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Dentro il Vaticano
La Congregazione per le Chiese orientali

Ponte di carità e di dialogo

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15 febbraio 2021

 Per la cura pastorale e spirituale di circa 23 milioni di fedeli


È l’“avamposto” della sollecitudine della Chiesa nei territori dell’Oriente cristiano, il “braccio disarmato” della carità del Papa in regioni dove guerre, terrorismo, violenza scandiscono tragicamente la vita delle persone. Spenta da poco la sua centesima “candelina” –  l’istituzione è nata nel 1917, ma vanta un precedente illustre già ai tempi di Gregorio XIII (1572-1585), quando esisteva una Congregatio de rebus Graecorum che trattava le questioni relative ai cattolici di rito bizantino o greco – la Congregazione per le Chiese orientali guarda al futuro con realismo e fiducia, continuando a lavorare ogni giorno in prima linea su molti dei fronti “caldi” del pianeta. Lo fa lontano dai riflettori mediatici – spesso indifferenti alle persecuzioni che in tante parti del mondo si consumano proprio ai danni dei credenti – con la consapevolezza che il cammino del dialogo e della fraternità esige uno stile fatto di pazienza, audacia, ostinazione.

Nel suo primo mezzo secolo di vita a presiedere il dicastero è stato lo stesso Pontefice. Legittimo motivo di orgoglio, che conferma la natura peculiare di questo organismo, la cui competenza si estende a tutto ciò che riguarda la molteplice e variegata presenza dei cattolici appartenenti alle Chiese orientali residenti in Medio Oriente, nell’Europa dell’est, nel Nord Africa e in India, oltre a quelli sparsi in Occidente a causa della diaspora. Ma il suo non è un ruolo “di parte”: un’importanza fondamentale giocano infatti l’impegno nel campo ecumenico, soprattutto nei rapporti con la Chiesa ortodossa, e il contatto quotidiano con le altre religioni, in particolare con l’islam.

La Congregazione resta comunque un punto di riferimento soprattutto per i cristiani che vivono in Terra Santa. Spesso è la loro unica fonte di sostegno in mezzo alle difficoltà sociali ed economiche in cui si trovano. Conflitti, fame, disordini e tensioni a sfondo religioso sono solo alcune delle emergenze che il dicastero si trova ad affrontare quotidianamente per venire incontro ai bisogni dei cattolici orientali. Un compito a cui provvede un gruppo di officiali e collaboratori, impegnati ogni giorno a rispondere alle richieste dei tanti che bussano idealmente alle porte di Via della Conciliazione 34.

Dal singolare al plurale


Quando Benedetto XV l’aveva istituita nel 1917, la Congregazione era denominata “per la Chiesa Orientale” (al singolare) e la sua competenza si estendeva a tutte le comunità orientali presenti in particolare in Medio Oriente, India, Europa dell’Est e Africa – precisamente in Egitto, Eritrea e Etiopia – ma anche ai cattolici latini di alcuni territori come la Turchia. A spingere il Papa alla creazione del nuovo dicastero era stata la necessità di risolvere un’incongruenza. Dal 1862, infatti, le Chiese orientali erano di competenza di Propaganda Fide, insieme ai territori di missione. Evidente il paradosso, considerato che i cristiani d’Oriente, tra i primi ad avere ricevuto l’annuncio del Vangelo, risultavano sotto la giurisdizione di una Congregazione nata invece con il compito di provvedere alle popolazioni che ancora non conoscevano la “buona novella”.

Ben presto la denominazione del dicastero cambiò dal singolare al plurale, per oggettivi motivi di natura ecclesiale. Quelle orientali, infatti, sono un insieme di Chiese sui iuris, ognuna con il proprio patrimonio liturgico, canonico, spirituale, patristico, con i propri santi e i propri martiri; ognuna dotata di una certa autonomia o autarchia; ognuna con il proprio capo di Chiesa (patriarca, arcivescovo maggiore, metropolita), ma sempre in comunione con Roma.

