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Primo piano

La sete di sapienza

Giusto de' Menabuoi Creazione (tra 1376 e 1378), Battistero del Duomo di Padova. Particolare
06 febbraio 2021

Boom di iscrizioni al corso delle teologhe italiane 


Sono oltre 700, donne in gran parte, ma anche uomini, gli iscritti al Corso di teologia delle donne proposto online dal Coordinamento delle Teologhe Italiane. «Una risposta che ha superato di gran lunga le nostre aspettative e ha rischiato di superare anche i nostri mezzi tecnici — racconta Cristina Simonelli, presidente del cti — Abbiamo dovuto metterci della fantasia in più».

Lucia Vantini è la direttrice del corso, che definisce «un punto di vista diverso sul modo di dire Dio». È sorpresa, confessa, ma ammette che «in fondo, quelle di noi maggiormente in ascolto del presente, non si sono lasciate meravigliare troppo: se lo aspettavano». Perché esplode, questo bisogno di conoscenza teologica? E perché fra le donne? La pandemia è uno dei fattori, anche se non l’unico. «Il particolare momento che stiamo vivendo certamente ha portato, assieme a molte fatiche, anche una certa confidenza con l’apprendimento a distanza. Allo stesso tempo, forse, una certa stanchezza spirituale mette le persone nella condizione di cercare altro, rispetto alle narrazioni principali».

«Forse dipende da un fiume sotterraneo che trova una maturità di uscita, come quei fiumi carsici che ogni tanto diventano un lago», parte da più lontano Cristina Simonelli. «Certo, adesso siamo in un momento di crisi, e la crisi è sempre un luogo di epifania, di manifestazione di desideri e di esigenze, di voglia di riforme dal punto di vista della Chiesa e dal punto di vista della società. E questo porta un po’ a dire “Vediamo se qua troviamo qualcosa”. Ma l’interesse è trasversale: abbiamo tra le nostre associate, e tra gli iscritti al corso, persone nate fra gli anni Trenta e Quaranta e ragazze degli anni Novanta, senza buchi generazionali. La nostra associazione ha 160 socie, questo indica una struttura di attenzione più ampia: per ogni teologa ci sono tante persone che studiano. E a seguire il corso sono spesso comunità, anche non cattoliche, o gruppi familiari. Spesso con iscrizioni individuali: ad esempio, nella congregazione delle Cooperatrici pastorali di Treviso, abbiamo avuto 26 iscrizioni. Ci sono monasteri che si riuniscono nella sala capitolare per vedere i video delle lezioni (che non sono in sincrono, ma on demand). È una cosa molto bella, commovente: monache di clausura, clarisse, benedettine, che si mettono in gruppo per ascoltarci. Accade lo stesso nella Sororità di Mantova, mentre le donne della Federazione delle Chiese Evangeliche Italiane hanno distribuito borse a cinque denominazioni di chiese protestanti, due per ciascuna. Sono conferme, ma anche sfide per migliorare in una seconda edizione, che faremo e chiameremo 20/21».

Già, perché si preannunciano ancora tempi duri. Dice Lucia Vantini: «La teologia ha sempre a che fare con la speranza, e questo è un tempo segnato da molte rassegnazioni. C’è bisogno di parole e di pratiche condivise in cui sperimentare la resistenza alle narrazioni stanche e nello stesso tempo la forza di saper leggere la realtà in un altro modo, alla ricerca di ciò che ancora e nonostante tutto nasce. Non ci si può limitare a soffrire o a preoccuparsi per ciò che va morendo, ma occorre quella sapienza di rinascita con cui le donne sembrano avere particolare confidenza». Sono diverse le domande e le osservazioni che arrivano dalle partecipanti al corso. Molte evidenziano un certo stupore per letture bibliche che dissotterrano personaggi e storie femminili: le lezioni delle bibliste Marinella Perroni e Silvia Zanconato hanno suscitato sorpresa, entusiasmo e desideri di approfondimento. Alcune invitano a fare ancora più attenzione all’aspetto ecumenico, considerato che a seguire il corso non sono solo persone cattoliche. Tante chiedono alle teologhe di esprimersi di più sulla pastorale Lgtb, sulla questione del gender. «Altre ancora si aspettano un conforto, una via, un’indicazione per compiere dei passi di libertà — racconta Simonelli — Sentono qui uno spazio libero, perché partiamo dalle cose che vogliamo dire, dal positivo, pur vedendo quanto c’è di negativo riguardo al ruolo delle donne nella Chiesa. Non ci fermiamo all’essere escluse. Abbiamo un percorso, lo mettiamo a disposizione e per noi questo è anche tranquillamente trasgressivo: è una posizione di empowerment, di forza. Non è che nascondiamo gli elementi di discriminazione, ma non vogliamo lasciarci dettare l’agenda da una considerazione minore di noi stesse, perché non abbiamo bisogno di essere autorizzate, siamo libere. Per fare un esempio, io ho usato nella mia lezione un libro della giornalista e storica delle donne Valeria Palumbo, Non per me sola, che rifà la storia d’Italia a partire dalle scrittrici: certo, parte dal dato che il cosiddetto canone letterario, ancora in uso nelle scuole, usa poche scrittrici; però poi non è che sta sempre lì, presenta l’altra via. Ecco, questa sarebbe l’idea, presentare l’altra via. Certe cose le diciamo, ma da una posizione di consapevolezza, non da una posizione vittimizzata».

