· Città del Vaticano ·

La forza della ragionevolezza

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21 gennaio 2021

Ragionevole. Forse nessun altro aggettivo descrive meglio il discorso di Joseph Robinette Biden per il suo insediamento a 46° presidente degli Stati Uniti di America. Un discorso certamente appassionato e veemente, ma in primo luogo soprattutto ragionevole. Perché è appunto ragionevole fare appello all’unità di una nazione messa in ginocchio dalla pandemia e dalla crisi economica. È ragionevole affermare di volere combattere razzismo e suprematismo e di volere operare per il riconoscimento delle culture che coesistono sotto il cielo americano. È ragionevole sottolineare l’urgenza di difendere l’ambiente e di stringere nuove alleanze internazionali per affrontare le sfide globali. Ed è ragionevole ribadire la ricchezza e la fragilità della struttura democratica, una realtà che si regge prima di tutto sul riconoscimento delle posizioni altrui. Unità, infatti, non significa uniformità, ma arricchimento reciproco nella diversità. Significa volere raggiungere una meta condivisa, indipendentemente dalle rispettive opinioni.

Un discorso ragionevole, quindi, ma tutt’altro che banale. Perché la ragionevolezza negli ultimi tempi è stata merce rara sulla scena politica, e certo non solo negli Stati Uniti. Fake news, campagne denigratorie condotte sui social media sono divenute una prassi consolidata un po’ ovunque. Cercare di distruggere l’avversario è divenuto più importante che proporre delle linee programmatiche. È un modo di agire che se da una parte può pagare in termini elettorali, addensando un certo tipo di consenso, dall’altro non fa altro che stimolare una pericolosa polarizzazione, una divisione e un risentimento che, alla lunga, possono sfociare nella violenza, come dimostrato dal drammatico assedio al Campidoglio a Washington. E soprattutto rischia di far perdere di vista le reali necessità delle persone.

La ragionevolezza, che ha pervaso il discorso inaugurale di Biden potrebbe quindi aiutare a recuperare quella “normalità” del confronto politico che — nonostante le inevitabili tensioni, anche forti, che li hanno attraversati — ha reso gli Stati Uniti d’America un faro di democrazia. Potrebbe aiutare il paese, come ha sottolineato la giovane poetessa Amanda Gorman, a recuperare il senso della sua storia. «Essere americani — ha recitato Gorman dal podio — è più di un orgoglio che ereditiamo; è il passato in cui entriamo e come lo ripariamo». Un passato da recuperare, quindi, per guarire la nazione dalle sue ferite e dalle sue divisioni, per garantire un futuro condiviso in cui non ci sia spazio per zone d’ombra e complottismi.

Certo non sarà un cammino facile e sicuramente non sarà un percorso breve. Sono giorni frenetici quelli che attendono Biden da molti già definito “un presidente tranquillo”. Prima ancora che entri in vigore il suo American Rescue Plan, la manovra da 1.900 miliardi di dollari per contrastare pandemia e recessione, che richiede l’approvazione del Congresso – ha usato lo strumento dei decreti esecutivi per cercare di imprimere una svolta rispetto al recente passato. Cominciando dalla decisione, davvero molto ragionevole, di imporre l’uso della mascherina negli edifici federali e nei mezzi di trasporto. Una decisa volontà di cambiamento è stata manifestata anche dalla decisione di rientrare sin da subito nell’Accordo di Parigi sul clima e nella Organizzazione mondiale della sanità, nella saggia consapevolezza che nessuno, nemmeno il più potente. riesce a salvarsi da solo («I sogni si costruiscono insieme», ha ricordato il gesuita Leo J. O’Donovan, citando Papa Francesco, nella sua preghiera prima del giuramento presidenziale). E nel segno della discontinuità vanno lette le iniziative volte ad abolire il Muslim Ban, a favorire un percorso di cittadinanza per 11 milioni di immigrati, a stornare i fondi per la costruzione del muro lungo la frontiera con il Messico e a riunificare le famiglie separate al confine.

Ma Biden, che si è dichiarato presidente di tutti, dovrà riuscire a coinvolgere quelle classe operaia bianca da tempo allontanatasi dal partito democratico a favore dell’America First di Donald Trump. Dovrà riuscire a dare voce alle istanze di chi si è visto impoverito dalla storture della globalizzazione. Dovrà riportare quelle rivendicazioni nell’alveo del confronto democratico. Perché questa è la sfida più grande: rendere la ragionevolezza di nuovo normale.

di Giuseppe Fiorentino