· Città del Vaticano ·

L'opinione

Studi di genere,
rare esperienze
negli atenei pontifici

Miniatura della “Città delle dame” di Christine de Pizan, che esalta l’istruzione per le donne. Tratta dal "Libro della Regina" (c. 1410-1414). British Library, Londra (Wikimedia Commons)
06 febbraio 2021

Donne e formazione sono due parole che descrivono la mia traiettoria di vita e professionale dal 2009, quando ho iniziato il mio impegno presso l’Istituto di Studi Superiori sulla Donna dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum. La relazione tra formazione e donne ci fa riflettere almeno in tre direzioni: l’accesso, l’oggetto e la prospettiva della formazione.

Per quanto riguarda l’accesso alla formazione da parte delle donne, ricordiamo che si tratta di una conquista recente e ancora non compiuta. Il primo college femminile ebbe inizio nel 1837 nel Massachusetts, Stati Uniti, mentre in Europa le prime porte delle università si spalancarono in Inghilterra nel 1848, Francia nel 1880 e Germania nel 1894. Ma si è dovuto aspettare il Concilio Vaticano ii perché le donne cominciassero a studiare teologia nelle università pontificie. La strada è ancora lunga (soprattutto fuori dall’ Occidente) e continua ad essere un obiettivo da raggiungere nella Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo Sviluppo sostenibile. Che le bambine e le donne abbiano accesso alla formazione è una questione non solo di diritti individuali, ma una esigenza del bene comune e dello sviluppo integrale. Nel contesto odierno in cui tutti pensiamo alla rinascita dopo la pandemia, credo che la formazione delle donne sia un requisito fondamentale, e che la Chiesa faccia bene quando si fa portavoce di questo diritto.

Se riflettiamo alla relazione tra donne e formazione dalla prospettiva dell’oggetto, possiamo considerare la opportunità o convenienza dei “Women studies”, molto noti nelle università laiche e poco frequenti nelle cattoliche e meno ancora nelle pontificie (credo che il mio Istituto sia una esperienza unica in questo senso). Questi percorsi sono molto vari, ma partono da due presupposti comuni che vale la pena almeno considerare: il primo è che di fronte al silenzio della storia del pensiero sulla differenza sessuale, sia necessario focalizzare l’attenzione proprio lì, per riempirla di contenuto. Il secondo presupposto è la esigenza di analizzare come le diverse società esprimono le differenze di genere, e capire le discriminazioni, buone pratiche e opportunità. Per superare ogni maschilismo e promuovere attivamente il contributo delle donne nella cultura e nella società (necessità ampiamente riconosciuta dal Magistero postconciliare), credo che siano necessari più studi seri che abbiano come oggetto la storia delle donne nei diversi contesti culturali. La ricerca scientifica permette di uscire da luoghi comuni e cogliere sfumature, e quindi può fornire indicazioni più concrete per capire come continuare a camminare.

Finalmente, possiamo considerare la particolare prospettiva che le donne danno alla formazione. Anche se tradizionalmente l’educazione è stata in mano alle donne (formazione universitaria esclusa), sembra che il loro contributo specifico sia una scoperta piuttosto recente. Quando si esce dalla illusione dell’universale neutro, si cominciano a percepire le ricchezze particolari che uomini e donne offrono nei percorsi formativi più vari: nel campo teologico e filosofico, nella formazione dei consacrati e sacerdoti, nella formazione di impresa e sviluppo di competenze (soft skills), etc.

Ritengo che dare più spazio alla prospettiva delle donne nella formazione sia una strada in cui tutti hanno da guadagnare, non perché sia una prospettiva migliore in senso assoluto, ma perché è la prospettiva che è stata più assente fino adesso.

di Marta Rodriguez