· Città del Vaticano ·

Sulla paternità
L’esperienza del lutto, del tradimento, dell’abbandono nell’opera di quattro cantautori

Cantare le ferite

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26 gennaio 2021

«Cerco quell’amore che non può non esserci / Dimmi una parola che non sia di ostilità / Tutto questo orrore non ci può distruggere / Solo una parola e tutto questo finirà / Ti ricordi le poesie che ti ho scritto quando eri giovane? / Sono a casa mia orfane, perché non vieni a prenderle? / Mi piace pensare che ti farebbero sorridere / Perché non ripartire da lì? Non penso che ci sia nulla da perdere». Versi di Padre e figlio canzone di Cristiano Godano, il frontman dei  Marlene Kuntz cimentatosi in un disco solista dal titolo Mi ero perso il cuore. Canta del travaglio di un padre e la solitudine del figlio lontano.

Cristiano Godano


Nello stesso disco Padre e Figlio precede il brano Figlio e Padre, lì dove la prospettiva viene rovesciata, uno scambio di ruoli singolare. C’è un padre in preda allo sconforto dopo aver litigato con il figlio, nella canzone successiva un figlio sconfitto si rivolge al padre con parole amare. Le canzoni sono confinate in un recinto di solitudine, l’uno manca all’altro, desiderano una riconciliazione, ma qualcosa impedisce il ricongiungimento. Il compendio di centinaia di canzoni che analizzano le complesse relazioni parentali.

In Padre e Figlio il protagonista teme di perdere il suo ragazzo, lo stesso autore ne spiega il senso: «Un padre e un figlio hanno un diverbio acceso, e il padre ci ripensa a distanza di qualche ora provando forte commozione e tristezza. La canzone non si tira indietro, e il suo tono mesto cerca di rendere al meglio il turbamento. C’è un nonsoché di “leonardcoehniano” che mi soddisfa molto, non cercato ma istintivamente trovato. È forse la canzone che mi procura il più forte impatto emotivo e sarà molto, molto intenso suonarla dal vivo». In Figlio e Padre, il figlio evoca la figura paterna: «Al ricordo di quello che fu e di quello che non è più, fantasmi si agitano sullo sfondo della canzone provocando sentimenti di angoscia e paura. La parola stessa “paura” viene nominata e cantata nel ritornello, e sono particolarmente felice di aver avuto il coraggio di nominarla in modo così manifesto. Trovo fascinoso il coraggio della paura, senza il timore di esibire sentimenti sconvenienti per il consolidamento della propria immagine pubblica».

Eric Clapton


Scritta e interpretata da Eric Clapton, My Father’s Eyes è una canzone estratta dall’album Pilgrim. Clapton non incontrò mai suo padre, morto nel 1985. Ne scoprì l’identità grazie alla ricerca di un giornalista canadese, Edward Fryer. Si vergognò di aver demandato ad altri un’indagine che avrebbe dovuto condurre personalmente. Con la negazione del padre, Clapton costruì una cortina di ferro attorno a sé. Costretto dagli eventi, quel confine invalicabile fu oltrepassato per la morte tragica del figlio Conor, precipitato da una finestra di un appartamento. In My Father’s Eyes fissa lo sguardo sul figlio Conor e sul padre sconosciuto, una mancata figliolanza col padre e una paternità interrotta bruscamente su una linea di sangue che li lega tutti. Eric Clapton trova la sua identità nel ricordo dei suoi cari. Con coraggio tenta un riscatto, di sopravvivere al lutto.

