· Città del Vaticano ·

A colloquio con il padre gesuita Claudio Paul

Fra vecchie e nuove terre
dove portare
la buona notizia

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22 gennaio 2021

Padre Claudio Paul, gesuita brasiliano, è attualmente al servizio della Curia generalizia della Compagnia di Gesù in qualità di consigliere del preposito generale. In particolare, ricopre il ruolo di assistente regionale per l’America Latina meridionale. Gli abbiamo posto alcune domande sull’esperienza gesuita, di ieri e di oggi, in quell’area.

Padre Claudio, il binomio gesuiti- America Latina richiama alla memoria il tema del celebre film «The Mission» di Roland Joffé, in cui viene narrata l’attività apostolica di padre Gabriel in una “riduzione” al confine fra Argentina, Brasile e Paraguay. Cosa spinse, in quegli anni, la Compagnia sino ai confini della terra?

Il desiderio iniziale di Ignazio e dei suoi primi compagni era di andare a Gerusalemme e, lì, «spendere la loro vita a servizio delle anime». Tuttavia, le condizioni per adempiere quel progetto non si realizzarono e allora — era il 1538 — presero la decisione di presentarsi dal Papa «perché li impiegasse là dove egli giudicava essere di maggior gloria di Dio e utilità delle anime». Poco dopo iniziarono gli invii nelle diverse missioni. San Francesco Saverio fu inviato in India già nel 1540. Nel 1549, invece, il primo gruppo di gesuiti arrivò in Brasile, mentre nel 1555 un piccolo gruppo partì per l’Etiopia. Nel 1567 essi giunsero in Perú e nel 1572 in Messico. Li spingeva senza dubbio il servizio al Vangelo. Nell’esperienza degli Esercizi spirituali tutti loro avevano meditato a lungo sulla chiamata di Gesù a prendere parte alla sua missione e quindi offrirono la propria vita come collaboratori di Cristo nella missione, affidatagli dal Padre, di portare la Buona Notizia ovunque nel mondo.

Le “riduzioni” ormai sono un retaggio del passato, eppure, in qualche modo, continuano a essere presenti in varie opere dei gesuiti. Secondo lei, qual è la chiave di questa continuità nell’azione?

In effetti, le “riduzioni” non sono soltanto qualcosa del passato. Anche se oggi la situazione è parecchio diversa da quella di allora, vi sono ancora delle comunità indigene cattoliche che rappresentano la testimonianza, presente e viva, della forza di quello spirito che ha ispirato le “riduzioni”. Questo si può osservare, a esempio, nella zona della Chiquitanía, nell’ovest della Bolivia, oppure nella zona di Mojos, nell’Amazzonia boliviana. In particolare, in quest’ultima area, le tradizioni liturgiche, la musica, l’arte e la struttura di governo del popolo mojeño, mantengono, nonostante siano passati quattro secoli, l’impronta delle “riduzioni”. Addirittura, i dialetti della lingua mojeña si chiamano “ignaciano”, “javeriano”, “trinitario”, a seconda del patrono della rispettiva riduzione. La Compagnia di Gesù, con l’appoggio di tante persone e istituzioni, collabora tuttora nel servizio alla fede e nella promozione della giustizia, in dialogo con le diverse culture e tradizioni religiose indigene dell’America Latina, tanto nella regione amazzonica come anche fra i mapuche in Cile, i rarámuri e i tzeltal in Messico, i quechua nelle Ande e i guaraní nel sud della Bolivia.

Dai missionari in Oriente sino a quelli impegnati in Sud America, ieri come oggi, i gesuiti testimoniano la loro amicizia con Gesù non agendo da conquistatori, ma “inculturandosi” nei territori in cui sono inviati. In cosa consiste esattamente tale inculturazione?

Oltre a imparare la lingua del popolo, è fondamentale comprenderne il linguaggio, cioè la sua cosmo-visione, e come questa viene espressa nell’arte, nella musica, nei miti, nei riti, nella struttura sociale e nel modo di lavorare. Si parte sempre dalla certezza che lo Spirito di Dio è già presente e operante in ogni essere umano e pertanto in ogni cultura. Si tratta, dunque, di cercarne e trovarne le tracce e i segni per esplicitarli alla luce della Buona Notizia di Gesù. Proprio nel Sinodo speciale per l’Amazzonia è stata ribadita l’importanza dell’inculturazione, e recentemente Papa Francesco ha ricordato il “rito zairese”, stabilito per la Chiesa del Congo, come un’esperienza illuminante che si rivela come «via promettente» per le culture amazzoniche. Peraltro, nonostante la dimensione liturgica sia centrale nella vita della Chiesa, l’inculturazione deve occuparsi anche della koinonia e della diakonia: i ministeri e il modo di viverli, le strutture comunitarie, i diversi tipi di apostolato e il modo di annunciare la Parola.

