· Città del Vaticano ·

L’Alleanza per il Progresso
compie 60 anni

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30 gennaio 2021

Quest’anno cade il sessantesimo anniversario del programma di aiuti passato alla storia come “Alleanza per il Progresso”. Questo programma fu annunciato dal primo presidente cattolico degli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy, durante una conferenza il 13 marzo 1961, tenutasi davanti a tutti gli ambasciatori latinoamericani nel Paese, e venne adottato nell’agosto dello stesso anno da tutti i Paesi membri dell’Organizzazione degli Stati Americani con la Conferenza a Punta del Oeste, in Uruguay.

Durante il suo lancio, Kennedy lo definì «un vasto sforzo di cooperazione, impareggiabile per dimensioni e nobiltà degli obiettivi per soddisfare i bisogni primari dei popoli americani». Nello stesso discorso, Kennedy dichiarò quali fossero i pilastri del progetto, che lui stesso definì «audace»: casa, lavoro, terra e salute, che vennero ripetute in spagnolo per sottolineare l’impegno non solo finanziario, ma soprattutto ideologico, che gli Stati Uniti si stavano addossando.

Il programma, che a molti politici e intellettuali sembrò una nuova versione del Piano Marshall, era formato da dieci punti, di cui i più importanti erano la creazione di un fondo per lo sviluppo sociale dei Paesi aderenti, la stabilizzazione dei prezzi delle materie prime e lo sviluppo di un mercato comune in Sud America. Ma soprattutto si prometteva di attuare la riforma agraria in tutti i Paesi latinoamericani.

L’Alleanza per il Progresso, rispondeva non solo agli obiettivi ideologici della presidenza Kennedy, ma aveva anche un ruolo all’interno della Guerra Fredda: mantenere fuori dall’emisfero occidentale il pericolo sovietico dopo la rivoluzione cubana.

I critici di questa iniziativa sono stati molti, tra i quali lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano, che nel suo famoso libro Le vene aperte del Sud America denuncia che l’idealismo statunitense alla base dell’iniziativa fosse in realtà un pretesto per coprire obiettivi capitalistici; e il professor Morris H. Morley, che nel suo Imperial State and Revolution-The United States and Cuba, 1952-1986, ha evidenziato che buona parte dei finanziamenti in realtà non fossero destinati al sociale bensì alla costruzione di apparati militari nei Paesi dell’iniziativa.

Come sessant’anni fa, anche oggi gli Stati Uniti sono pronti a investire in America Latina. In particolare, scrive «The Economist», in Guatemala, Honduras ed El Salvador. Secondo «The Economist», Joe Biden sarebbe pronto ad investire circa un miliardo di dollari per migliorare la governance dei tre Paesi e ridurne la corruzione. Queste misure farebbero parte di un progetto più ampio che mira ad abrogare le misure antimmigrazione volute da Trump, che stipulò un accordo che permetteva il rimpatrio degli immigrati da questi tre Paesi. Lo strumento può sembrare vecchio e obsoleto, ma se gli Stati Uniti vogliono riguadagnare la loro autorità morale, devono guardare al passato e prendersi cura dei Paesi vicini.

di Cosimo Graziani