· Città del Vaticano ·

Ricordare è generare

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27 gennaio 2021

Pubblichiamo uno stralcio tratto da «La Memoria di Dio» (Sesto San Giovanni, Mimesis, 2020, pagine 52, euro 5), riedizione del libro omonimo del 2012 — curato sempre da Francesca Nodari — voluta dalla Fondazione Filosofi lungo l’Oglio, che dal 20 al 27 gennaio ha promosso on-line «La maratona della memoria».

La memoria di Dio; questo titolo ha due facce: Dio come oggetto e Dio come soggetto. Ricordarsi di Dio o Dio che ha memoria per noi. Nella tradizione biblica sono presenti entrambi gli aspetti. Prima di procedere alla loro analisi vorrei richiamare un trattato rabbinico della Mishnà — che è la codificazione della tradizione orale collocabile tra il ii e il iv secolo della nostra era — in cui si racconta che, a un certo punto, quando il tempio c’era ancora, il sommo Pontefice Giovanni, abolì gli «svegliatori» (Sotà, capitolo ix , 10). Chi erano costoro? Erano quelli che, al mattino, svegliavano Dio recitando un salmo: «Perché dormi? Svegliati!». Quasi che Dio di notte dormisse e dovesse essere svegliato per ascoltarci. Ora, anche se questa recitazione avveniva con la consapevolezza che è una metafora, tuttavia, a questo sommo pontefice la cosa non è piaciuta. Ed ha abolito gli «svegliatori». Ma in questo rapporto uomo-Dio e Dio-uomo dobbiamo sempre tenere presente che v’è la possibilità che l’uno o l’altro dei due dormano. Anche Dio, e lo vedremo poi.

Il racconto di Dio non è semplicemente un riassumere una pagina della Bibbia, ma è una situazione permanente e assolutamente necessaria nel nostro rapporto con Lui. In tutti e due i sensi che ho accennato prima: stare a sentire Dio che ci racconta e pregare Dio che stia a sentire noi che gli raccontiamo. Questa è la condizione fondamentale di ogni fede.

Ecco perché quando una volta mi sono divertito ad immaginare quali organi fisiologici di Dio sarebbero più importanti, se Dio fosse un essere come noi, provai a dare questo ordine: la bocca per darci le istruzioni, le orecchie per ascoltarci, e poi un altro organo cui nella Bibbia si fa riferimento: il naso. Che cosa se ne fa Dio del naso? Per sentire l’odore e il profumo dei sacrifici. Detto in parole meno metaforiche, il nostro rapporto con Dio è bilaterale e anche il racconto è bilaterale; ossia Dio, in un certo senso, ha bisogno del nostro racconto per entrare in contatto con noi, e noi abbiamo bisogno del suo racconto per entrare in contatto con Lui. Con questo criterio noi possiamo leggere l’intera Sacra Scrittura in un modo un po’ diverso cioè non solo come una storia, ma come un permanente dialogo tra Dio e l’uomo. Ma prima di andare avanti vorrei far notare che noi parliamo della storia sacra e che, tra tutte le religioni antiche e non antiche, l’ebraismo, con il cristianesimo, è l’unica che si appoggia sul fatto di raccontare una storia. In altri termini, per l’ebraismo e per il cristianesimo è come se vedessimo su un palcoscenico due personaggi che si parlano, e sono l’uomo e Dio. E se un credente è davvero tale sa che la Sacra Scrittura è ispirata: quindi il racconto della creazione è ispirato, il racconto dell’Esodo è ispirato, ecc... Come dire: lo Spirito Santo ci racconta. Ma, per altro verso, quante pagine della Scrittura sono un raccontare le nostre condizioni a Dio... V’è un’infinità di Salmi in cui noi confidiamo a Dio — all’orecchio di Dio — il nostro bisogno di aiuto, di conforto, di luce e non è un caso che, in ebraico, storia si dica toledot, che è un plurale femminile che viene dalla radice jld, che vuol dire generare, da cui anche jeled, bambino. Ossia, in ebraico, il concetto di storia si pensa e si esprime come una sequenza di generazioni che ricevono ciascuna dalla precedente e trasmettono ciascuna alla seguente. In questa storia ebraica, in questa storia biblica, la stella polare è il ricordo (Zachor). Io sono un recettore di ricordi e un produttore di ricordi: ecco perché ha senso parlare di storia in termini di toledot (generazione), di contro al concetto greco-latino di historia, che viene da indagare. La storia, nel concetto biblico, è un trasmettere anzi, se così si può dire, è un trasmettersi. E questo è rimasto sempre nell’animo ebraico. Se si sfoglia la Bibbia, ci si imbatte più volte nelle genealogie. E poi nella coscienza ebraica — anche nella mia — la passione per la genealogia è dominante.

Quando si incontrano due persone di origine ebraica che portano dei cognomi diversi, ma forse non privi di qualche somiglianza, uno dei due comincia sempre a chiedere: «Ma tu sei forse cugino di quello che era zio di mio nonno?». O cose del genere.

Nel 1992 la mia famiglia ha celebrato i cento anni di permanenza in una casa di campagna vicino ad Asti. Per l’occasione sono venuti parenti anche da Israele e abbiamo costruito una genealogia che va indietro di circa 500 anni. Questo non è un bisogno di nobiltà, è un bisogno di trasmissione, è un bisogno di salvare la vita di chi non c’è più; e di affidare la nostra vita quando non ci saremo più.

di Paolo De Benedetti