· Città del Vaticano ·

Nell’ultimo disco di Steve Earle le canzoni del figlio morto di overdose

Faccia a faccia con il dolore

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26 gennaio 2021

Ci sono storie artistiche — storie vere — di fronte alle quali si può solo chinare il capo. È il caso della vicenda tacitamente raccontata da un disco, J.T., appena pubblicato da Steve Earle, uno dei più importanti cantautori americani. J.T. — il titolo — sta per Justin Townes, primo figlio di Steve.

Autore e interprete nato in Virginia e trapiantato tra Nashville e il Texas, Earle padre ha scritto alcune delle più importanti canzoni del folk-rock americano, collaborando con Johnny Cash e Willie Nelson, Emmilou Harris e Bruce Springsteen. In quasi cinquant’anni di carriera ha affrontato periodi di tossicodipendenza e giorni di carcere, senza mai arretrare di fronte a una vocazione musicale robusta che lo ha visto sempre legato alle radici dell’America libertaria, della classe lavoratrice, dei più poveri, delle persone dimenticate e “fuori quota” rispetto al glorioso sogno americano.

Justin Townes, classe 1982, figlio della terza moglie di Steve (che ne ha avute sei), è cresciuto a Nashville con la madre, Carol Ann Hunter. Justin ha iniziato ad avere problemi di droghe pesanti a 13 anni e ha registrato il suo primo disco a 25 anni, raggiungendo con Harlem River Blues (nel 2010) una buona notorietà. La sua non è stata primariamente una storia di successi, quanto una storia di coraggiosa, impietosa e drammatica lettura della realtà. Gli States profondi, quelli che non vivono attorno ai lustrini di Elon Musk o della Silicon Valley, quelli che non si nutrono dello sfavillio di Times Square, è fatta di gente depressa, malinconica, senza meta, senza affetti stabili e Justin ne è stato un narratore implacabile e malinconico. Due dischi soprattutto — Single Mothers e Absent Fathers — pur nel loro insuccesso discografico, sono il ritratto dell’America profonda, di quel continente desolato e malinconico che né i pro-Trump, né i pro-Biden sembrano poter risollevare e salvare, perché contagiato da quell’estrema malattia verso cui non c’è vaccino e che si chiama solitudine: Madri Single e Padri Assenti (dicono i titoli di quei dischi), è questo il futuro del genere umano nell’epoca della felice globalizzazione?

Nel suo continuo tentativo di “ripulirsi”, tra alti e bassi, depressioni e tentativi di vivere bene in famiglia (con moglie e figlioletto) Justin ha affidato la sua ultima fatica artistica a un album, The Saint of Lost Causes (“Il santo delle cause perse”, 2019), in cui tutto pare ricondursi all’assenza di speranza, all’insuccesso che sembra essere destino di ogni tentativo umano, salvo potersi affidare (nel caso possa rispondere) con un’invocazione estrema a san Giuda Taddeo, il patrono delle richieste impossibili che non a caso è rappresentato sulla copertina del disco. Nel cd c’è una canzone, Appalachian Nightmare, che sembra un testamento traslato in una sceneggiatura da fiction-noir: «Quindi ho ventiquattro anni; Ho avuto problemi per la maggior parte dei miei giorni; Ma devo dire che non ho mai pensato; Che sarebbe finita in questo modo; E di tutti i miei rimpianti; Due sono quelli che mi preoccupano di più; Vorrei poter essere migliore, mamma; E vorrei non essermi mai fatto una dose». Un urlo drammatico consegnato a note rarefatte, quasi suggerite, mai troppo invadenti.

Justin è morto per overdose il 20 agosto scorso a 38 anni. Suo padre Steve ha preso il coraggio di confezionare un disco con le canzoni del figlio.

Non è ovviamente una “cosa nuova” trovare musicisti che incidono per (in un qualche modo) fissare i confini del dolore di una morte simile, si pensi a Ghosteen di Nick Cave, oppure a All of my love e I Believe dedicate da Robert Plant al figlio Karac, ed ancora a Tears in Heaven di Eric Clapton. Ma il disco di Steve Earle non è solo un dolente ricordo, per quanto liberatorio: è un faccia a faccia, è un mantenere vivo. Assomiglia più all’ingresso nel rifugio domestico di Andrea nella Stanza del Figlio di Nanni Moretti.

In queste dieci canzoni di Justin intepretate da suo padre c’è il bisogno di tenerlo vivo, di confrontarsi con la sua visione del mondo, di dare nuova voce al suo inquieto scandaglio delle cose, dell’amore e del dolore, della solitudine, della richiesta di dolcezza, del desiderio di felicità e della paura-voglia di autodistruzione. Steve Earle canta così, con rispetto, delicatezza e pulizia, le canzoni del figlio e termina il tutto con un brano da lui scritto che è (a seconda dei gusti) un ricordo personale ed un pugno nello stomaco, Last Words, che tratteggia vari momenti del passato tra padre e figlio, e gli assicura che ci rivedremo dove tutto è luce oltre le tenebre. E termina dicendo «Last thing I said was, “I love you”; And your last words to me were, ’I love you too» (“l’ultima cosa che ti ho detto, ’ti amo’; e le tue ultime parole che mi hai detto sono state ’ti amo anche io’“).

Ci sono proprio storie impossibili di fronte alle quali non si può far altro che guardare, si diceva. E dire una preghiera.

di Walter Gatti