Nei cinquant’anni in cui gli fu riservata la carica di prefetto, il Papa era aiutato da un segretario scelto tra il collegio dei cardinali. Tra i diversi Pontefici che ne ricoprirono l’incarico va ricordato Pio XI, “grande visionario delle Chiese orientali”, grazie alla cui intuizione nel 1929 venne creato il collegio Russicum. Con la riforma della Curia, infine, Paolo VI rinunciò nel 1967 al titolo di prefetto e formulò il nuovo organigramma del dicastero. Pochi anni prima si era concluso il concilio Vaticano II, il cui decreto Orientalium ecclesiarum aveva rimarcato la finalità delle Chiese cattoliche orientali chiamate a coabitare con le Chiese ortodosse, condividendone la fede, i sacramenti, la devozione alla Madonna. Dai padri conciliari esse venivano incoraggiate in particolare a promuovere l’unità in uno sforzo ecumenico comune.

Fra le altre tappe importanti della storia della Congregazione, da sottolineare nel 1990 la promulgazione, da parte di Giovanni Paolo II, del Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium (CCEO), il Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, che ha contribuito a dare definitiva visibilità canonica e strutturale a tutte le comunità di competenza del dicastero.

Circa 23 milioni di fedeli


Ma qual è il ritratto delle Chiese cattoliche orientali? La costituzione dogmatica Lumen gentium del concilio Vaticano II le ha ottimamente collocate in seno alla comunione delle Chiese che è la Chiesa cattolica: «Per divina Provvidenza è avvenuto che varie Chiese, in vari luoghi stabilite dagli apostoli e dai loro successori, durante i secoli si sono costituite in vari raggruppamenti, organicamente congiunti, i quali, salva restando l’unità della fede e l’unica costituzione divina della Chiesa universale, godono di una propria disciplina, di un proprio uso liturgico, di un proprio patrimonio teologico e spirituale. Alcune fra esse, soprattutto le antiche Chiese patriarcali, quasi matrici della fede, ne hanno generate altre a modo di figlie, colle quali restano fino ai nostri tempi legate da un più stretto vincolo di carità nella vita sacramentale e nel mutuo rispetto dei diritti e dei doveri» (23).

Dal punto di vista numerico, si tratta di circa 23 milioni di fedeli, sparsi in tutti i continenti: dunque una porzione piuttosto piccola del “gregge” dei cattolici del mondo, ma ricca di fede, che trae le sue origini dagli apostoli e porta con sé le tradizioni secolari di riti liturgici, di spiritualità, di monachesimo, di patristica, di disciplina.

Sono per antonomasia Chiese sinodali: hanno cioè a capo un patriarca o un arcivescovo maggiore, ma è il Sinodo che governa dal punto di vista magisteriale, con la preparazione di documenti, l’adozione di nuove misure pastorali, la promozione della catechesi, la formazione dei seminaristi e dei sacerdoti. Il vincolo fraterno con il Vescovo di Roma è espresso attraverso la richiesta della comunione ecclesiastica. Quando una Chiesa patriarcale sceglie un nuovo pastore alla sua guida, infatti, egli è immediatamente proclamato eletto ma è tenuto a richiedere appunto la ecclesiastica communio con il Pontefice. Al contrario, quando si tratta di arcivescovi maggiori, essi devono attendere la conferma da parte del Papa. Altro elemento importante, che le differenzia dalla Chiesa latina, è la presenza in quasi tutte del clero uxorato, cioè di sacerdoti che possono essere sposati. I vescovi, invece, sono sempre scelti fra i chierici celibi o fra i monaci, come è tradizione anche nella Chiesa ortodossa.

