· Città del Vaticano ·

Per la cura della casa comune
Così è nata l’impresa agricola biologica Ca’ Magre a Isola della Scala (Verona)

Quel raffreddore che non passava e la scelta
di cambiare vita

L’azienda Ca’ Magre ha scelto di produrre rispettando i cicli della terra
30 gennaio 2021

«Guardi, quando ho letto Laudato si’ mi si è proprio aperto il cuore». Pausa. «Leggerla è stata una gioia, veramente. Mi sono detto: finalmente, qualcuno — e che qualcuno! — parla forte e chiaro di questi temi. Ogni settore produttivo dovrebbe impegnarsi per applicare quanto vi è scritto, perché davvero in Laudato si’ troviamo la soluzione alla crisi ambientale che stiamo vivendo e che ormai è chiara a tutti. Senza una coscienza ambientale, oggi non si va da nessuna parte, in nessun ambito sociale».

Le mani di Antonio Tesini, presidente della cooperativa agricola biologica Ca’ Magre, situata a Isola della Scala, nel Veronese, si muovono veloci quando parla. Non sono le classiche mani di agricoltore figlio di contadini: «Prima di lavorare la terra ho fatto l’impiegato, ero ragioniere in un’azienda che produceva flebo. Ma ben presto mi son reso conto che quella non era la mia strada». La ricerca di Tesini, e di altri tre amici, si è incrociata con una scelta precisa: fare agricoltura in un altro modo, con un senso di rispetto della terra, dei suoi tempi e dei suoi modi.

Benvenuti in una delle prime aziende agricole biologiche del Veneto: Ca’ Magre oggi coltiva 30 ettari di terreno, dà lavoro a 25/30 persone, in base alla stagionalità, ed è formata da 12 soci; fatturato, un milione mezzo di euro. «Eravamo in quattro, all’inizio. Zero esperienza agricola, ma tutti insoddisfatti del lavoro che facevamo: chi in fabbrica, chi insegnava, chi era impiegato. Addirittura il mio fisico — spiega Tesini — mi lanciava dei segnali precisi: avevo sempre il raffreddore». Si potrebbe pensare, visitando l’azienda agricola, che non ha fatto un bel guadagno: mettere in cassetta la verdura di stagione con la temperatura di dicembre è dura, molto dura, e prendersi un colpo di freddo è all’ordine del giorno. «Ma a quel tempo avevamo un’idea e un sogno: lavorare la terra rispettandola. Abbiamo iniziato a fare un po’ di esperienza in alcune aziende agricole convenzionali, ma ci siamo resi conto subito di una cosa: troppi prodotti chimici, troppa violenza sulla terra, troppi pesticidi. Noi, ingenui, volevamo fare altro».

Il sogno però restava arduo da costruire, nessuna banca dava un prestito a quattro amici che avevano un’idea e un sogno, ma zero proprietà e zero progetti concreti: «Per fortuna ci è venuta incontro la Mag di Verona, Società Mutua per l'Autogestione, che ci ha permesso di scommettere su questa terra. Era un ettaro di terreno abbandonato, con un casa diroccata, questa in cui siamo adesso. Il proprietario ci propose un patto: 85 milioni di vecchie lire da pagarsi in 3 anni; se saltavamo una rata semestrale, lui si teneva il terreno e anche i soldi. Ma almeno lui ha creduto che ce la potessimo fare».

«La vita è troppo breve per sprecarla a realizzare i sogni degli altri»: la frase di Oscar Wilde campeggia nel capannone dove alcuni soci stanno inscatolando i raccolti di stagione. E quello di Tesini e co. sembra davvero un sogno portato avanti con tenacia e coraggio, fino a farlo diventare realtà: «I primi anni abbiamo lavorato fuori, per conto terzi, poi nel 1988 abbiamo fondato la cooperativa. Con un preciso intento sociale: senza scopo di lucro, cooperazione vera tra i soci, impegno vero verso la società e il territorio circostante. Inizialmente ci siamo impegnati a nutrire il terreno che avevamo a disposizione: dopo 7 anni di coltivazione a tabacco, senza nessuna rotazione della coltivazione, la terra era priva di sostanza organica, visto che siamo in una zona sabbiosa. Per cui ci siamo dedicati al sovetion, una pratica agricola che consiste nel far crescere un miscuglio di culture che, una volta giunte a maturazione, vengono tagliate e rimesse nel terreno sotto altra forma. Perché senza sostanza organica manca quella che Gino Girolomoni, il grande araldo del biologico in Italia, chiamava “l’intelligenza della terra”. Il sovation ha un valore anche spirituale: non possiamo sempre asportare tutto quello che vogliamo dalla terra, dobbiamo rispettarla nei suoi tempi».

