· Città del Vaticano ·

Un libro e un’attesa

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23 gennaio 2021

Pubblichiamo ampi stralci della prefazione — scritta dal rabbino direttore internazionale degli affari interreligiosi dell’American Jewish Committee (Ajc) — al secondo volume de La Bibbia dell’amicizia (2020, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo [Milano], pagine 386, euro 30), che raccoglie brani dei Neviim/Profeti commentati da ebrei e cristiani.

Un truismo delle relazioni ebraico-cristiane è che «ciò che ci unisce è ciò che ci divide», e questo riguarda non da ultimo le nostre comuni Sacre Scritture. L’affermazione cristiana del Tanakh, la Bibbia ebraica, è stata la base per notevoli riconoscimenti da parte ebraica, dal Medioevo all’Età moderna, dell’esistenza di una relazione speciale e unica tra le due comunità. (...)

Le fondamentali differenze nella comprensione dei termini presenti nelle nostre Scritture comuni hanno inevitabilmente condotto a perplessità, frustrazione e denigrazione rispetto alle altrui affermazioni e rifiuti.

Oggi noi siamo benedetti nel vivere in una nuova era di amicizia ebraico-cristiana, nella quale non abbiamo più bisogno di vedere queste comprensioni e interpretazioni divergenti come fonte di conflitto, ma possiamo perfino considerarle come un’opportunità di incontrare le nostre diverse tradizioni e i nostri reciproci mondi interiori.

Non c’è dubbio che Nostra aetate ha inaugurato un desiderio di riscoperta delle radici ebraiche nato dalla consapevolezza che farlo fosse necessario. Si vedano i successivi documenti della Pontificia Commissione per le relazioni religiose con l’ebraismo: Orientamenti e suggerimenti per l’applicazione della Dichiarazione Conciliare «Nostra Aetate» (n. 4) del 1974, Sussidi per una corretta presentazione degli ebrei ed ebraismo nella predicazione e nella catechesi della Chiesa Cattolica del 1985, Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili (Rm 11, 29). Riflessioni su questioni teologiche attinenti alle relazioni cattolico-ebraiche del 2015.

Papa Francesco ha parlato di «una ricca complementarietà che ci [a ebrei e cristiani] consente di leggere i testi delle Scritture ebraiche insieme per aiutarci a scoprire le ricchezze della parola di Dio» (Evangelii gaudium 249).

Queste affermazioni sono molto in sintonia con le idee espresse nel documento della Pontificia Commissione Biblica Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana (2001), firmato e prefato dall’allora Card. Joseph Ratzinger e in armonia con le parole pronunciate da Papa Giovanni Paolo ii in occasione della sua visita, nel 1986, alla grande sinagoga di Roma. Egli affermò allora che la relazione con l’ebraismo è «intrinseca» al cristianesimo, come non avviene con nessuna altra religione, e chiamò il popolo ebraico «il nostro amato fratello maggiore».

La trasformazione dell’approccio della Chiesa nei confronti degli ebrei e dell’ebraismo ha in seguito provocato risposte ebraiche come il documento Dabru emet (2000) e più di recente due dichiarazioni di ebrei ortodossi: Fare la volontà del Padre nostro in cielo: verso un partenariato tra ebrei e cristiani (2015) e la dichiarazione del Gran rabbinato d’Israele, della Conferenza dei rabbini europei e del Consiglio rabbinico d’America Tra Gerusalemme e Roma (2017).

È interessante notare che l’idea di una riconciliazione fraterna venne anticipata da Rav Naftal Zwi Yehudah Berlin, il preside della Volozhin Yeshiva, nel suo commento alla Torah: «E avverrà nelle generazioni future che, quando i cristiani saranno risvegliati in uno spirito di purità, e riconosceranno gli ebrei e i loro valori, anche noi saremo risvegliati a riconoscere che i cristiani sono nostri fratelli».

Nonostante ciò, come i documenti ebraici sopra menzionati affermano, siamo tenuti a continuare a riconoscere le nostre profonde differenze, sia nella teologia che nelle interpretazioni delle Scritture, che mantengono separate le nostre due comunità di fede. Le Scritture che condividiamo continueranno a legarci e a dividerci, nel nostro mondo che non è completamente redento. Però questa tensione è anche molto stimolante.

Per dirla con le parole di Martin Buber: «Abbiamo in comune... un libro e un’attesa. Per voi il libro è un vestibolo, per noi è il santuario. Ma in questo posto noi possiamo dimorare insieme e insieme ascoltare la voce che qui parla. Questo vuol dire che insieme possiamo sforzarci di evocare il corpo sepolto di quella voce, insieme possiamo redimere l’imprigionata parola vivente».

di David Rosen