· Città del Vaticano ·

Cambiamento d'epoca

Gli orizzonti digitali
dell’Homo faber

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23 gennaio 2021

«Sempre caro mi fu quest’ermo colle, / e questa siepe, che da tanta parte / dell’ultimo orizzonte il guardo esclude».

Con queste parole Leopardi indica in maniera poetica e sublime un’esperienza profondamente umana e che accompagna ogni generazione. Paolo Pagani nota che, a chi consideri l’essere umano, anche solo dal punto di vista di una fenomenologia fisica — nella postura pienamente eretta che lo caratterizza e nella plasticità dello sguardo —, appare chiaro che questi vive in relazione con un orizzonte: un orizzonte che accoglie e supera le realtà che via via in esso si presentano. Questa capacità di avere un orizzonte (e quindi, di avere un mondo) è ciò che classicamente si dice “intelletto”. La nostra specie si caratterizza perché è capace di costruire e avere un orizzonte, di avere un mondo mappato con l’intelletto. Questo mondo non è un qualcosa di dato staticamente ma dinamicamente affidato alla nostra stessa costituzione umana: la capacità di narrare l’orizzonte.

Questo elemento fa sì che a differenza degli altri animali, la spiegazione dei nostri comportamenti non possa essere risolta con discipline come la biologia o l’etologia, mediante cioè delle leggi statiche e fisse. Quello che come specie abbiamo fatto, la trasformazione del mondo che abbiamo prodotto, la scomparsa di altre specie di viventi che abbiamo causato, tutto questo ha bisogno di una ulteriore ricerca di senso. La storia come racconto delle scelte fatte, la filosofia come ricerca di un perché razionale, l’etica come riflessione sul giusto e sul bene e la teologia come riflessione su cause e fini ultimi sono una serie di tentativi che, come uomini, abbiamo messo in atto per convivere con la nostra inquietudine. Siamo degli esseri che vedono e descrivono con desiderio infinito e capacità limitate, giungiamo, citando Leopardi, fino al punto che “da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”.

«Ma sedendo e mirando, interminati / spazi di là da quella, e sovrumani / silenzi, e profondissima quiete / io nel pensier mi fingo, ove per poco / il cor non si spaura».

Oggi, in questo cambio d’epoca, questa caratteristica dell’homo sapiens diviene una inedita caratteristica dell’homo faber: oggi il problema è che sono sempre più le macchine a prendere il controllo di tutto ciò che prima era relegato alla manualità, alla conoscenza, alla paziente opera artigiana che ha fatto crescere l’uomo nei secoli, e le economie delle varie società. Quando si parla di homo faber si parla della consapevolezza che abbiamo come specie. La mediazione con la realtà è data da un artefatto tecnologico: più noi abbiamo tecniche digitali che hanno grandissima capacità di predizione, meno siamo in grado di spiegare il perché di quella previsione. Sembra un’incoscienza artificiale, e chi produce tutto questo si pone la domanda sul disagio che abbiamo. Sappiamo fare ma stiamo perdendo il perché del nostro agire. Sembriamo naufragare in orizzonti digitali

L’epoca nuova sembra essere un’epoca di disagio perché i cambiamenti che stiamo producendo modificano la nostra concezione di noi stessi, della realtà e delle nostre correlazioni sociali.

«Così tra questa immensità / s’annega il pensier mio: / e il naufragar m’è dolce in questo mare».

di Paolo Benanti