· Città del Vaticano ·

Due villaggi per orfani, un ospedale e un centro di riabilitazione

In Tanzania
con padre Tarcisio

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27 gennaio 2021

Gesù ha vissuto la vita che è di tutti e, giorno dopo giorno, ha mostrato che la giustizia del Suo Padre si manifesta inequivocabilmente nei gesti di liberazione dal male e nel riscatto della speranza perduta. Dio non è il faraone potente che può decidere di regalare alle creature un patrimonio o farle morire, artefice del loro bene come del loro male: questa è la tentazione dell’uomo (fuori e dentro la religione) che immagina e sospetta un Dio prevaricatore, le cui intenzioni sono indecifrabili. Nel nome di Dio Gesù compie solo gesti di liberazione dal male. È la cura dell’altro l’intenzione e la passione con le quali l’Abbà di Gesù vuole essere identificato. Questa cura tenera e fedele, che sana le ferite e opera per il felice compimento dell’esistenza, è destinata ad ogni creatura: ovunque essa abiti. I discepoli di Gesù lo sanno. Così, lietamente, nella consapevolezza di essere vasi di coccio, offrono cura a tutti coloro che attendono segni di Lui. Come accade in Tanzania, vasto Paese africano (la cui superficie è tre volte quella dell’Italia) abitato da 56 milioni di persone, un terzo delle quali cristiane. Qui, nella savana, opera padre Tarcisio Moreschi, 73 anni, sacerdote fidei donum della diocesi di Brescia. Dopo aver trascorso 17 anni in Burundi e Zaire, dal 1993 vive nella diocesi di Njombe abitata in prevalenza da luterani: sino al 2006 ha guidato la parrocchia di Mtwango, poi è stato chiamato a prendersi cura della comunità di Ilembula, paese di ottomila abitanti. Attento alle necessità della popolazione, piegata da povertà, privazioni e malattie, il sacerdote ha fondato due villaggi per orfani, ciascuno dei quali è costituito da una decina di case-famiglia che per il proprio sostentamento possono contare su un grande allevamento di galline, pecore, maiali, conigli. Ogni casa, dotata di un orto, è abitata da due o tre mamme che, con l’aiuto di alcune suore, si prendono cura di 8/10 neonati e bambini orfani, anche disabili. «Questi nostri piccoli ospiti hanno perduto la mamma durante o subito dopo il parto, oppure entrambi i genitori, spesso a causa dell’aids, una malattia che in Tanzania miete un numero elevato di vittime», racconta padre Tarcisio. «Noi ci impegniamo per offrire ai bimbi il calore, la sicurezza, l’affetto di una famiglia affinché possano crescere sereni e avere un futuro buono. Ci preoccupiamo che mantengano legami saldi con i parenti e con il papà, se è in vita: quindi ogni anno i piccoli trascorrono alcune settimane nei loro villaggi durante le vacanze di Natale e in estate. Terminate le scuole elementari, che durano 7 anni, tornano a vivere con i parenti o con il genitore ancora vivo. I pochi bimbi che non hanno più alcun familiare vengono adottati». A Mtwango padre Tarcisio ha contribuito a fondare un grande ospedale, mentre a Ilembula ha dato vita e gestisce l’unico centro di riabilitazione per disabili del territorio. Un qualificato staff di specialisti si prende cura mediamente ogni anno di 1.200 pazienti e assicura ai loro familiari accompagnamento e regolari momenti di formazione. Oltre alla cura degli orfani e dei disabili, che in Tanzania patiscono privazioni e dolorosi avvilimenti, padre Tarcisio si prodiga a favore delle giovani generazioni che hanno bisogno di accompagnamento per riuscire a costruire la vita buona cui aspirano. Nel corso del tempo, con le adozioni a distanza, è riuscito a sostenere negli studi oltre un migliaio di bambini e ragazzi mentre, grazie a un generoso contributo della Conferenza episcopale italiana, alcuni anni fa ha fondato un istituto tecnico, frequentato ogni anno da un centinaio di ragazzi e ragazze: «Sono felice — afferma — perché gli allievi diventano bravi agricoltori e allevatori avviando attività che offrono loro il necessario per vivere dignitosamente e mettere su famiglia».

Quando giunse in questa diocesi padre Tarcisio si rese conto che i cattolici vivevano sparpagliati nei villaggi e quasi non si conoscevano fra loro. «La prima opera pastorale da compiere era quella di radunarli, farli incontrare con regolarità affinché diventassero Chiesa», dice. «Per me era e resta fondamentale annunciare Cristo e far nascere comunità: per questa ragione, nel corso degli anni ho promosso l’edificazione di oltre 60 chiesette nei diversi villaggi. Ho fornito i materiali indispensabili mentre i fedeli, lavorando insieme, le hanno costruite imparando a essere famiglia. Attualmente la mia parrocchia conta 2.290 fedeli mentre nel 2007 erano 1.320: sono felice che siano aumentati e abbiamo formato piccole comunità coese, vivaci, dallo stile familiare: uno stile che si deve molto all’impegno delle donne, le quali si spendono generosamente nelle attività parrocchiali». E riflettendo sulla propria esperienza missionaria, afferma: «Sono sempre stato aiutato e accompagnato da persone sagge: penso ai miei confratelli fidei donum, che ho molto ammirato, ai sacerdoti africani che si sono avvicendati al mio fianco nelle parrocchie, ai numerosi laici con i quali ho collaborato. Sono profondamente grato al Signore che da decenni mi consente di risiedere in Africa e di vivere la fede a favore di questi popoli con la creatività che contraddistingue il mio carattere. Con la Sua grazia sono anche riuscito a ricondurre nella Chiesa cattolica numerosi fedeli. Sono andato a cercarli uno ad uno e mi sono preso cura di loro: vederli tornare è stata felicità incomparabile».

di Cristina Uguccioni