A contatto con i punti “caldi” del mondo


Attualmente, il dicastero è composto da un collegio di membri – cardinali e vescovi – a capo del quale c’è il prefetto. A questi si aggiungono trenta officiali. Il personale conta la presenza di sei donne, impegnate in vari settori: ufficio per l’assegnazione di borse di studio a seminaristi e sacerdoti orientali, Riunione delle Opere per l’Aiuto alle Chiese Orientali (ROACO), Archivio, Protocollo, Economato, Colletta Terra Santa, servizi di segreteria.

La Congregazione lavora a stretto contatto con la Segreteria di Stato, dato che molti fedeli orientali vivono in zone sensibili, colpite da guerre, persecuzioni e povertà. Un rapporto particolare la lega anche al Pontificio consiglio per l’Unità dei cristiani. Il prefetto, infatti, è membro di questo dicastero e, viceversa, il presidente del Pontificio consiglio fa parte della Congregazione. Collaborano in particolare su tutto ciò che riguarda i rapporti con il mondo ortodosso. Va detto, in proposito, che nella maggior parte dei casi le relazioni fra Chiese orientali cattoliche e Chiese ortodosse sono cordiali (come, ad esempio, fra la Chiesa caldea e quella assira). Legami stretti di lavoro esistono pure con il Pontificio consiglio per il Dialogo interreligioso, dato che molti cristiani orientali vivono in Paesi dove la maggioranza dei cittadini appartiene ad altre fedi (si tratta soprattutto di musulmani e hindu).

Solidarietà a tutto campo


I dipendenti ricevono lo stipendio dalla Santa Sede. Le spese di gestione del dicastero vengono finanziate con il contributo della CNEWA (Catholic Near East Welfare Association), fondata da Pio XI nel 1926. La Congregazione elargisce contributi economici non solo direttamente alle eparchie e ai vescovi, ma anche a istituzioni caritative, assistenziali, sociali ed educative. Ciò è reso possibile dalla generosità con cui i fedeli nel mondo garantiscono le entrate, che provengono principalmente da: colletta di ottobre per le Pontificie opere missionarie, colletta del Venerdì Santo per la Terra Santa, offerte e donazioni di benefattori della CNEWA.

Una delle voci di spesa più consistente – con un costo per ciascun istituto di circa mezzo milione di euro all’anno – è costituita dal finanziamento agli otto Collegi orientali in Urbe, dove vengono accolti ogni anno tra i 200 e i 300 studenti provenienti dalle Chiese orientali. I Collegi sono un importante luogo di formazione e crescita umana, intellettuale e spirituale dei futuri pastori, e testimoniano l’attenzione che la Congregazione per le Chiese orientali dedica sia alla formazione di base, sia alla formazione permanente.

L’elenco si apre con l’istituto San Giovanni Damasceno, che accoglie i sacerdoti indiani di tradizione siro-malabarese e siro-malankarese; seguono il Pontificio collegio Greco, situato nel cuore di Roma, dove vivono i seminaristi che provengono dalla Slovacchia, Ungheria, Grecia, Israele, Serbia e dalle eparchie italo-albanesi; il Pontificio collegio San Giosafat che ospita seminaristi e sacerdoti che provengono dall’Ucraina; il Pontificio collegio Pio Romeno che offre alloggio a seminaristi che vengono dalla Romania, e, nello stesso edificio, il Collegio Sant’Efrem che accoglie sacerdoti di lingua araba; il Pontificio collegio Russicum che riunisce sacerdoti di tradizione bizantina provenienti dalla Slovacchia e dall’Ucraina; infine il Pontificio istituto Santa Maria del Patrocinio che accoglie le religiose di diverse Congregazioni religiose di rito orientale presenti nel mondo. Un discorso a parte riguarda il Pontificio collegio Etiopico, l’unico che sorge all’interno del Vaticano. La Congregazione sostiene direttamente i sacerdoti etiopi ed eritrei inviati a studiare nell’Urbe, che incontrano spesso grandi difficoltà non solo economiche. Particolarmente doloroso è il caso dell’Eritrea, dove vige un regime che restringe le libertà e dove, non a caso, il Papa ha voluto significativamente elevare la capitale Asmara ad arcieparchia metropolitana sui iuris. Il Pontificio collegio Maronita e il Pontificio collegio Armeno, infine, dipendono dalla Congregazione ma sono autonomi per l’aspetto economico.

