· Città del Vaticano ·

Dopo la morte nei pressi di San Pietro del quarantaseienne nigeriano ricordato dal Papa all’Angelus

Edwin, Modesta
e gli “invisibili” delle città

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
28 gennaio 2021

«Pensiamo a Edwin. Pensiamo a cosa ha sentito quest’uomo, 46 anni, nel freddo, ignorato da tutti, abbandonato, anche da noi. Preghiamo per lui». Queste le parole di Papa Francesco dopo l’Angelus di domenica scorsa, in cui ha voluto ricordare per nome l’uomo nigeriano morto a pochi metri da piazza San Pietro il 20 gennaio. «La sua vicenda — ha affermato il Papa — si aggiunge a quella di tanti altri senzatetto recentemente deceduti a Roma nelle stesse drammatiche circostanze».

Con la morte di una donna di 54 anni, ritrovata il 26 gennaio in un misero rifugio tra la vegetazione in via della Magliana, è salito a dodici il tragico bilancio delle persone che hanno perso la vita a Roma dall’inizio dell’inverno. Morti per il freddo, per le dure condizioni della vita in strada e per l’isolamento, aggravato dalla minore circolazione delle persone a causa della pandemia. La povertà estrema di chi non ha casa non è solo un problema sociale, ma un segno drammatico di quella cultura dello scarto che prevale, quando una città non è in grado di offrire un posto ai suoi abitanti più vulnerabili. A Roma sono tremila le persone che passano la notte all’aperto, perché non si sono trovate soluzioni, nemmeno temporanee, per i mesi invernali.

Domenica prossima, nella basilica di Santa Maria in Trastevere e in altre chiese in diversi quartieri di Roma, tanti senza fissa dimora si ritroveranno accanto ai loro amici della Comunità di Sant’Egidio per ricordare Modesta Valenti. Il 31 gennaio 1983 — 38 anni fa — nei pressi del binario 1 della stazione Termini, Modesta si sentì male, alcuni passanti chiamarono un’ambulanza, ma il personale si rifiutò di soccorrerla perché aveva i pidocchi. E Modesta morì mentre vari ospedali si rimpallavano la responsabilità dell’intervento. Insieme a Modesta verranno ricordate tutte le persone che hanno perso la loro vita mentre vivevano in strada negli ultimi anni. È importante che i loro nomi non scompaiano, perché dietro ci sono le storie di persone di cui a volte nemmeno ci si accorge. A Roma “la liturgia di Modesta” è diventato un appuntamento tradizionale della memoria collettiva, un’occasione per chiedersi se è stato fatto il possibile per chi è più povero e bisognoso di aiuto. È un interrogativo per le istituzioni, ma anche per i singoli cittadini: ciascuno infatti è chiamato a fermarsi davanti a chi vive per la strada, a entrare in contatto, ascoltare e offrire soccorso, superando l’assuefazione all’indifferenza e ritrovando un cuore più accogliente e umano.

In questi anni, attorno alla memoria di Modesta, è sorto un movimento di solidarietà verso chi vive senza un riparo, con un numero crescente di volontari che li va a trovare, non solo portando pasti e bevande calde, sacchi a pelo e coperte: sono state anche individuate soluzioni alternative alla strada. È proprio di questi giorni la notizia dell’apertura a Roma di due nuove posti per l’accoglienza notturna: la chiesa del Buon Pastore a via della Lungara e una palestra nel quartiere Tuscolano. Si aggiungono alla chiesa di San Callisto e ad altri luoghi, messi a disposizione per l’emergenza freddo da Sant’Egidio nel rispetto del distanziamento e delle misure anti-covid, ma anche al progetto Housing First, che ha già fornito a molte persone senza dimora un alloggio stabile e mostra che è possibile cambiare vita. Ma serve un paziente accompagnamento che i volontari garantiscono, laddove le istituzioni spesso mancano su questo. Occorre fare di più, essere creativi, per scongiurare nuove morti e assicurare la protezione necessaria a chi è più fragile. Perché la qualità di vita e l’umanità di una società si misurano dal modo in cui riesce a includere anche chi è in difficoltà.

di Massimiliano Signifredi