· Città del Vaticano ·

L’ultimo libro di Antonella Lattanzi

Nel cortile che trasforma
le voci in verità

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
25 gennaio 2021

Si è appena trasferita da Milano in un quartiere residenziale alle porte di Roma, Francesca. Con lei il marito e le due figlie piccole per un nuovo inizio che la donna sente come assolutamente perfetto. Eppure, granello dopo granello, qualcosa inizia a incepparsi e la tragedia irrompe.

È un thriller psicologico impeccabile Questo giorno che incombe (Milano, HarperCollins 2021, pagine 456, euro 19,50), il nuovo romanzo di Antonella Lattanzi. Volti la pagina con ansia, procedi in alto a sinistra sempre sul ciglio del baratro. La scrittrice quasi si diverte con te, ti tiene sul filo ma poi rovescia le carte, le rimescola ancora. E tu la segui, con il fiato sospeso. Sospeso per la trama, per come andrà a finire; sospeso perché i racconti di maternità esauste e inascoltate diventano troppo spesso, nell’indifferenza generale, cronaca nera sparata in prima pagina.

È dunque una storia di madri Questo giorno che incombe — e forse le più intriganti sono proprio quelle che Lattanzi evoca ma non delinea, lasciandone al lettore la responsabilità. Ma è anche una storia di padri, tanti e diversi, e la galleria messa in scena attorno e oltre il cancello rosso fuoco del condominio davvero meriterebbe un’indagine a sé («Ci hai lasciate perché eravamo in pericolo papà? Un padre non fa così. Un padre protegge»). E c’è anche, nel romanzo, quel giornalismo rampante che, mentre fa cronaca in nome degli ascolti, illumina quasi fino a ustionarla la vita di chi finisce nelle sue maglie; che poi non importa se l’accusa non è quella da cui tutto è partito, perché scavare nell’intimo delle persone è mala arte che trova sempre qualcosa. Che fa comunque vittime, aggiungendone di nuove.

Ma con il suo rimandare costantemente all’atmosfera di quel film atroce che è La zona di Rodrigo Plá (2007), Questo giorno che incombe è una riflessione implacabile sulla predisposizione alla caccia all’uomo. Sulle comunità asfittiche che, individuato “il diverso”, emettono sentenze (e tentano di applicarle) senza prove, senza nulla. Guidate solo da voci che si autoalimentano e che, passando di bocca in bocca, diventano più che vere. Diventano assolute.

di Giulia Galeotti