Il Pontificio istituto Orientale (Pio) è affidato invece alla Compagnia di Gesù, ma è sostenuto in parte anche dal dicastero, che contribuisce al suo funzionamento con circa un milione di euro all’anno.

Il dicastero versa inoltre 50.000 dollari all’anno alla fondazione “Nostra Aetate” del Pontificio consiglio per il Dialogo interreligioso, e partecipa alle attività del Comitato cattolico per la collaborazione culturale, istituito in seno al Pontificio consiglio per l’Unità dei cristiani, sostenendo un onere di circa 25.000 euro annuali per l’erogazione di borse di studi agli studenti ortodossi ospiti del Collegio Russicum.

Un’altra voce di spesa nel bilancio è a favore delle scuole cattoliche, settore al quale la Congregazione dedica grande attenzione. Il sostegno offerto privilegia realtà difficili come, per esempio, quella del Libano, dove anche a causa della crisi economica lo stato di salute dell’istruzione è disastroso: recentemente sono stati inviati agli istituti cattolici del Paese 100.000 dollari a nome del Papa, ai quali ne sono stati aggiunti altri 100.000. Grazie alla Colletta del Venerdì Santo, il dicastero contribuisce al funzionamento di tutte le scuole cattoliche in Terra Santa con un’erogazione di 900.000 dollari, destinati rispettivamente al Segretariato di Solidarietà e al Patriarcato latino. Un milione di dollari all’anno rappresenta l’aiuto alla Bethlehem University, affidata ai Fratelli delle Scuole cristiane per la promozione culturale e sociale del popolo palestinese, indipendentemente dall’appartenenza confessionale. A Betlemme un supporto economico è garantito anche all’istituto Effetà, voluto da Paolo VI per accogliere bambini con gravi problemi di udito. La Congregazione elargisce infine varie borse di studio a cattolici orientali per incoraggiare lo studio della patristica, della spiritualità, dell’ecclesiologia e della liturgia orientali.  

Il ruolo delle agenzie caritative


Una delle realtà più importanti legate alla missione della Congregazione orientale è la ROACO, fondata dalla Congregazione medesima nel 1968 e presieduta dal prefetto. Per suo tramite, le diverse agenzie coinvolte – CNEWA, Œuvre d’Orient, Kirche in Not, Renovabis, Misereor – sono coordinate (ma non controllate) dal dicastero. Esse agiscono direttamente con i soggetti interessati: se un vescovo, ad esempio, ha bisogno di denaro per costruire una scuola o un centro pastorale, attraverso il nunzio apostolico si rivolge alla Congregazione, che segnala la necessità alle agenzie. Durante le riunioni annuali della ROACO si esaminano i progetti e si deliberano i finanziamenti richiesti. Sono poi le stesse agenzie a fornire l’aiuto economico al beneficiario e a controllare l’uso del denaro e i risultati dei lavori, anche attraverso propri corrispondenti sul posto.

Nell’opera di aiuto alle Chiese orientali, che il dicastero svolge a nome del Papa, conta molto lo spirito di solidarietà e di condivisione di tutta la comunità cristiana. Lo scorso anno, a causa del Covid-19, la Colletta per la Terra Santa è stata rinviata al 13 settembre, festa dell’Esaltazione della Croce, anziché il Venerdì Santo, come stabilito da Paolo VI. Effettuata tra i fedeli del mondo intero, essa viene gestita dai Frati minori della Custodia di Terra Santa. Il 65% del ricavato va alla stessa Custodia per tutti i luoghi santi, mentre il restante 35% – un importo che, in genere, oscilla tra 5 e 7 milioni di dollari all’anno – viene destinato alla Congregazione orientale con una finalità specifica, oltre alla cura dei fedeli delle Chiese in Terra Santa, ossia l’erogazione di sussidi ordinari e straordinari alle circoscrizioni orientali e latine, di competenza del dicastero, in tutti i continenti, per una somma complessiva di quasi 2,5 milioni di dollari.

