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A cento anni dalla nascita di Eugenio Corti

Il maestro dell’esperienza

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22 gennaio 2021

«Tu puoi dire che quello è un tram perché ci sei salita sopra tante volte, lo vedi passare, lo conosci, ne hai fatto esperienza. A me succede la stessa cosa con gli angeli; ne parlo perché so che ci sono, ne ho fatto esperienza». Paola Scaglione, biografa e studiosa dell’opera di Eugenio Corti, sta raccontando uno dei tanti dialoghi che ha avuto con l’autore di Cavallo rosso, I più non ritornano, Processo e morte di Stalin opere “carbonare”, che affiorano e scompaiono secondo percorsi carsici difficili da prevedere, diffuse tramite passaparola, da un amico all’altro. Opere tanto note all’estero quanto (spesso) ignorate dalla Repubblica delle lettere italiana.

Il 21 gennaio le Edizioni Ares hanno festeggiato i «cento anni in Cielo» dello scrittore brianzolo, morto nel 2014, con una diretta su Facebook a cui ha partecipato, oltre che Cesare Cavalleri ed Alessandro Rivali, anche Paola Scaglione, felice di condividere con la vasta platea del web le scintille di bellezza ricevute in dono in tanti anni di frequentazione e di amicizia. Il dialogo sugli angeli è più significativo di quello che sembra; sono poche battute, tratte da una conversazione apparentemente casuale, ma capaci di restituire la cifra di una fecondità (letteraria, ma anche umana e spirituale) che non cessa di dare frutti. È proprio nel valore imprescindibile dell’esperienza, nella sua tenace, umile capacità di generare (se accolta, giudicata e trasferita su carta) che si cela la magia della scrittura di Corti, poetica proprio perché concretissima, spalancata sulla realtà, tesa a captarne e gustarne ogni dettaglio.

Un esempio tra i tanti possibili: la gioia di tornare a casa sano e salvo dal “mattatoio” sul Don, durante la terribile anabasi dell’esercito italiano dalla Russia, non viene mai resa tramite concetti astratti o pensieri slegati dal contesto, ma si traduce sempre in immagini concrete: brandine da smontare, problemi da risolvere, volti stanchi e irrigiditi dal freddo da trascinare faticosamente verso la salvezza. L’annuncio del bene (come anche del male) viene sempre da una conoscenza sensoriale del mondo: il dolce picchiettare della pioggia sul telone dell’autocarro prelude alla possibilità di rivedere le persone care, coincide con la dolce musica della vita.

Dall’osservazione attenta della realtà è nato anche «il più bel brano della sua vita: così lo definì lui stesso mentre scriveva Gli ultimi soldati del re — spiega Paola Scaglione a Caterina Giojelli — È una contemplazione delle farfalle posate sui bordi di terra smossa della trincea, specchio della gioia della mente di Dio, che ne dimostrano l’esistenza e al contempo sono traccia di un destino d’incommensurabile gioia preparato per l’uomo. “Che bene per noi che le farfalle esistano”, scrive trafitto dalla bellezza anche durante il combattimento». Pur essendo un convinto repubblicano, Corti decise infatti di giurare fedeltà al re e si adoperava perché ciascuno dei suoi soldati, semplici contadini, sapesse per che cosa combattere. «E lo faceva leggendo loro Dante, Pascoli, tenendo lezioni di filosofia e letteratura — racconta Scaglione — Un giorno un contadino dell’Agro Pontino, ferito e ricoverato nell’ospedale da campo, gli chiese di raccontargli ancora una volta che senso potesse avere combattere per la patria, quando lui sognava solo di tornare a casa per la vendemmia, rivedere i suoi campi, la sua gente, trovare una fidanzata. Corti gli spiegò che “patria” era tutto ciò a cui il contadino desiderava ardentemente fare ritorno, la terra di suo padre, la sua futura sposa, non un’astrazione ma una responsabilità concreta verso le cose amate, con un volto, una bellezza. Sono i volti cari di don Mario e dei suoi ragazzi quelli a cui volge l’ultimo ricordo Manno prima di morire nel Cavallo rosso. Ed è alle cose amate che il Pierello fa ritorno vivo dal fronte orientale: spiando dalla finestra del portichetto ritrova la pentola in ebollizione sul camino, la vecchia sveglia di ottone coricata sul fianco – e sorride, perché sa che il suo logoro meccanismo funziona solo se adagiata così».

Per i tipi di Ares, la casa editrice con cui Corti pubblicò nel 1983 la grande saga del Cavallo rosso, usciranno a breve gli inediti Diari di guerra e di pace (a cura della moglie dello scrittore, Vanda Corti); diciassette quaderni che coprono un arco temporale che va dal 18 novembre 1940 al 22 novembre 1949. Lungo tutto il 2021 verranno proposte presentazioni online dei singoli libri. In ricordo del giorno del compleanno dello scrittore (21 gennaio) gli incontri si terranno il 21 di ogni mese.

Entro la fine del 2021 Ares renderà disponibile in e-book l’intera opera di Corti; per adesso si possono trovare in edizione digitale: Il cavallo rosso, I più non ritornano, Processo e morte di Stalin, Catone l’antico, «Voglio il tuo amore» - Lettere a Vanda 1947-1951, «Io ritornerò». Lettere dalla Russia 1942-1943. A fine gennaio sarà disponibile anche Il testamento del capitano Grandi – Vita breve di una «leggenda degli Alpini» (pagine 240, euro 15). Sulla scorta di un una grande quantità di materiali inediti, Marco Dalla Torre ha ricostruito la vita di Grandi, carismatica figura di comandante alpino ricordata da tanti autori della memorialistica sulla ritirata di Russia, da Nuto Revelli a don Carlo Gnocchi; a lui è dedicata una delle pagine più commoventi di Cavallo rosso.

di Silvia Guidi