in comunione con il Sommo Pontefice. È un segno ricco di significato, che inaugura con forza il mandato di ogni nuovo arcivescovo: il suo nuovo ministero viene posto fin dall’inizio sotto il segno della comunione, in obbedienza e unione al Santo Padre e in condivisione con i confratelli vescovi.

Allo stesso modo, abbiamo ascoltato oggi, nella lettura del Vangelo di Marco, un altro inizio, quello del ministero pubblico di Gesù. È la prima scena di quella che viene comunemente denominata “la giornata di Cafarnao”: una giornata-tipo di Gesù nella quale confluiscono i tratti indelebili del suo agire. Ambientato nella sinagoga, in giorno di sabato, il primo atto della vicenda pubblica del Signore mette in risalto due tra le sue peculiari caratteristiche: la sua qualità di Maestro e la sua lotta contro lo spirito impuro.

L’evangelista ci informa che il primo gesto compiuto da Gesù è quello di “insegnare”. Gesù si propone innanzitutto come Maestro; come un maestro dotato di un’autorità che lascia stupiti i suoi ascoltatori: si tratta, infatti, di un’autorevolezza che supera il confronto con gli scribi del tempo. Tale autorità non si basa sull’abilità retorica di Gesù ma sgorga, piuttosto, dal suo Mistero, dal suo essere Figlio di Dio, come rivelato nella scena del Battesimo al Giordano, che precede di poco il brano odierno: poiché è “il” Figlio, l’Amato, egli può insegnare con autorità. Di più: tale autorevolezza acquista il sapore della novità, una novità che accompagna sempre la manifestazione della sua Persona, perché, secondo la famosa espressione di sant’Ireneo: «Gesù Cristo portò ogni novità portando sé stesso».

Di fronte a questo primo tratto, ci possiamo interrogare in ordine alla nostra disponibilità all’ascolto di Gesù quale perfetto Maestro. Mentre molte voci risuonano e si rincorrono intorno a noi; mentre tanti vogliono “fare da maestri” nella nostra vita, il Vangelo odierno ci sollecita ad accordare un peso unico alla Parola di Cristo. Riusciamo a distinguere la sua autorevolezza? Ci affidiamo e — di conseguenza — ci fidiamo della sua Parola? Abbiamo sperimentato la novità del Vangelo che è capace di rinnovare, nel profondo e in maniera radicale, la nostra vita? È perfino superfluo richiamare che solo la familiarità costante con il Vangelo ci permetterà di rispondere a queste domande. Solo l’ascolto liturgico e la lettura personale della Scrittura ci aiuteranno a discernere la Parola che non passa. Per questo motivo, il Papa, in diverse occasioni, ci ha invitati a portare con noi un piccolo libro del Vangelo. Il “Vangelo in tasca” non è uno slogan ma un programma spirituale.

E veniamo ora al secondo tratto della personalità di Gesù che qui emerge: la lotta contro lo spirito del Male. Dinanzi a Gesù, sta un uomo posseduto da uno spirito impuro. «Gli spiriti immondi compaiono nel Vangelo come poteri non umani, che reagiscono in maniera personale, dispongono di uno speciale sapere, sono in contrasto con Dio e dominano e fanno del male a non pochi esseri umani. Sono in opposizione allo Spirito Santo di Dio. Trascinando gli uomini di qui e di là, impediscono loro di disporre liberamente di sé e si dimostrano potenze nemiche dell’uomo. Gesù è superiore a loro; con una sola parola vince la loro potenza; libera gli uomini da tale schiavitù, restituendo loro la libera disponibilità di sé stessi» (K. Stock, Marco. Commento contestuale al secondo Vangelo, adp , Roma, 2003).

Gesù vuole il bene dell’uomo e per questo lo libera dal Male. È venuto per questo: per mandare in rovina chi divide l’uomo al suo interno, il temibile Divisore. Gesù è in grado di operare una totale liberazione precisamente attraverso la sua semplice e potente Parola: «Esci da lui!». Non formule magiche; neppure strani gesti: è la Sua Parola che risulta oltremodo efficace. E tuttavia nel nostro testo si nota l’atmosfera di una vera lotta: il male è vinto ma è duro da vincere!