Altra fonte di entrate, infine, è la Colletta mondiale per le missioni promossa dalle Pontificie opere missionarie: per volontà del Papa, il 4,85% del ricavato è destinato al dicastero e viene utilizzato non per spese organizzative interne ma, ancora una volta, per alimentare i sussidi destinati alle Chiese affidate alla sua giurisdizione.

La Commissione per la Liturgia


La preoccupazione per la salvaguardia e la promozione dei tesori delle tradizioni liturgiche orientali è sempre stata un elemento essenziale della missione della Congregazione per le Chiese orientali. L’espressione concreta di questa cura è la Commissione liturgica. Fu fondata nel 1931 da Papa Pio XI, quando molte delle Chiese Orientali si trovavano ad avere un bisogno urgente di testi, specialmente per coloro che uscivano dopo lunghi anni di comunismo. La Congregazione ha favorito un flusso costante di testi, grazie allo sforzo ingente e alle vaste conoscenze dei membri della Commissione: di fatto, alcune delle persone più rinomate nel campo della liturgia orientale vi hanno partecipato, dedicandovi tempo e attenzione per decenni.

L’opera liturgica svolta dalla Congregazione orientale coinvolge ben sette distinti riti orientali – bizantino, armeno, assiro-caldeo, siro-antiocheno, maronita, copto, etiopico –, ciascuno dei quali con i propri diversi rituali e il proprio ciclo di preghiere quotidiane nella liturgia delle ore, secondo il proprio calendario liturgico.

Dopo il concilio Vaticano II divenne ancor più vivo il desiderio di recuperare «le avite tradizioni» (Orientalium ecclesiarum, 6) e di ricondurre gli usi liturgici orientali all’originaria purezza. Con l’apertura alle lingue nazionali, le Chiese locali di rito greco-cattolico, appartenenti alla grande famiglia bizantino-slava, hanno dato avvio alla traduzione dei libri liturgici di uso più frequente in bulgaro, croato, ceco, macedone, russo, slovacco, ucraino, oltre alle lingue della diaspora tra le quali spicca l’inglese.

Un importante traguardo venne raggiunto, il 6 gennaio 1996, con la pubblicazione da parte della Congregazione orientale dell’Istruzione per l’applicazione delle prescrizioni liturgiche del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, diffuso tra le Chiese cattoliche orientali come testo normativo, e tradotto in molte lingue, per riassumere in modo pratico gli orientamenti in campo liturgico contenuti nel CCEO, promulgato nel 1990.

Il 1° settembre 2015 la composizione della Commissione liturgica è stata ricostituita da Papa Francesco che ha nominato il presidente e i nuovi membri, esperti e docenti al Pontificio istituto Orientale. Anche il compito della Commissione è stato aggiornato: non è più tanto quello di curare la pubblicazione dei libri liturgici – giacché oggi la maggior parte delle Chiese orientali cattoliche ha le Commissioni Liturgiche proprie che realizzano tale lavoro con zelo e competenza – quanto quello di vigilare sulla retta applicazione delle prescrizioni liturgiche e di approfondire specifiche questioni comuni alle diverse Chiese orientali. Il lavoro è permanente, dal momento che la liturgia è una realtà vivente.

