· Città del Vaticano ·

L'ora di religione

La diseguaglianza
spiegata dai ragazzi

Miniatura raffigurante la Schola Palatina voluta da Carlo Magno
06 febbraio 2021

“Se siamo tutti figli, perché le suore non sono uguali ai preti?"


Sono una professoressa di Religione Cattolica. Istituto Tecnico e Liceo scientifico le mie scuole di Ferrara. Ho, tra le molte, una classe di tutte ragazze tranne un maschio e succede che io usi il femminile collettivo. E sempre segue la specificazione dell’unico che – ormai ridendo – non manca di farci notare che c’è anche lui. «È l’uso della grammatica italiana, non è che può darmi della femmina», diceva le prime volte. Adesso lo nota, ma sorride appunto, e credo abbia capito. Anche perché le sue compagne non ci stanno proprio più a farsi dare dei “ragazzi” in quella situazione: «Perché noi dobbiamo sempre sentirci dentro e tu no?». Nei gruppi misti le chiamo, li chiamo: sempre declinando.

Oggi – dico – confrontiamoci su “donne e Chiesa”. E arriva anche dagli schermi della didattica a distanza, il gelo di un tema che non prende. Semplice: è una faccenda lontanissima per loro. Il punto non è il ruolo degli uomini e delle donne. Il punto è la Chiesa. Non ci vanno più e non li riguarda. Nessuna rottura, nessun conflitto. Finito il catechismo, ciao. «Non mi interessava», la risposta abituale e senza problema. Uno, massimo due per classe frequentano la parrocchia e qualche volta la Messa. Si infiammano, invece, se dalla Chiesa si va in piazza. I più grandicelli conoscono bene la Costituzione ed elencano precisi gli “ostacoli” che ancora limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza. Puntuali e circoscritti: stipendi differenti, paura per la maternità… Parlano le ragazze, soprattutto, ma non solo. Sono informati, ma percepisco che riportano anche esperienze prossime. Che ne discutono in casa e, forse, tra loro.

È dai valori di cittadinanza che ritornano alla faccenda delle donne “in” Chiesa. Non capiscono il motivo per cui le donne non possano fare il prete. Maschi e femmine concordi. «Dicono che siamo tutti figli e figlie di Dio e poi si contraddicono». Essere uguali non significa fare le stesse cose, azzardo. «Sì prof., ha ragione, ma il prete lo può fare anche una donna» — tagliano corto. «Anzi, forse sarebbe meglio pure!». Fare le cose bene o male non è questione di sesso... «Quel che intendevo è che le donne sono più abituate ad ascoltare». Me lo segno, “più abituate”: sottile.

Ecco che il dibattito parte, spontaneo. «E le suore? Io credevo che le suore fossero uguali ai preti». «Ma dove vivi? Le suore ci sono, ma non fanno grandi cose». «È ovvio che non ci siano le donne: siamo in chiesa!». Allora io? Domando. Sono una teologa, laureata e pure specializzata in Bibbia. «È diverso per lei», dice uno che fa da portavoce, «a scuola è normale vedere le donne dietro la cattedra, ma in chiesa — quando c’andavo — non mi è mai capitato di vedere una donna dietro l’altare». «Perché Dio era uomo». Risposta definitiva. Io comunque mi annoto mentalmente il verbo all’imperfetto. E un altro: «Gesù era maschio, gli apostoli pure». «No, è perché nell’antichità c’era la convinzione che la donna fosse inferiore; ma se ancora lo pensano, sbagliano: lo sanno tutti che certi testi risentono di idee antiche e vanno interpretati». Detto così, liscio liscio.

Le donne della Bibbia? «Io, c’ho pensato su: sono sempre gli uomini protagonisti. Maria soltanto a Natale. Una donna semplice, umile». «Eva! Mi ricordo adesso! Era nuda, ha mangiato la mela. Una tentatrice superficiale». Una ragazza poi, ripesca da chissà dove un ricordo che la illumina: «C’erano anche le donne al sepolcro, ma a quelle non ha creduto nessuno». «Vero. E pure quelle che confortavano (sic!) con le loro cose Gesù e gli uomini, o mi sbaglio?». «Maddalena: ha aiutato Maria incinta». Ah no, quella era Elisabetta. «Maddalena l’ho sentita, ma so solo che era pentita». Nominano anche Rachele. E Sara «che di sicuro era moglie di qualcuno, ma adesso mi sfugge il nome». Le matriarche spiccano tra i rari nomi ricorrenti. Interessante che il poco rimasto appartenga alle storie “originarie” e rifletto su quanto siano proprio queste storie fondative a lasciare segni profondi.

«Sa che c’è in fondo prof? Che alla gente che segue la Chiesa va bene così: perciò non cambiano». E una ragazza conclude: «La cosa si supererà solo insieme alla questione degli omosessuali. Sì perché quelli han dei problemi ad accettare le persone diverse da loro». Quelli chi? «I preti prof., i preti».

C’è voluto un po’, ma l’ora si è riscaldata. Non masticano “teologia” — non so se sia un bene o un male — e non sottilizzano sulle questioni ecclesiologiche. Ma sono limpidi e limpide, senza mediazioni. Lo dice il Papa: è una priorità ascoltare le loro voci. Lo faccio spesso, di sentire questo polso. Classi diverse, stesse parole. Maschi e femmine all’unisono, sempre più spesso. E nessun dubbio per loro: uomini e donne sono uguali. Uguali.

di Silvia Zanconato
Biblista e professoressa di Religione nella scuola secondaria di secondo grado. Insegnante presso la scuola di Teologia per Laici “Laura Vincenzi” di Ferrara e impegnata nella pastorale biblica.



I dati


Dagli ultimi dati della Conferenza episcopale italiana risulta che l’86% degli studenti italiani frequentano l’ora  di religione. Una percentuale significativa anche se ha subito un calo del 10 per cento  negli ultimi trent’anni, dalla riforma del Concordato tra Stato italiano e Chiesa cattolica. Chi frequenta l’ora di religione non sempre è praticante, a volte professa altre fedi.  Anche l’insegnamento non  è appannaggio esclusivo  di cattolici o praticanti.