· Città del Vaticano ·

Moda e liturgia

L’abito fa la monaca
(ma non sempre)

La mostra Heavenly Bodies: Fashion and the Catholic Imagination al Metropolitan Museum of Art di New York nel 2018
06 febbraio 2021

Il 9 febbraio 2017 Papa Francesco ha esposto ai partecipanti alla plenaria della Congregazione per l'Educazione Cattolica i principi della nuova educazione: “Gli istituti educativi cattolici sono chiamati in prima linea a praticare la grammatica del dialogo che forma all’incontro e alla valorizzazione delle diversità culturali e religiose. Il dialogo, infatti, educa quando la persona si relaziona con rispetto, stima, sincerità d’ascolto e si esprime con autenticità, senza offuscare o mitigare la propria identità nutrita dall’ispirazione evangelica”.

Il Papa parla di una esperienza viva del dialogo con l’altro e per l’altro nel mondo contemporaneo in una visione nuova e radicale, che mette in luce una finalità molto più ampia dell’educazione. Le parole del Papa, inoltre, fanno germogliare nuovi ambiti di ricerca e confronto, nuovi temi e nuove domande.

Nella linea della proposta educativa di Papa Francesco la domanda non è più “che cosa”, ma “come” sia possibile prendersi cura dell’altro. Come è possibile educare la persona umana e personalizzare l’azione educativa, come quando un sarto confeziona un “abito su misura”?

Al tema del “vestirsi” è dedicato un libro della nuova collana Riti del vivere di Barbara Marchica e don Giulio Osto, scritto con lo scopo di creare un “terreno dove antropologia, teologia e liturgia si intrecciano per dare spessore e sapore al nostro stare al mondo”. A monte di questo progetto educativo c’è una domanda di tipo esistenziale: la moda ha una qualche influenza sulla religiosità delle persone?

La foggia dell’abito dei religiosi è una questione da sempre molto dibattuta ed è entrata nel confronto accademico della Pontificia Università Gregoriana con temi come Il sarto della luce. Le casule di Matisse per la cappella di Vence. Negli ultimi anni i dibattiti, le pubblicazioni e le mostre sulla moda, sugli abiti delle suore e sulle vesti liturgiche hanno suscitato nuove opportunità di confronto tra artisti, stilisti, produttori tessili e esperti nella Sacra Liturgia. Questo confronto ha trovato il suo culmine nella mostra Heavenly Bodies: Fashion and the Catholic Imagination del Metropolitan di New York (2018), voluta dal cardinale Gianfranco Ravasi, ispirato dal saggio intitolato Hai coperto la mia vergogna di Anne Lécu, religiosa domenicana francese che è anche medico, “… un vagabondaggio nel paese delle tuniche di pelle e di lino”, alla ricerca dei simboli connessi, la nudità, la vergogna, l’innocenza, la malizia, il manto di gloria, descritto anche all’inizio della Bibbia e della storia (Gen 3, 21). Nel libro Dio tre volte sarto. Moda, Chiesa e Teologia, appena pubblicato, il padre domenicano Alberto F. Ambrosio, professore alla Luxemburg School of Religion and Society non si limita ad affrontare il legame tra moda, Chiesa e teologia, ma mette in luce il profilo etico del vestirsi. Come direttore di ricerca al Collège des Bernardins, padre Ambrosio si occupa delle relazioni tra moda, foggia degli abiti e identità religiosa.

Possiamo parlare di una teologia del vestirsi? È plausibile dire che l’abbigliamento sia espressione di un credo femminile? Il design dell’abbigliamento indossato dalle religiose è una questione che occupa ormai a pieno titolo un settore della ricerca accademica, soprattutto sotto il profilo personalista ed esistenziale. La moda ha una qualche influenza sulla spiritualità di chi si accosta al culto divino? L’epoca della Riforma ha dettato norme severe e “borghesi” per l’uso e la foggia degli abiti. Nell’Europa contemporanea ha invece prevalso una moda aconfessionale, in grado di andare oltre le differenti declinazioni morali delle confessioni religiose, ma non altrettanto in grado di colmare la polarità tra un abbigliamento castigato e una foggia licenziosa o “alla moda”. Il carisma degli ordini religiosi dovrebbe contrastare la vanità e non sacrificare l’individualità a favore di uno stile comune. Soprattutto le religiose hanno considerato la moda come sinonimo di erotismo. Ed invece negli scritti una suora domenicana notava che in alcune giovani religiose un rigido dress code era causa di disagio psicologico: “giovani ragazze fresche e adorabili spesso si trasformano in caricature agghiaccianti”.

A Roma le modelle dell’atelier delle Sorelle Fontana hanno sfilato con abiti liturgici e cappellini alla moda, dinanzi a un pubblico di manichini raffiguranti monache incappucciate secondo la foggia medievale. Le religiose di alcune congregazioni hanno sostituito la biancheria intima di lino con la corsetteria alla moda e sono solite nascondere i capelli corti sotto il velo.

Si potrebbe parlare della riscoperta di una diffusa ‘sostenibilità’. Questo principio, che spesso ricorre nel Magistero di Papa Francesco, era già stato proposto per la veste dei monaci da Benedetto da Norcia, che non ha imposto il colore o la foggia dell’abito, limitandosi a prescrivere di indossare “quello che si può trovare sul posto”. Un dettaglio della Regola che oggi potrebbe essere così declinato: “indossa ciò che è funzionale al tuo compito nel mondo!”. L’opposto del maschilismo del cardinale Suenes, che, dopo aver visto alcune religiose che sfrecciavano nel traffico a bordo di uno scooter con la gonna e il velo che svolazzavano, ebbe a dire che quelle suore costituivano un pericolo per loro stesse e per gli altri.

di Yvonne Dohna Schlobitten