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Appunti di viaggio

Il disastro ecologico
nel Pantanal

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22 gennaio 2021

Le fiamme sembrano non volersi fermare più nel cuore del continente sudamericano. Il Pantanal, la più grande regione umida del pianeta, sta bruciando come non aveva mai fatto e il fuoco continua ad avanzare anche a gennaio, mese delle piogge, divorando specie rare di animali e piante, e devastando le piccole comunità indigene locali. L’ecosistema di 210 mila chilometri quadrati (più esteso della Florida) è tuttora punteggiato da roghi. Di solito, in questa stagione, il Pantanal — un’area che si estende tra il Mato Grosso brasiliano, la Bolivia e il Paraguay — è un labirinto di paludi e canali: da ottobre ad aprile l’80% delle terre è in genere sommerso dalle acque. Quest’anno però a dominare è il fuoco. Gli incendi, cominciati nell’agosto scorso, si susseguono. Ne sono stati registrati quasi 21 mila. I satelliti della Nasa hanno individuato, dal 28 settembre al 20 dicembre, un milione 800 mila focolai. Sono stati bruciati 4 milioni 500 mila ettari di foreste fluviali, il 30% dell’intera area. Come è stato possibile arrivare ad una simile tragedia ambientale? Secondo gli specialisti il disastro è frutto di una miscela di fattori, riconducibili in modo indiretto o diretto alla responsabilità umana. Il primo è la straordinaria siccità del 2020, uno dei tanti segnali del cambiamento climatico in atto. Le piogge sono state rare e deboli; la portata del fiume Paraguay, che attraversa la regione, si è drasticamente ridotta. I forti venti propagano le fiamme, ma il maggior pericolo arriva dal sottosuolo: il Pantanal ha diversi strati organici che generalmente rimangono umidi; si sono invece inariditi: in estate bruciavano dal nulla, adesso gli incendi sono provocati anche dai fulmini che cadono durante i temporali e trovano un terreno secco che non è stato inondato, come invece avveniva in passato. «Mentre stai lavorando per spegnere un incendio — dice un capitano dei vigili del fuoco alla “Folha de Sao Paulo” — te ne ritrovi all’improvviso un altro a 500 metri di distanza; corriamo anche il rischio di rimanere intrappolati».

A ciò si aggiunge, come nella vicina Amazzonia, il fattore diretto dell’azione umana. I dati satellitari dell’ente spaziale brasiliano hanno rilevato un aumento considerevole della deforestazione negli ultimi due anni. Molti agricoltori appiccano il fuoco per disboscare e aggiudicarsi nuovi terreni per piantare soia o per gli allevamenti bovini, senza considerare che, date le condizioni del terreno, le fiamme dilagano poi fuori controllo. «Il 98% degli incendi sono provocati da atti volontari grazie anche — secondo gli ambientalisti — alla politica di controlli loschi perseguita dal presidente brasiliano Jair Bolsonaro, uomo dalla forte base elettorale tra i fazendeiros del Mato Grosso». «Le fiamme avranno effetti ecologici devastanti», dice Vinicius Silgueiro, coordinatore del Centro de Vida nella regione. «Ci vorranno decenni, se tutto va bene, perché l’ambiente del Pantanal possa tornare a vivere». La regione umida sudamericana era sinonimo di paradiso degli animali, un ecosistema con la maggior varietà di flora e fauna al mondo, superiore persino alla Amazzonia. Vi vivevano specie in estinzione come la onça pintada, un giaguaro striato considerato il maggior felino delle Americhe e l’arara azzurra, il più grande pappagallo al mondo, divenuto famoso come protagonista del film «Rio» della Disney. Sul terreno sono rimaste migliaia di loro carcasse. Le fiamme hanno divorato i loro habitat naturali, così come hanno ridotto in cenere i villaggi di piccole comunità indios, costrette ad emigrare altrove per cercare di che vivere. In un mondo concentrato sulla pandemia del covid-19 e sul delicato passaggio alla presidenza della superpotenza Usa, quanto accade nel Pantanal può apparire un fatto minore. Eppure il corto circuito tra fuoco e acqua, provocato dalla noncuranza umana, ha qualcosa di ancestrale e terribile su cui riflettere.

di Elisa Pinna