· Città del Vaticano ·

Storia e culto martiriale di san Sebastiano e sant’Agnese

Il militare e la fanciulla

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21 gennaio 2021

Il 20 e il 21 gennaio sono commemorati, in successione, presso due celebri complessi catacombali romani, i martiri Sebastiano e Agnese. Le loro gesta sono variamente ricordate da fonti più o meno autorevoli e i luoghi della loro sepoltura sono stati individuati dagli archeologi con un buon margine di probabilità.

Il martire Sebastiano è ricordato dall’autorevole documento noto come Depositio martyrum, che indica il 20 gennaio come dies natalis del testimone della fede presso il complesso in Catacumbas, ovvero in corrispondenza del iii miglio della via Appia, laddove si estendeva una catacomba, situata in una stratigrafia di monumenti, in parte ipogei, in parte basilicali, che ricordano la memoria congiunta dei principi degli apostoli.

Labili sono le notizie relative al martire che, secondo Ambrogio, era originario di Milano e che era giunto a Roma proprio nel cuore della grande persecuzione dioclezianea, dove affrontò la prova estrema del supplizio.

Nella prima metà del v secolo fu redatta una passio leggendaria, forse da parte di un monaco del monastero istituito dal pontefice Sisto iii , presso il complesso in Catacumbas.

Il fantasioso scritto agiografico precisa che Sebastiano era nato a Narbona in Gallia, da famiglia milanese, e rivestì la carica di ufficiale dell’imperatore Diocleziano. Riconosciuto come cristiano fu condannato a essere trafitto dalle frecce, ma il santo sopravvisse e venne curato dalla vedova Irene. Sebastiano si presentò al cospetto dell’imperatore, per proclamare ancora la sua fede e fu di nuovo condannato. Sempre secondo il racconto leggendario, Sebastiano fu percosso presso il circo del Palatino e fu gettato nella Cloaca Massima. Nella notte, il santo apparve in sogno alla matrona Lucina, che lo fece seppellire in catacomba, presso la memoria apostolorum.

Qui la leggenda si intreccia con la realtà storica e monumentale. Ancora oggi, infatti, nelle catacombe di San Sebastiano si può ammirare la grande cripta, che monumentalizza il sepolcro del martire. L’ambiente fu decorato al tempo del Pontefice Innocenzo i da parte dei presbiteri Proclinus e Ursus della basilica titolare dei Santi. Giovanni e Paolo al Celio. Il culto per il santo militare si diffuse in tutto il mondo cristiano e rimbalzò anche nell’iconografia, a cominciare da un affresco che decora il lucernario di Santa Cecilia nel complesso catacombale di San Callisto. In questo suggestivo affresco degli esordi del vi secolo, Sebastiano appare in compagnia di altri campioni della fede e, segnatamente, Ottato di Vescera (odierna Biskra in Algeria), Policamo, pure africano, Quirino di Siscia, tutti venerati lungo la via Appia, eppure espressione di un culto internazionale.

Se, da un lato, la venerazione per san Sebastiano si diffonde capillarmente (da Roma a Ravenna, da Grado alla Spagna), dall’altra va registrato un suo prodigioso intervento, che pose termine alla grande peste, che si era abbattuta su Roma nel 680. Riflesso di quell’evento miracoloso deve essere inteso il mosaico che rappresenta il martire taumaturgo nella basilica di San Pietro in Vincoli.

Il corpo del martire rimane nella sua cripta durante le grandi traslazioni altomedievali, finché, nell’826, il Pontefice Eugenio ii recuperò le spoglie e le sistemò nell’oratorio di Gregorio Magno in Vaticano, mentre parti delle sue reliquie furono donate alla chiesa di San Medardo di Soissons e il capo fu situato da Leone iv (847-855) nell’altare dei Santi Quattro Coronati al Celio. I pellegrini, comunque, continuarono a frequentare la cripta della via Appia e, nel 1218, Papa Onorio iii recuperò il corpo del santo dal Vaticano per restituirlo al santuario ipogeo di origine.

Passiamo, ora, a considerare la commemorazione della martire Agnese ricordata, sempre nella Depositio martyrum, il 21 gennaio sulla via Nomentana. Se il prezioso documento agiografico ci lascia solo le essenziali coordinate della festa liturgica, Papa Damaso (366-384) fece incidere da Furio Dionisio Filocalo un raffinato carme, ancora oggi affisso su una parete del grande scalone che conduce alla basilica semipogea. Dal carme si evince che il Pontefice-agiografo conobbe personalmente i genitori della martire-fanciulla, che si offrì spontaneamente al vivicomburium, senza paura, con i capelli sciolti, che coprivano il suo gracile corpo nudo.

Anche sant’Ambrogio (334-397) ricorda l’impavida bambina nel De Virginibus ( i , 2, 5-9), dedicato alla sorella Marcellina, che ricevette dallo stesso Papa Liberio il velo verginale nella notte di Natale del 352. Ma Ambrogio ci ha anche lasciato uno splendido inno dedicato alla piccola martire romana, ricordando il tragico momento del supplizio, qui evocato come una violenta decollazione, avvenuta durante la persecuzione dioclezianea, quando trovò la morte anche Sotere, un’altra “tenera vergine” parente del vescovo milanese.

Il poeta spagnolo Prudenzio (348-405) dedicò il xiv inno del suo Peristephanon alla eroica ragazza romana, aggiungendo alle gesta riferite da Damaso ed Ambrogio, il terribile supplizio dell’esposizione nel lupanare, per attentare alla sua verginità.

A queste fonti canoniche, seppure avvolte nelle dinamiche dei fatti accaduti, possiamo anche aggiungere una più tarda passio latina e una pure tarda, redatta in greco, che amplificano, in maniera fantasiosa e leggendaria, l’episodio dell’esposizione nel lupanare, animandolo con un vero e proprio processo istruttorio e con una serie di dialoghi patetici e romanzati tra la fanciulla e i suoi carnefici.

Per Agnese, sepolta nella catacomba omonima della via Nomentana, ebbe una particolare devozione Costantina o Costanza, figlia dell’imperatore Costantino e Fausta, che volle essere sepolta in un sontuoso mausoleo a pianta centrale, non lontano dal sepolcro della martire. Alla tomba di Costantina, decorata da mosaici, solo in parte conservati e dotata di un monumentale sarcofago porfiretico, si aggancia, attraverso un atrio a forcipe, una basilica circiforme. Questa ultima chiesa fa parte di un piccolo gruppo di esemplari, per lo più eretti in corrispondenza delle memorie martiriali del Suburbio romano, per volontà della dinastia dei Costantinidi, che vollero dimostrare la loro conversione, con la costruzione di questi enfatici santuari.

Quando il grande complesso costantiniano cadde in rovina, agli esordi del vii secolo, il Pontefice Onorio i fece costruire la splendida basilica semipogea, che monumentalizzava la tomba della martire, rappresentata al centro del luminoso mosaico absidale, come una basilissa, tra il Pontefice committente, che tiene tra le mani il modellino della nuova chiesa, e Papa Simmaco, l’ultimo restauratore dell’edificio costantiniano.

Le fonti documentarie e monumentali, lette e considerate con attenzione e liberate dalle superfetazioni leggendarie, lasciano intravedere due figure forti ed emblematiche della grande persecuzione dioclezianea. Un potente militare e una gracile fanciulla fanno parte di quella turba piorum — come la definì Papa Damaso in una celebre iscrizione sistemata nella cripta dei Papi di San Callisto — che affrontò con coraggio la violenza dell’esecuzione capitale organizzata nei confronti del nascente popolo di Dio.

di Fabrizio Bisconti