· Città del Vaticano ·

Ritratto del sindacalista cattolico statunitense Cesar Chávez (1927-1993)

La voce
dei contadini sfruttati

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22 gennaio 2021

«Sí Se Puede»: è questo il motto del nuovo inquilino entrato alla Casa Bianca insieme a Joe Biden. Nello Studio Ovale, infatti, si trova ora un busto di Cesar Chávez (1927-1993), importante sindacalista cattolico statunitense. Con il suo impegno e la sua tenacia, Chávez è infatti riuscito a migliorare in modo sostanziale le condizioni dei lavoratori agricoli latini nel Paese. Fondatore nel 1962 della Nfwa (National Farm Workers Association, l’associazione nazionale dei braccianti agricoli, poi trasformatasi nella Ufw, l’United Farm Workers), quattro anni dopo festeggerà con i membri del sindacato uno storico traguardo: Schenley Industries, un’importante impresa produttrice di vino, infatti, non solo acconsente a un aumento di stipendio, ma addirittura firma un contratto. Il primo contratto di lavoro della categoria, il primo a essere negoziato nella storia del lavoro agricolo statunitense.

Chávez nasce il 31 marzo 1927 a Yuma in Arizona, nella fattoria di proprietà della sua famiglia di origine messicana, che possiede anche un negozio di alimentari. Implacabile, però, la Grande depressione li riduce sul lastrico e i Chávez perdono tutto. Costretti a trasferirsi in California in cerca di fortuna, sia i genitori che i cinque figli (tra cui il piccolo Cesar) debbono lavorare ma per quanto l’impegno sia duro, continuo e massacrante la famiglia ha a malapena di che sfamarsi. Muovendosi costantemente di fattoria in fattoria con la sua famiglia, Cesar cambierà — prima di rinunciare a studiare — 35 scuole in pochi anni. Bullizzato da compagni e maestri, ricorderà per sempre l’umiliazione provata quando un’insegnante gli fece indossare un cartello con su scritto «Sono un pagliaccio. Parlo spagnolo».

Chávez dunque conosce bene la realtà di cui si occupa quando negli anni Sessanta e Settanta conduce la sua battaglia in favore degli immigrati e dei lavoratori di origine latina sfruttati nei campi statunitensi, spesso non pagati e ricattati con la minaccia dell’espulsione, costretti a vivere in baracche di fortuna in cambio della manodopera prestata, senza assistenza né diritti di alcun tipo. Non sarà affatto facile («L’estate del 1973 è stata probabilmente il periodo più doloroso che abbiamo attraversato […]. Migliaia di contadini finirono in prigione quell’estate piuttosto che obbedire a ingiunzioni anticostituzionali contro le manifestazioni, centinaia vennero feriti, una dozzina furono colpiti da armi da fuoco, due uccisi»), ma con marce e scioperi Chávez riesce a cambiare molte cose: grazie a lui i lavoratori agricoli trovano per la prima volta una voce; grazie a lui vengono loro riconosciuti diritti elementari come salari più equi, momenti di pausa, accesso ai servizi igienici e all’acqua pulita sul posto di lavoro. È Chávez — che non parlerà mai di “nemici” ma solo di “avversari” — a dare forma a una comunità sociale e religiosa che lotta per la giustizia e la dignità dei più vittimizzati tra i lavoratori, mentre cerca di sensibilizzare il pubblico su potere e significato dell’azione non violenta.

Paladino della giustizia sociale amatissimo al pari di Martin Luther King, Chávez — devoto alla Madonna di Guadalupe portata come icona durante gli scioperi (accanto a Gandhi), mentre le donne chicane marciano recitando il rosario — venne però progressivamente dimenticato: si rivelerà infatti poco spendibile come icona anche a causa del suo cattolicesimo profondo e radicale.

Ricevuta dopo la sua morte (il 23 aprile 1993 a San Luis) la Presidential Medal of Freedom, la massima onorificenza civile negli Stati Uniti, ora Cesar Chávez è arrivato nello Studio Ovale. «Sí Se Puede».

di Giulia Galeotti