Nei mesi successivi alla prematura scomparsa di suo figlio, Clapton non dormì per settimane. Sotto shock, non pensava più alla musica, non riusciva a fare nulla. Un collaboratore gli fece ascoltare Wonderful Tonight in una nuova versione, su di lui ebbe un effetto immediato, un calmante che portò benessere. Reagì alla morte del figlio, scrivendo nuova musica e senza l’assillo di doverla pubblicare. Non voleva lasciare spazio ai sentimenti, non poteva fermarsi per nessuna ragione, altrimenti sarebbe crollato. Cominciò a suonare senza uno scopo preciso e la prima canzone che scrisse fu The Circus Left Town che parlava di una giornata trascorsa con il figlio al circo. Dopo anni, fu inclusa con il titolo Circus nell’album Pilgrim che mostra un Clapton percosso dalla vita e redento, bisognoso di raccontarsi. River of Tears, la se-conda canzone del disco, è una preghiera di un padre disperato che piange fiumi di lacrime per la perdita del suo bambino: «Signore, quanto tempo devo continuare a correre / Sette ore, sette giorni o sette anni / Tutto quello che so è da quando te ne sei andato, mi sento come se stessi annegando in un fiume di lacrime / Vorrei poterti stringere, ancora una volta per alleviare il dolore / Ma i miei tempi finiscono e devo andare, devo scappare di nuovo / Un giorno troverò la via del ritorno qui / Mi salverai dall’annegamento».

In tanti pensano che Tears in Heaven sia dedicata al figlio. Il brano, poggiato sulla progressione di accordi di Many Rivers to Cross nella cover di Jimmy Cliff, fu scritto in origine per cercare una risposta a un quesito che lo tartassava dal giorno in cui morì suo nonno: «Ci saremmo davvero di nuovo incontrati?». Clapton comprese quanto la vita fosse fragile e accettò, dopo un lungo travaglio, la morte di Conor, rassegnandosi all’idea di averlo perso per sempre. Ciò divenne fonte di sollievo. Decise allora di consegnare al pubblico le canzoni scritte per sé stesso e il figlio, con la convinzione di aiutare chiunque avesse vissuto la stessa esperienza. Tutto condensato nel libro Eric Clapton, L’autobiografia ( epc Editore, Roma, 2019, pagine 343, euro 18).

Sufjan Stevens


L’album Carrie & Lowell riverbera il legame di Sufjan Stevens con il patrigno Lowell e la madre Carrie. Una relazione segnata dalle malattie psichiche della mamma che più volte lo abbandonò, mentre gli unici momenti di felicità sono legati al rapporto con il patrigno. Una relazione paterna inattesa che ricorda l’adozione a figli secondo l’apostolo Paolo. Un amore che richiede uno sforzo maggiore, cioè amare di più rispetto a un padre biologico che lo fa istintivamente perché il bambino possa sentirne l’appartenenza e rivolgersi a lui chiamandolo teneramente “papà”. Stevens si racconta con parole aguzze, con quel modo di cantare sussurrato diventato il suo tratto distintivo. Disse del disco in un’intervista: «Questo non è il mio progetto artistico; questa è la mia vita.».

Con Death With Dignity perdona la mamma: «Spirito del mio silenzio, ti sento / Ma starti vicino mi spaventa / E non so da dove iniziare / Ancora una volta ho perso ogni mia forza / Restami vicina / Ti perdono, madre, ti sento / E vorrei essere vicino a te / Ma ogni strada porta a una fine / Non ci vedrai mai più». Nella biblica One Thing, citando l’Apocalisse e il profeta Daniele, salva il ricordo di lei confidando nella grazia che rende accettabile il male da lei ricevuto: «In qualche modo, qualsiasi cosa provo torna a te / Voglio salvarti dal tuo dolore. / Cieca fede, la grazia di Dio, nient’altro da impartire».

Nelle canzoni Carrie & Lowell, Eugene e All of Me Wants All of You si concentra sui pochi anni trascorsi insieme alla famiglia, mentre il racconto diventa luttuoso in Should Have Known Better, nella tenera Fourth of July e in No Shade in the Shadow of the Cross. Canzoni che tratteggiano l’orfanezza di Stevens segnata dall’abuso di alcol e droga, dal disprezzo di sé fino a tentare il suicidio. In una discesa agli inferi, l’ascoltatore riflette su un figlio sopravvissuto a una tragedia familiare.