«La domanda che mi ha colpito di più e che hanno fatto in molti — sottolinea Lucia Vantini, che proprio sulla Teologia delle donne concentra il suo insegnamento — riguarda il nostro metodo: costruttivo e non demolitivo, né lamentoso. Abbiamo spiegato che il nostro partire dal positivo non è una mancanza di lucidità verso tutto il negativo che circola. È anzi un gesto trasgressivo, potente, che ci autorizza nella parola e nelle pratiche, che ci rimette al mondo come soggetti pensanti, parlanti, agenti. In gioco c’è un altro modo di fare memoria. Ci hanno chiesto anche di esplicitare quale sia il nostro rapporto con i teologi e, in generale, con il mondo maschile. Abbiamo insistito sul fatto che la teologia delle donne non è una teologia solo per donne. Certo, le donne hanno qui la radice della loro libertà singolare, l’occasione per non essere solo eco di voci estranee, quasi senza corpo. Tuttavia la scommessa è che nell’esperienza femminile, nella lettura femminile del mondo, ci sia qualcosa da spartire con tutti. Nella parzialità di ogni ricerca e di ogni prospettiva, infatti, spesso si agita un elemento vitale che può ricadere nelle comunità rigenerandole e rendendole più giuste».

E poi ci sono le domande degli uomini, sostanzialmente centrate su un punto: va bene alle teologhe, se anche i maschi seguono il corso? «Noi diciamo sì — spiega Simonelli — purché ogni uomo segua sapendo di essere solo un uomo: non tutta l’umanità, ma una parte di essa. Noi mettiamo in evidenza la parzialità di genere, il fatto che ciascuno rappresenta una parte dell’umanità. Ma non si è mai posto il problema se il corso fosse rivolto solo a donne, perché siamo abituate a parlare anche a uomini: il Coordinamento delle Teologhe Italiane ha dei soci uomini, che possono associarsi se accettano di partire dalla loro parzialità maschile».

Anche se le teologhe ne parlavano da tempo, l’idea che ha portato alla concretizzazione del corso, con la collaborazione decisiva di Presenza Donna, è stata di Serena Noceti, che, nella sua lezione, si occupa della questione ecclesiologica femminista. Ma non semplicemente come rivendicazione di spazi. La sua esposizione si apre infatti con l’immagine ecclesiologica, ripresa dalla teologa femminista statunitense Letty Russell, del tavolo da cucina. «È una metafora — spiega Vantini — che rimanda al ban-chetto dell’immaginario evangelico, ma che al contempo porta l’attenzione su un sogno di chiesa in cui davvero si possa sperimentare la libertà delle figlie e dei figli di Dio. Non è solo una questione di metafore, chiarisce Noceti, ma anche di modelli, di processi di istituzionalizzazione, di strategie e soprattutto di soggettualità. Certamente la questione ministeriale rientra nel discorso, ma si tratta di ripensare la radice battesimale della ministerialità, non di creare inclusioni in spazi irrigiditi. La teologia delle donne è molto più complessa di una domanda di ingresso, perché si preoccupa di come è strutturata la casa stessa e di come le persone ci vivono».

Il contributo di Elizabeth Green mostra come una certa immagine patriarcale di Dio si sia sedimentata nel nostro ordine simbolico e come spesso la vita delle chiese continui di fatto a rinforzarla, finendo per giustificare anche le società. Ribadendo però che il problema non è che Dio sia detto al maschile, ma che questa maschilità venga chiamata in causa per escludere il femminile, per gerarchizzare le differenze. «Non è questione di rendere Dio un essere femminile né di proiettarvi la complementarità di genere, ma di mostrare per esempio come anche la Sophia, la Sapienza, contribuisca a rappresentare il Dio trinitario», spiega ancora la direttrice del corso.

E se Adriana Valerio ricorda che dobbiamo imparare a far memoria in un altro modo, perché la storia del Cristianesimo è attraversata da un’eredità preziosa che viene anche dalle donne, suor Antonietta Potente riporta la vita religiosa oltre la memoria istituzionale, fino a raggiungere il legame ancestrale tra il divino e le donne, che nel corso della storia spesso viene dimenticato, ma che di fatto riemerge continuamente e in tante forme diverse.

di Federica Re David



Donne e religioni

Un corso alla Gregoriana


Inizia il 15 febbraio presso il Centro Studi Interreligiosi della Gregoriana il corso Donne e religioni: una lettura filosofica e teologica (Proff. Giorgia Salatiello e Paolo Trianni).  «Nel nostro tempo, il ruolo, la dignità e i diritti delle donne impongono di essere pensati non soltanto in relazione ad una sola cultura o ad una singola religione, bensì coltivando uno sguardo generale e complessivo. In virtù di questa persuasione, il corso approfondirà la condizione femminile nella società occidentale, nelle Chiese cristiane, nell’Islam, nelle tradizioni asiatiche e nella cultura cinese» sottolinea il programma.