· Città del Vaticano ·

A colloquio con il cappellano mondiale della Conferenza internazionale cattolica dello scoutismo

In un campo di tende
dove si abbraccia la diversità

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
25 gennaio 2021

Gli scout vivono la famiglia umana. Si impara a farlo trascorrendo del tempo insieme nella natura, che è la casa comune dove apprendono a cucinare, a fare il letto e a costruire ogni cosa di cui hanno bisogno. Intorno alle tende del campo non vedono più le case e non distinguono uno stile architettonico da un altro. Non ci sono i confini della città ma solo gli alberi, il cielo, il sole. Scoprono che il creato non ha frontiere e non ricordano più di essere italiani, senegalesi o giapponesi. «Facendo scoutismo impari a impegnarti nella vita, a vivere in comunione, a servire la gente come un intimo movimento dell’essere che si concretizza con la promessa di servire Dio, gli altri e te stesso». A dirlo a «L’Osservatore Romano» è padre Jacques Gagey, cappellano mondiale della Conferenza internazionale cattolica dello scoutismo (Cics), intervistato in occasione della Giornata mondiale dell’educazione che ogni 24 gennaio celebra l’importanza dell’apprendimento in qualunque contesto.

«Lo scoutismo — afferma il sacerdote — è il simbolo dell’umanità intesa come una famiglia che abbraccia la diversità, qualunque sia la religione, e in cui Dio è padre di tutti gli uomini». A differenza della scuola in cui c’è una pedagogia strutturata per l’insegnamento, il metodo educativo scout è semplice e forma il carattere dei giovani. Tutto si sintetizza nell’impegno e nella promessa di essere responsabili insieme della casa comune: «Perché conviviamo? Perché giochiamo? Perché mangiamo insieme? Perché ti aiuto? Perché siamo amici? Perché apparteniamo alla famiglia umana e siamo tutti fratelli?», spiega il cappellano. I valori educativi «arrivano successivamente e sono ispirati da questo senso spirituale di fratellanza che ci spinge ad assaggiare la vita». Oggi a tanti genitori piace mandare i figli a fare scoutismo. «Si affidano — sottolinea — e pensano sia una sicurezza perché offre un’occasione di sentirsi vivi e rende responsabili di ciò che si fa». I giovani hanno nei loro capi, poco più grandi, dei modelli di vita tangibili, «vedono come sono cresciuti e possono progettarsi guardando loro».

Con i ragazzi padre Jacques ha compreso fino in fondo l’importanza dei suoi studi sull’interiorità: «Oggi i giovani continuano a interessarsi al discorso religioso e ai suoi valori ma vedono una realtà più complessa e ricca di diversità. Sono investiti da stimoli provenienti da tutto il mondo e da altre culture». Ciò è dovuto in parte al progresso tecnologico e in parte ai flussi migratori. «Non è facile, come prima, dire chiaramente le cose, sapere come vivere o applicare un discorso», aggiunge il sacerdote scout, perché «anche se ascoltano gli anziani questi rappresentano un mondo passato, troppo italiano o troppo francese», ristretto entro certi confini, poco globale. Gli adulti chiedono spiegazioni, ma i ragazzi non hanno tempo di spiegare. «Il giovane ha una morale molto forte. Egli percepisce le cose, senza poter difendere questa ricchezza che ha dentro. Molteplici stimoli generano un’attività intima che non si esprime a parole. Ha un’interiorità tanto animata in cui cela un mistero di vita profondo che gli adulti non vedono: egli è più sensibile alla diversità e vede il mondo come la sua famiglia. Sollecitato da più parti, non sa esattamente dove andare perché c’è una moltitudine di possibilità».

Per dargli le risposte che cerca la religione si pone a un livello preverbale, spiega il cappellano: nell’interiorità si concretizza la promessa di cui il giovane scout è responsabile anche più degli adulti in quanto, essendo molto più connesso, egli è garante di un orizzonte vitale assai ampio. Questo gli dona gioia sebbene egli non conosca la meta del suo cammino. «Lo scoutismo è la via per essere buoni cattolici», dice Gagey. Come nella promessa anche la fede deve concretizzarsi in un’azione reale. Quando c’è un problema lo scout si alza, si offre, senza discutere troppo. «Se ha problemi, va a preoccuparsi di quelli degli altri senza pensare ai propri», racconta il prete francese. Ciò permette di progredire nella fratellanza con Gesù come compagno di viaggio. «È un modo di vivere che risponde a una chiamata inclusa nel Vangelo. Gesù dice che la nostra famiglia non è grande come quella di Dio, perciò non dobbiamo lavorare limitandoci a questo piccolo mondo. Lo scoutismo non richiede nessuna riflessione profonda ma generosità e amore per gli altri, è un fare, è un’organizzazione semplice e responsabile più che intellettuale».

Con la pandemia i principali raduni scout nazionali e internazionali sono stati cancellati. Scuole e oratori sono stati chiusi. Alcune famiglie, esperti e studenti temono che la didattica a distanza abbia impoverito l’insegnamento, con il rischio di perdere una generazione di ragazzi. Che valori avranno i futuri cittadini? Secondo padre Jacques, «da questa situazione i giovani possono trarre vantaggio per lo sviluppo personale, perché vengono sottratti al flusso continuo di sollecitazioni che gli richiedevano un impegno continuo». Il sacerdote si riferisce alla differenza tra l’insegnamento, che imprime una conoscenza, e l’educazione che è come un lievito che fa emergere i valori. «Vorrebbero tenere lontani i giovani dai troppi stimoli, dando loro molte nozioni per renderli capaci di affrontare un’enorme quantità di sfide. Penso che, se mangiano troppo, poi non digeriscono».

Secondo il cappellano occorre distinguere due intenzioni educative: da un lato la formazione dei giovani, dall’altro la finalità economica. «Alcuni fanno gli educatori come se ciò potesse renderli di fatto capaci di controllare la propria vita e renderli maestri di se stessi. È un’illusione degli adulti: pensano vada controllato questo flusso, ma ai ragazzi tale enormità non fa paura. Vogliono realizzare una comunità mondiale in cui c’è sempre più benessere, ma io non credo molto a quest’idea».

Nell’ultimo anno molte persone hanno perso il lavoro, hanno visto calare il loro reddito e hanno passato tanto tempo senza fare nulla di remunerativo, ma hanno riscoperto la vita in famiglia, l’amicizia, la comunità, Dio. È bene ricordarlo in questa Giornata mondiale dell’educazione che si celebra nello stesso giorno in cui Robert Baden-Powell pubblicò il libro Scouting for Boys, con cui fondò il movimento scout. Un campo di tende è un “luogo sicuro” in cui ci si perde nella natura senza smarrire se stessi in brutte compagnie o in percorsi autodistruttivi. Vivere di cose semplici e tornare a casa gioiosi, esuberanti e pieni di vita. Questo è il metodo scout che educa alla vita cristiana. «I sacerdoti vogliono farli più credenti e gli educatori più autonomi — conclude Jacques Gagey — ma io dico di lasciarli vivere e scoprire la vita».

di Giordano Contu