Niccolò Fabi


Facciamo Finta
di Niccolò Fabi fu scritta per ricordare la figlia Olivia di appena due anni scomparsa per una sepsi meningococcica fulminante. Il testo è quasi insopportabile, anche chi non è padre fatica ad ascoltarla. Strazia l’anima la voce di un padre che cerca la figlia e non la trova più sul divano di casa per abbracciarla. «Facciamo finta che io mi addormento / E quando mi sveglio è tutto passato / Facciamo finta che posso schioccare le dita / E in un istante scomparire / Quando quello che ho davanti non mi piace, non è giusto / O semplicemente mi fa star male / Facciamo finta che io torno a casa la sera / E tu ci sei ancora sul nostro divano blu / Facciamo finta che poi ci abbracciamo / E non ci lasciamo / Mai più». Quando Niccolò Fabi esegue dal vivo Facciamo Finta definisce l’esibizione come un’esperienza di Passione intesa quasi in senso cristologico, per il sangue versato in quella storia e le lacrime raccontate in tre minuti di canzone.

Diede notizia della scomparsa della figlia pubblicando in rete la canzone scritta per la sua nascita, Attesa e inaspettata, a simboleggiare l’attesa di un evento meraviglioso e di un fatto inatteso che gliel’ha tolta. La canzone fu accompagnata da un messaggio tristissimo: «Questa notte una sepsi meningococcica fulminante ha portato via nostra figlia Olivia, Lulùbella per chi l’ha conosciuta e amata, il dolore devastante che mi attanaglia la gola è la conseguenza dell’esperienza più inaccettabile, orrida, ingiusta e innaturale che un essere umano può vivere». L’evento della paternità cambiò la sua vita, così come la perdita prematura della figlia amata. Tutto cambia quando arriva una creatura nella vita dei genitori, perfino l’aria che si respira tornando a casa perché il babbo troverà il sorriso di una figlia ad attenderlo: «Come cambia il peso delle cose / Il valore del denaro / Della forza delle braccia / Del sonno e del risveglio / Del pianto del sorriso / Dell’aria che respiri / Di ritornare a casa / Ora il mio posto è qui / Che bellezza abbagliante/ La tua». Qualche anno più tardi Niccolò Fabi incise Ecco. Nella canzone riavvolge il nastro dei ricordi, cercando di posizionare ogni accadimento al loro posto, anche la morte della sua bambina: «La barca persa nella tempesta / Ha eliche che girano al contrario / Naviga indietro nella sua scia / E torna salva nel porto». Perché il ricordo di lei non svanisca dai suoi più cari ricordi, canta: «Io certo non ti lascerò mai andare / Ecco / Di certo non ti lascerò sparire / Ecco, ecco». Lo scrisse Cicerone che la vita dei morti è nel ricordo dei vivi.

Le canzoni, anche quelle rimaste fuori da queste pagine, cantano della gioia paterna e materna per la nascita di un figlio, del decentramento dei genitori per fare spazio al nascituro, della soddisfazione dei bisogni dei figli. Quando invece irrompe la morte in una famiglia, quando un bimbo viene tradito dalla madre o un genitore perde il figlio amato, nulla sembra avere più senso.

Papa Francesco indica il lutto come una strada amara, ma utile per aprire gli occhi sulla brevità della vita e sul valore sacro e insostituibile della famiglia. Il Pontefice aprì le udienze del mercoledì dedicate al libro dei Salmi con una riflessione sulla paternità di Dio che sostenta le madri, i padri e i figli feriti di cui parlano le canzoni fin qui elencate: «La cosa peggiore che può capitare è soffrire nell’abbandono, senza essere ricordati. Da questo ci salva la preghiera. Perché può succedere, e anche spesso, di non capire i disegni di Dio. Ma le nostre grida non ristagnano quaggiù: salgono fino a Lui che ha cuore di Padre, e che piange Lui stesso per ogni figlio e figlia che soffre e che muore».

di Massimo Granieri