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Testimoni
Ricordo di don Athos Righi, successore di Dossetti nella Piccola famiglia dell’Annunziata

Una vita totalmente ecclesiale

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27 gennaio 2021

Di don Athos Righi (nato a Castello di Serravalle, in provincia di Bologna, nel 1943, e morto a Ma’ in, in Giordania, il 19 dicembre 2020), sacerdote e monaco della Piccola famiglia dell’Annunziata fondata da Giuseppe Dossetti, i confratelli hanno detto: «La sua eredità spaziava dall’Italia al Medio oriente, dalla Grecia all’India, dagli amici ebrei a quelli musulmani: mondi per i quali ha speso con generosità il tempo della sua vita, e che ha sempre tenuto nel cuore e nella preghiera per tutte le Chiese e per tutti gli uomini, soprattutto i più piccoli e i più miseri». Sintesi, questa, di un’esistenza che in risposta al richiamo di Cristo accolto nella prima giovinezza è stata vissuta tutta alla luce del vangelo. Con indefettibile coerenza, in una donazione agli altri modesta e infaticabile.

Dopo aver svolto per qualche tempo la professione di cuoco, Athos entra a diciassette anni nella Piccola famiglia dell'Annunziata, comunità che sta nascendo intorno a Giuseppe Dossetti. Il ragazzo che nel 1960 frequenta il primo esiguo gruppo di sorelle in una casetta presso il santuario di San Luca a Bologna, partecipa all'eucaristia celebrata da “don Giuseppe”, ne segue il magistero, cresce alla luce di una paternità forte e dolce alla quale sarà fedele tutta la vita. Sa di aver trovato in questa piccola famiglia nascente una realtà ecclesiale di grazia costituita e rigenerata ogni giorno nella liturgia.

Dopo la maturità scientifica ad Atene, è inviato in Siria e Libano e studia l’arabo a Beirut. Nel 1982 un confratello dice di lui: «Abbiamo avviato agli studi teologici Athos, che è un po' una colonna della famiglia. Li sta facendo felicemente presso i salesiani di Betlemme» (Efrem Cirlini, In comunione con Dossetti, Pazzini Editore, 2016, pagina 88). Nel 1986 è ordinato presbitero mentre nel 1994 sarà il primo successore di Dossetti alla guida della comunità. La servirà con cuore di “padre e madre”, attestano i suoi fratelli, fino al 2013.

Il ragazzo che seguiva assiduamente il magistero di “don Giuseppe”, il giovane ventinovenne già ritenuto colonna della giovane comunità, divenuto responsabile a 33 anni del gruppo maschile, è visto così dai fratelli: «È molto bravo, saggio, dolce, forte, prega, è paziente, insomma è il migliore. Gli vogliamo tutti bene» (pagina 83). Athos attraeva fin da giovanissimo per il tratto mite, schivo, la grande capacità di ascolto. Crescerà in una umanità delicata e generosa, sempre più prodiga di accoglienza e di consolazione. Diverrà successore di don Dossetti con umile trepidazione e ferma volontà di seguirne le orme nella Chiesa di Bologna e in Medio oriente, dove la Piccola famiglia è presente fra ebrei, musulmani, uomini e donne di ogni o di nessuna fede, compagni di strada a cui Athos dedicherà la vita annunciando a tutti il vangelo.

A una persona che soffriva per la recente morte di don Giuseppe scrive nel gennaio del 1997: «Questo evento tocca tutte le membra di questa Chiesa protesa verso lo Sposo. Certo non rimaniamo orfani, anche se siamo nel pianto e lui non è con noi, ma ci ha tanto insegnato a credere che non ci avrebbe abbandonato! Nella Parola di vita e nell’Eucaristia la comunione è piena tra noi e tra cielo e terra».