Memoria storica e servizio alla ricerca


La Congregazione orientale custodisce tutta la documentazione prodotta dalla sua fondazione (1917) fino ad oggi. L’archivio del dicastero ha incrementato il proprio patrimonio storico grazie all’acquisizione del fondo documentario relativo al mezzo secolo di storia precedente, da quando cioè il beato Pio IX, nel 1862, istituì in seno a Propaganda Fide una distinta sezione per la trattazione degli affari orientali.

Le fonti ineriscono ai provvedimenti della Sede apostolica per il governo delle Chiese orientali cattoliche (elezione dei patriarchi e provviste delle eparchie, nomina dei vescovi eparchiali ed ausiliari, dei vicari apostolici, dei superiori di ordini religiosi, dei rappresentanti pontifici); alle decisioni e orientamenti assunti all’interno delle Chiese medesime (atti e decreti dei Sinodi); alle visite apostoliche come momenti e strumenti conoscitivi per ponderare e prospettare linee pastorali consone alle realtà specifiche dei territori; infine alle questioni liturgiche. Le carte offrono altresì una copiosa quantità di informazioni per la ricostruzione dei profili biografici di patriarchi, vescovi, presbiteri, religiosi e laici.

Il dicastero considera con la massima attenzione le esigenze della comunità scientifica che, in misura crescente, chiede di consultare le carte del fondo storico, ora accessibili fino al termine del pontificato di Pio XII: circa 6.000 buste che documentano un intero secolo di storia (1862-1958). Da quando, nel 1998, è stato inaugurato un regolare servizio archivistico di accoglienza e orientamento agli studiosi, le richieste di accesso alla sala di studio sono state quasi 700. Agli utenti vengono messi a disposizione i necessari strumenti di ricerca (indici e inventari) e un servizio di fotoriproduzione digitale dei documenti.

Far conoscere l’Oriente cristiano


Un Servizio informazioni Chiese orientali funziona nel dicastero dal 1946 con l’obiettivo di pubblicare ogni anno un Bollettino (SICO) che documentata la multiforme attività della Congregazione per la cura pastorale e spirituale dei fedeli, per la formazione del clero e dei religiosi, e per le opere educative e assistenziali in madrepatria, in diaspora, e in contesti particolarmente difficili come il Medio Oriente e l’Europa dell’est. Vi trovano stabile spazio i viaggi apostolici e i documenti del Romano Pontefice riguardanti l’Oriente cristiano, e una cronaca delle varie attività che la Congregazione svolge a favore delle varie Chiese orientali, tra cui le visite alle Chiese locali compiute dai superiori, con i testi dei loro interventi.

Recentemente il dicastero ha istituito al suo interno un Servizio editoria e comunicazione (SEC) allo scopo di veicolare meglio il contenuto e il significato del proprio mandato istituzionale, che è anche quello di far conoscere l’Oriente cristiano, creando attorno ad esso una rete globale di interessi, solidarietà, studi, attenzioni.

Considerate non solo le finalità istituzionali, ma anche le dinamiche geopolitiche e geoculturali messe in atto dalla Congregazione orientale, il SEC si propone di aggiornare il sito internet del dicastero (www.orientchurch.va), e di pianificare e curare le sue pubblicazioni, ordinarie e straordinarie: il citato periodico SICO, le monografie (Oriente Cattolico; libro d’arte, in preparazione, sul pittore Brailowsky), e gli atti di convegni (sulle Chiese martiri dell’Est europeo; per il ventennale di promulgazione del CCEO; in occasione del centenario del dicastero e del Pio). L’interesse del dicastero è anche quello di valutare, ad extra, progetti editoriali elaborati dalle Chiese locali, per offrire loro coordinamento e sostegno negli ambiti che qualificano la vita stessa delle comunità orientali: liturgia, pastorale, spiritualità, ecumenismo, diritto canonico, arte sacra. Sotto il profilo della comunicazione, infine, il SEC è un ausilio per gestire le relazioni esterne con altre istituzioni e con il mondo dei media (tv, stampa, internet).

di Nicola Gori