· Città del Vaticano ·

Colloquio con il cardinale prefetto Luis Francisco Ladaria Ferrer

A servizio del tesoro di tutti

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01 febbraio 2021

«Non siamo più l’Inquisizione». Il cardinale Luis Francisco Ladaria Ferrer, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, apre con una precisazione importante la presentazione del suo dicastero, che oggi affronta un tema spinoso per la Chiesa come quello degli abusi sui minori da parte di esponenti del clero. Facciamo vedere alle persone coinvolte, spiega, che «nella Chiesa non c’è impunità», e così sosteniamo la loro «fiducia nella Chiesa». Tocchiamo «vere periferie», forse meno visibili di altre, «ma non meno reali e dolorose», anche perché molte volte «le vittime degli abusi sono fra i più poveri dei poveri». Il nostro bilancio di spesa «è modesto», ma adeguato alla nostra missione «promuovere e tutelare la dottrina sulla fede», perché la Chiesa «ha il dovere di trasmettere l’insegnamento degli Apostoli alle nuove generazioni».

La Congregazione per la dottrina della fede è la prima e più antica, tra quelle della Curia romana, ma il suo nome è legato al luogo comune di una Chiesa rigorista, e richiama istituti come l’Inquisizione e l’Indice. Oggi, in un contesto profondamente cambiato, qual è la missione della Congregazione che lei guida?

Il passato della nostra Congregazione pesa ancora, perché non sempre ci si rende conto dei profondi cambiamenti che ci sono stati nella Chiesa e nella Curia romana negli ultimi tempi. Non siamo più l’Inquisizione, l’Indice non esiste più.

La nostra missione è quella di promuovere e tutelare la dottrina sulla fede. Un compito che sarà sempre necessario, nella Chiesa, che ha il dovere di trasmettere l’insegnamento degli Apostoli alle nuove generazioni. Quella che veniva chiamata la “preoccupazione per la retta dottrina” nasce prima del Sant’ Uffizio, è già nel Nuovo Testamento. La testimoniamo tanti concili, sinodi, etc. Certo, il modo concreto di portare a termine questo compito è cambiato nei corsi dei secoli e possiamo pensare che cambierà ancora. Ma la preoccupazione per la fedeltà alla dottrina degli Apostoli rimarrà sempre.

Un compito che sembra quanto di più distante da un’attività di semplice gestione economica. Quali sono le voci di spesa del suo dicastero e in che modo il suo “bilancio economico” è giustificato dal “bilancio di missione” che deve caratterizzare il servizio di tutte le componenti della Curia romana?

Il nostro bilancio è modesto. Naturalmente ci sono gli stipendi degli officiali e le spese di un normale funzionamento del dicastero. Aggiungiamo qualche viaggio, le sedute della Pontificia Commissione Biblica, della Commissione Teologica internazionale, alcune pubblicazioni, i compensi, modesti, ai nostri collaboratori esterni… Il bilancio della nostra Congregazione è il bilancio adeguato alla nostra missione. Non dobbiamo inventare “missioni”: ci basta il molto lavoro che abbiamo nell’adempiere i nostri compiti.

Da sette anni un gesuita siede sulla Cattedra di Pietro e da tre anni lei, che è un suo confratello, guida la Congregazione per la dottrina della fede, dopo esserne stato per oltre un ventennio consultore e poi segretario. Qual è oggi l’impronta della spiritualità ignaziana nel governo della Chiesa universale e, in particolare, del dicastero di cui lei è prefetto?

Naturalmente in molti interventi del Papa si scopre facilmente la sua familiarità con la spiritualità di sant’Ignazio di Loyola. È naturale che sia così. Ed è normale che questo abbia delle conseguenze nel suo modo di governare e nelle sue decisioni. Ma la spiritualità ignaziana è universalista, non particolarista, si apre a tutto e a tutti, e per questo risulta difficile identificare delle conseguenze concrete. Forse altre persone possono scoprirlo meglio di me. Lo stesso posso dire per quanto riguarda il nostro dicastero: bisognerebbe chiedere agli altri se riconoscono, e in quale misura, queste impronte ignaziane.

Può farci tre esempi concreti — come nella miglior tradizione della Compagnia di Gesù — per illustrare lo svolgimento del vostro lavoro, sottolineando in particolare se ha una dimensione sol0 “romana” o se comporta anche missioni in altre parti del mondo?

La nostra missione è universale, anche se il nostro lavoro si svolge a Roma. Ma i nostri documenti sono per la Chiesa universale, e le decisioni che ogni giorno dobbiamo prendere, nell’ambito delle nostre competenze, pochissime volte riguardano direttamente Roma. Le missioni più importanti che ci portano fuori Roma, riguardano gli incontri periodici con le commissioni dottrinali delle Conferenze episcopali dei diversi continenti. Nel mio tempo di servizio nella Congregazione ho partecipato a tre di questi incontri: per l’Africa (Dar es Salam, 2009), l’Europa (Budapest, 2014); l’Asia (Bangkok, 2019). In due occasioni siamo stati anche in India. E non dimentichiamo gli incontri con l’episcopato di tutto il mondo, in occasione delle visite “ad limina”, qui in Vaticano. Hanno grande importanza, e ci prendono molto tempo e molte energie.

Sul tema cruciale degli abusi sui minori, la Congregazione è impegnata non solo sul terreno strettamente “disciplinare”, per individuare e giudicare con rigore i casi denunciati, ma anche in un’opera di sensibilizzazione e di indirizzo rivolta ai vescovi e alle Chiese locali. Quali sono le modalità e i costi di questo impegno?

Noi dobbiamo studiare e risolvere i molti casi di abusi di cui veniamo a conoscenza. E nel trattare questi casi, facciamo un’opera di sensibilizzazione, sosteniamo la fiducia nella Chiesa delle persone coinvolte, facendo vedere che nella Chiesa non c’è impunità. Le visite “ad limina”, sono fondamentali per sensibilizzare sul problema gli episcopati dei diversi Paesi. Purtroppo in questi ultimi mesi, a causa della pandemia, abbiamo dovuto sospendere questi incontri.

Si può individuare una strategia “sociale” nell’attività della Congregazione, in particolare per rispondere al mandato del Papa di raggiungere le “periferie” del nostro tempo e di essere accanto ai poveri e agli ultimi?

Ci sono periferie di molti tipi. Le persone che dobbiamo ascoltare, i problemi che dobbiamo risolvere, toccano vere periferie, forse non così visibili come altre, ma non per questo meno reali e dolorose. Non dimentichiamo che in non poche occasioni le vittime degli abusi sono fra i più poveri dei poveri. Naturalmente noi dobbiamo studiare tutti i casi.

di Alessandro Di Bussolo