Quindi no a un’agricoltura intensiva, sì a un coltivare la terra diversificato. Idealisti, i quattro amici nei campi (non al bar), ma anche parecchio concreti. Con un occhio al commercio: «Abbiamo iniziato subito a vendere direttamente all’utente — non mi piace chiamarlo consumatore, questa parola rimanda a un mondo che non mi interessa. Fin dall’inizio avevamo l’idea di vendere al mercato i nostri prodotti spiegando chiaramente alla gente l’ideale che ci muoveva, ovvero il perché facevamo agricoltura biologica. Volevamo costruire una rete. Quasi nessuna azienda agricola a quel tempo andava a vendere direttamente i propri prodotti al mercato. Invece, noi l’abbiamo fatto e ci è riuscito bene. Ho clienti di tre generazioni diverse: prima veniva la nonna, poi è venuto il figlio, oggi abbiamo la nipote. Siamo riusciti in un intento che avevamo in testa dall’inizio: essere un ponte tra la vita di campagna e il mondo della città. Coltivare non è solo produrre del cibo, è un incontro di sapori e di saperi, una rete di relazioni».

Sono sette i mercati nella provincia di Verona che Ca’ Magre raggiunge ogni settimana, oltre ad un’uscita fuori provincia a Mantova: «Coltiviamo oltre 70 specie di ortaggi, naturalmente seguendo il ciclo delle stagioni». Qualche esempio? Il broccolo fiolaro, citato persino da Goethe nel suo Viaggio in Italia come ortaggio rarissimo («era praticamente sparito, solo un coltivatore di Rovigo è riuscito a custodirne dei semi e ora pian piano sta riprendendo vita»), il topinambur, le radici amare, la boraggine: «La gente si lamenta che in inverno le zucchine costano 3 euro e 50 al supermercato? Ci credo! — sorride Tesini —. La zucchina sotto i 14° non produce niente, chissà da dove arriva quella che trovi al centro commerciale oggi!». Ca’ Magre, con altre cooperative agricole italiane, fa parte di Retebio, una cooperative di aziende biologiche che si scambiano i prodotti agricoli a secondo della stagionalità: «Quando dico al mio cliente che questo arancio viene da un’azienda di Agrigento che lavora la terra come lo faccio io, il cliente si fida. Perché sa che sono andato là, che conosco i miei interlocutori, che ho visitato gli agrumeti e che fanno esattamente quello che faccio io coltivando ortaggi, mele e pere».

Insieme al valore agricolo, Ca’ Magre si è sempre pensata come una realtà con un preciso risvolto sociale: «La custodia dell’ambiente e la cura delle relazioni tra le persone devono andare insieme. Per questo motivo negli ultimi tempi abbiamo adocchiato un mulino abbandonato, enorme, poco distante da qui, nella palude di Pellegrina: abbiamo il progetto di restaurarlo, crearvi un eco-museo, rimetterlo in funzione come bene comune della collettività (ognuno potrà andare a macinarsi la sua farina), aprirvi un’osteria fluviale, un porticciolo».

Tesini allarga le braccia quando gli si parla delle difficoltà del covid: «Lo abbiamo sperimentato anche noi, non andando al mercato per due mesi. Ma per fortuna c’è stata una grande richiesta da parte dei negozi e della grande distribuzione. La gente inizia a capire cosa vuol dire biologico: significa una coltivazione rispettosa della terra e dei suoi tempi. Cerchiamo di fare qualcosa anche noi per salvare il pianeta: certamente resta qualcosa di piccolo ma è quanto possiamo fare. Biologico vuol dire nessun trattamento chimico né pesticidi, ricorriamo all’agricoltura biodinamica e alle energie alternative». Sul tetto del nuovo capannone («siamo riusciti a costruirlo 2 anni fa, prima eravamo un po’ provvisori», scherza Tesini) fa bella mostra di sé un ampio impianto fotovoltaico. E sembra davvero che in questo lembo di terra veneta, tutta capannoni e fabbriche, si possa pensare ad un diverso modo di stare nel mondo, partendo dal coltivare: «Abbiamo provato e riprovato, abbiamo sperimentato e fatto i nostri errori. Ma ora che arrivano nuove forze, giovani, figli e nipoti di noi “vecchi” soci, possiamo dircelo — chiosa Tesini —: era un sogno per cui ne valeva la pena faticare».

di Lorenzo Fazzini