Questo secondo tratto della vita pubblica di Gesù ci rimanda al tema della lotta contro il male e, in particolare, della lotta spirituale che ciascuno di noi è chiamato a vivere. Il Male c’è e Cristo è in grado di sconfiggerlo. Sta a noi esercitarci, ogni giorno, in tale combattimento. Ci vengono in aiuto le pressanti esortazioni dell’apostolo Paolo che — nella lettera agli Efesini — così si esprime: «Rafforzatevi nel Signore e nel vigore della sua potenza. Indossate l’armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti» (Ef 6, 10-12). L’apostolo Paolo ci indica l’origine della nostra forza: il Signore che agisce in noi con il vigore della sua potenza; insieme, ci sollecita a smascherare l’avversario, ossia lo spirito del male. Possiamo sintetizzare il contenuto dell’esortazione di Paolo — che permette di far risuonare il secondo tratto della pagina di Marco — in due termini, preziosi per il cammino spirituale: serenità e vigilanza. Serenità perché con Cristo siamo vincitori, nell’adesione a lui attraverso la preghiera e la vita sacramentale; vigilanza per poter discernere il Male lì dove si annida, a cominciare dal nostro cuore.

Cari fratelli e sorelle, nella difficile situazione in cui vi trovate a vivere potete sperimentare da vicino la potenza del Male che agisce nel mondo: sono, purtroppo, frequenti le notizie delle violenze, delle divisioni, delle lotte fratricide che affliggono questa cara terra. Il Vangelo di oggi ci insegna a non temere il Male e a confidare in Colui che sa come vincerlo. Ci insegna, anche, che la via per sconfiggere il Male passa, innanzitutto, dalla nostra interiorità, dalla purificazione del cuore di ciascuno. Chi lotta contro il male che alberga nel suo cuore, diventa portatore di bene e di pace nella sua famiglia, tra i suoi amici, nella sua comunità: e diviene, in questo modo, un seme di speranza per tutti.

Dopo aver messo in luce gli insegnamenti centrali del nostro episodio, desidero concludere attirando l’attenzione sulla reazione di quanti hanno ascoltato le parole di Gesù. L’evangelista Marco annota che tutti restano stupefatti e che insorge una domanda: «Che è questo?». Dopo duemila anni, lo stupore e la domanda — di fronte al Signore Gesù — sono atteggiamenti preziosi da custodire con cura. Non dovremmo mai smettere di riflettere su tale Mistero per evitare il rischio della superbia spirituale, di chi è convinto di saper già tutto su Gesù, senza rendersi conto che egli è sempre più grande di quanto possiamo umanamente comprendere. Non dovremmo mai smettere di meravigliarci davanti al Mistero fondamentale della nostra fede cristiana: quello del Figlio di Dio che si è fatto uomo per la nostra liberazione.

Nella gioia di questa celebrazione, chiediamo la grazia di lasciarci trasformare dall’incontro con Gesù: il Signore ci conceda di avere sempre fiducia nella sua Parola, speranza nella sua forza liberatrice, meraviglia per l’amore che Egli nutre per noi. Egli sia sempre vicino a ciascuno di voi, presente nel vostro cuore con la sua pace. E da lì, il meraviglioso dono della pace possa irradiarsi a tutti gli angoli di questa cara terra e ad ogni uomo che vi abita.

Affido le vostre comunità e ciascuno di voi a Maria, Madre della Chiesa e Regina della Pace. Invoco su di voi la protezione di San Giuseppe, a cui questa vostra Cattedrale è dedicata, con le parole del Santo Padre il Papa Francesco: «O Beato Giuseppe, mostrati padre anche per noi, / e guidaci nel cammino della vita. / Ottienici grazia, misericordia e coraggio, / e difendici da ogni male. Amen» (Patris corde).