Dopo la morte di Dossetti, avvenuta il 15 dicembre 1996, alcuni di quanti avevano avuto in lui una guida di alta sapienza evangelica e capacità di educare all’ascolto esistenziale della parola di Dio ebbero più frequenti rapporti con don Athos, in una fraternità nata dalle comuni radici ecclesiali, a volte anche monastiche. Essi ebbero la grazia di condividere qualche tratto del cammino evangelico di questo monaco umilissimo e pieno dell’energia dello Spirito. Sperimentarono la sua grande passione per la Chiesa, il suo desiderio che ogni dialogo in essa fosse «incontro di pace e di verità» (19-11-2009), la sua sofferenza per le divergenze che nella Chiesa tendono a dividere Cristo, a inquinare «l’amore suo che vuole pace nella sua Chiesa» (06-02-2011). L’amore di don Athos per la Chiesa, la sua fedeltà assoluta al magistero del suo padre don Giuseppe sono stati duramente provati, soprattutto negli anni 2010-2013, da eventi che gli causarono grandissima sofferenza. Non tanto e non solo per il suo ruolo di guida della comunità, ma per i membri della Famiglia, che amava con tutto se stesso. «La Chiesa è sempre un’alleanza di umili e di poveri, di anawim che diventano piccoli perché combattono contro l’orgoglio e si fanno prossimo dei piccoli fratelli di Gesù» ha detto il cardinale Matteo Maria Zuppi nell’omelia della messa di congedo. Don Athos ha vissuto una vera passione per la Chiesa, assistendo impotente alla sofferenza e al disorientamento dei suoi figli. Ma più profonda di ogni ferita è stata la sua volontà di concordia, il desiderio di «diffondere una cultura di pace, un pensiero di vita di Dio e di amore che è più forte di ogni lotta e rivendicazione» (29-01-2010). Athos, ha ricordato Zuppi, «tante montagne ha superato per andare incontro, per cercare il fratello, la sorella, per servire l’unità dei fratelli e del cuore della persona». Come lui spiegava: «Avverto a volte delle avversità che non so bene valutare poiché non mi vengono dette direttamente: penso che sarebbe tanto più bello se si potesse ricevere una vera correzione fraterna come dice il vangelo. Fa tanto male camminare con il pensiero che quello che si è fatto e si vive nella Chiesa non sia frutto di una medesima adesione al vangelo e alla ubbidienza a quello che Lui ci ha lasciato da compiere in sua memoria. Chiedo luce per fare tesoro di tutto» (16-12-2010).

Aanche nei momenti di più grave turbamento il padre di persone che ama per la loro fede e che danno la vita «per il Vangelo e per la Chiesa» conserva intatta la volontà di «essere sempre fedeli al magistero e a quanto don Giuseppe con tanta tenacia ci ha insegnato perché fossimo un segno di vera comunione». Athos ha l’infrangibile convinzione che quando si ha in comune la fede «piuttosto che eventuali divergenze deve essere più grande la gioia» (3-12-2011). La gioia della comunione nella fede in Gesù Cristo. «Allo Spirito affidiamo tutto delle menti e dei cuori perché rimaniamo nella Sua via fino alla fine» (01-11-012).

Il “grandissimo dolore” che Athos ha vissuto nel dilemma tra il silenzio e la parola — «non so se ho la grazia per tacere o se devo usare franchezza» (20-11-2012) — è superato dalla volontà di «portare una parola di riconciliazione» (21-12-2012). Che si esprime soprattutto nella mitezza forte del silenzio: «Gesù taceva» (Matteo, 26, 63). Non si tratta di «emigrare senza far rumore», ma «di restare fissi in una via di comunione» (21-12-2012). È la lotta della fede che porta a lasciare spazio al “Principe della pace” (23-12-2012) e insieme verifica la sua realtà: «Davvero la fede diventi vera nella prova» (19-07-11). Questa fede provatissima, questo amore per la Chiesa e per tutte le Chiese di oriente e di occidente sono espresse dalla preghiera rivolta a don Athos dai suoi fratelli e sorelle. Essa può essere condivisa non solo da chi ha conosciuto e amato questo nostro piccolo grande fratello, e sono innumerevoli, di ogni lingua, popolo, condizione, religione, età, ma da tutti, perché Athos, ha sottolineato il cardinale Zuppi nell’omelia, «portava tutti con sé nella preghiera, nella macerazione profonda dell’amore. Il dono di Athos è proprio la presenza di Dio nell’assenza, contemplarlo nella storia degli uomini e nel cuore delle persone, svelare il mistero di amore che cercano, che possiedono senza comprenderne il nome e senza amarne il volto. Ti chiediamo di insegnarci dal monte Nebo la perseveranza nel cammino faticoso nel deserto, la cura di ogni compagno di strada, lo sguardo verso gli orizzonti grandi, la tensione verso la Terra promessa, l’amore che spera, con certezza irremovibile, nelle promesse di Dio».

di Emanuela Ghini