· Città del Vaticano ·

Poesia per l’America che verrà

La voce di Amanda

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21 gennaio 2021

Alcuni versi della sua poesia, The Hill We Climb, ricordano, per contrasto, la splendida Luce ovunque di Cees Nooteboom. «Luce ovunque, fino ai denti / della belva, fino alle unghie / dell’assassino e al pugnale lucente / che annota l’ultima parola» scrive l’“olandese viaggiante” in uno dei suoi testi più famosi. «La vittoria non sarà nella lama (...) C’è sempre luce / se abbiamo il coraggio di vederla. C’è sempre luce / se abbiamo il coraggio di esserlo» sorride Amanda, sottile ed elegante nel suo lungo cappotto giallo canarino, recitando una sua poesia, La collina che saliamo, davanti a una platea grande quanto il mondo.

È giovanissima, Amanda Gorman, a 22 anni è la più giovane poetessa che abbia mai partecipato a una cerimonia di insediamento presidenziale; prima di lei, nel parterre de roi di Capitol Hill ci sono Robert Frost (per J.F. Kennedy) Maya Angelou (per Bill Clinton) e Richard Blanco per Barack Obama.

«L’alba è nostra, prima che ce ne accorgiamo» sorride tranquilla e sicura di sé Amanda, conosciuta nel suo Paese in quanto National Youth Poet Laureate (una sorta di Nobel per giovani scrittori americani) raccontando la sua storia, «ragazzina magra afroamericana cresciuta da una mamma single che sognava un giorno di diventare presidente».

Joe Biden, da bambino, era balbuziente; anche Amanda, da piccola, ha dovuto superare un difetto di pronuncia. Un elogio, di fatto, delle imperfezioni, quello di The Hill We Climb, (we are far from polished, far from pristine) quei “difetti” che aprono spazi di creatività imprevista, crepe da cui può passare la luce.

Per salire (davvero) the hill we climb, la collina che tutti siamo invitati a salire, serve «un cuore di cervo» scrive Pietro Federico nella raccolta La maggioranza delle stelle. Canto americano (Roma, Ensemble editore, 2020, pagine 132, euro 12) in cui ogni poesia è dedicata a un diverso Stato dell’Unione, dal Colorado all’Illinois. Un vasto, variegato reportage post moderno per immagini, o meglio, per risonanze interiori annotate in apparente disordine, in cui l’immenso Paese cantato da Walt Witman mostra il suo volto meno scontato, più misterioso e selvatico. Ogni frase fa sempre parte di un dialogo in corso, con se stesso o con gli altri, mentre il botta e risposta «Caro Pietro / Caro Bryan» di Nord Dakota fa da spartito musicale a una tempesta di neve, un Leviatano dal fascino terribile e magnetico, incontrato «al volante, sulla diciannovesima» in un giorno qualsiasi.

«Di questo muro bianco che avanza compatto e non è nebbia / e in sé non porta amore o rabbia o niente di umano / e ti mette nel petto un cuore di cervo / e l’amen dei suoi occhi agli abbaglianti».

Non teme i riferimenti pop, l’autore del libro, anzi, li esibisce con naturalezza: «La spada laser / quando Luke Skywalker si disarma / e fidandosi del proprio cuore / sfida il lato oscuro e la morte / il volto deforme dell’imperatore» scrive in Nevada, ambientata in the middle of nowhere, vicino a Groom Lake. Per ricordarci che non esistono storie piccole, vite senza importanza, ma tutto quello che viviamo ha la grandezza di una sfida epica, di un’epopea gloriosa. Se solo ce ne accorgessimo, ci ricorda Miss Amanda Gorman, If only we are brave enough to see it.

di Silvia Guidi