Mantenendo lo sguardo sul territorio dell’America Latina, un pensiero va al movimento ignaziano «Fe y Alegría», attualmente molto attivo nell’accompagnamento dei giovani. Quali strumenti educativi vengono offerti alle nuove generazioni per trasformare il mondo in un posto migliore?

«Fe y Alegría», nato in America Latina, attualmente è presente anche in Europa, Africa e Asia. Tutto però trae origine da un “piccolo granello”, dalla collaborazione fra un gesuita, padre Vélaz, e una coppia, Abraham Reyes e sua moglie Patricia, in un quartiere povero di Caracas. Sapendo che padre Vélaz desiderava realizzare una scuola, la coppia gli offrì la propria casa, appena finita di costruire, perché in essa si potesse allestire una piccola scuola per bambini che, altrimenti, non avrebbero avuto l’opportunità di studiare. Per cercare di convincere padre Vélaz ad accettare la generosa offerta, Abraham disse: «Se tengo la casa per me, sarà la casa di mia moglie e dei miei otto figli. Però, se la trasformiamo in una scuola, sarà la casa di tutti i bambini del quartiere». Questo umile ma sconvolgente inizio racconta molto dello spirito che anima il movimento: attenzione verso i veri bisogni dei poveri, collaborazione con la gente di buona volontà e scommessa sulla forza dei più deboli. È così che «Fe y Alegría» offre alle popolazioni disagiate la possibilità di costruire progetti di trasformazione sociale sulla base dei valori cristiani di giustizia, partecipazione e solidarietà, affinché bambini, adolescenti e giovani, insieme con le loro famiglie, abbiano la possibilità di sviluppare le proprie capacità e contestualmente possano essere partecipi nel contrastare situazioni che generano iniquità, povertà ed esclusione.

Di solito l’immagine del missionario è quella di un “operatore ai confini del mondo”. Però, considerando le varie attività della Compagnia, emerge anche la figura del “missionario di prossimità”. Qual è il suo pensiero a riguardo?

Se la prima immagine che ci viene in mente al dire “missionario” ci rimanda esclusivamente a terre lontane, credo che essa non corrisponda alla realtà odierna. Infatti, anche se vi sono certamente terre di missione in luoghi remoti in attesa del primo annuncio, esistono altre realtà a noi molto vicine che sono ugualmente da considerarsi terre di missione: il mondo dei giovani, l’ambiente accademico e scientifico (bioetica, antropologia), le periferie delle grandi città, per non parlare della nuova e sfidante realtà del mondo virtuale.

Andando alla sua personale esperienza, una fra le tappe più significative del cammino è stata Cuba. Fra i tanti ricordi ce n’è uno in particolare che desidera condividere?

Dopo il trionfo della rivoluzione, nel 1959, la Chiesa rimase una delle poche istituzioni autonome, mentre tutta la vita del Paese transitò sotto la gestione del Partito comunista. Non fu facile sopravvivere in quelle condizioni. Essendo una minoranza, le comunità cattoliche furono costrette a essere molto creative per perseverare nel cammino e un ruolo importante fu ricoperto dalla solidarietà reciproca. Inoltre, per fronteggiare i numerosi ostacoli di quel periodo, i cattolici cubani riscoprirono la necessità di dover approfondire la consapevolezza della propria fede. Perciò devo riconoscere che un cattolico cubano, mediamente, ha un livello di formazione nella fede superiore a quello che ho riscontrato altrove. Ad esempio ricordo un incontro fra catechisti in cui un parroco, in maniera scherzosa, formulò una domanda circa la differenza fra la “trinità immanente” e la “trinità economica”, e una catechista, senza difficoltà, rispose in maniera adeguata offrendo una spiegazione molto pertinente. In definitiva, direi che quella cubana è essenzialmente una Chiesa profetica. La sola perseveranza nella fede le consente di porsi come testimone autentico all’interno della società. Una Chiesa che, seppur con parecchie difficoltà, non ha mai smesso di annunciare il Vangelo, custodendo con cura l’attenzione speciale verso i deboli e i bisognosi.

di Marco Russo