· Città del Vaticano ·

La prefazione del Pontefice al libro «Rime a sorpresa» di Luca Milanese

Canzoni senza musica

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21 gennaio 2021

Sul sito della «La Civiltà Cattolica» viene oggi pubblicata l’Introduzione scritta da Papa Francesco per il volume di Luca Milanese Rime a sorpresa (Todi, Tau editore, 2020, pagine 100, euro 10). Ne riproponiamo il testo integrale insieme alla Postfazione firmata dal direttore della rivista dei gesuiti.

«E quando arriverete dove noi non siamo ancora giunti,
abbiate il coraggio di aspettarci»

(Christus vivit, n. 299)

Scrivo con gioia qualche parola di presentazione alla raccolta di poesie di Luca Milanese. La bellezza, di cui Luca si fa portatore, non nasce da un faticoso lavoro su grandi temi o da un’accurata scelta di parole erudite, ma nasce come spontanea capacità di far emergere con parole giuste la interiorità che lo abita e che gli fa vedere legami anche lì dove apparentemente sembra non essercene; sa cogliere nelle cose apparentemente casuali, una profondità nuova, diversa. La poesia di Luca è appunto diversa, potremmo chiamarla «canzoni senza note». Il suo è uno sguardo interiore di cui la parola ne rappresenta un po’ la musica, lo strumento che usa per scavare e donare a chi l’ascolta, non tanto un concetto ma un’esperienza. La Bellezza è un’esperienza, e questo giovane ne dà prova in tre direzioni diverse: guardando se stesso, guardando gli altri e guardando Dio.

Vorrei anche aggiungere che Luca ci costringe a ricordare che la prima forma di tenerezza è l’ascolto. Non ci sarebbe poesia se non ci fosse qualcuno disposto ad ascoltarla. Se il nostro tempo è povero di poesia non è perché è venuta meno la bellezza, ma perché facciamo fatica a metterci ad ascoltare. È l’ascolto gratuito di chi sa far spazio dentro di sé a cose diverse, nuove, apparentemente contraddittorie, ma che con il tempo appaiono invece profonde e più vere delle altre. La poesia è un esercizio gratuito di ascolto. La poesia è una tenerezza in doppia direzione: per chi la scrive e per chi l’ascolta. Auguro a Luca di poter diventare attraverso queste pagine uno strumento di bellezza e tenerezza, e incoraggiare i più giovani a tirare fuori i talenti che il Signore ha seminato dentro di essi, e che a volte non trovano il coraggio di manifestare per paura del giudizio o del fallimento.

Franciscus


Perché le parole diventino esperienza


La poesia di Luca Milanese ci sorprende. Non perché ci dica di cose inusuali o nuove. Ci sorprende perché parlando di pensieri e azioni di tutti, ce li offre come segno di una risurrezione, quella dell’autore. C’è un patto biografico tra l’autore e i suoi versi: quello del recupero della vita. Luca scrive che «la poesia non darà di certo la soluzione», ma può lasciarci «un brivido, una sensazione di esserci, una carezza al cuore. Potrebbe perfino dare la percezione che c’è qualcosa di straordinario». È grazie alla carta e alla penna che Luca recupera forza e brivido, voglia di vivere. Non allontana dalla realtà, come a volte si crede, anzi per lui «la poesia è un punto fermo che mi tiene sulla realtà delle cose». E allontana l’ombra che si intravede in questi versi. Ma addomesticata.

«Perché non io?», si chiede il lettore. Perché non posso scrivere anch’io? E infatti questa è la sfida del poeta: far capire che c’è un mondo espressivo inteso come camera oscura della vita. E che è alla nostra portata. La poesia come gesto ampio e democratico, non d’élite. Ci dice Luca che la poesia «ci serve» solamente se ha a che fare, in un modo o nell’altro, con ciò che vogliamo veramente dalla vita, se entra in un rapporto forte e reale con la nostra esistenza concreta, le sue tensioni essenziali, i suoi desideri e i suoi significati, persino le sue banalità.

Noi facciamo l’esperienza di vivere, ma spesso in maniera distratta, poco attenta allo stupore e alle domande: viviamo immersi nel concreto e nell’orizzonte delle cose manipolabili. Abbiamo cose da fare a sufficienza e di un certo interesse. Il «servizio» della poesia a una vita umana si gioca soprattutto a questo livello. Essa, infatti, si propone come un laboratorio fotografico che consente al lettore di «sviluppare» ciò che forse, senza la parola della poesia, non osserverebbe dentro e fuori di sé. La vita spesso diviene ingombra di tante lastre fotografiche, che rimangono inutili perché non «sviluppate». La poesia in queste pagine è come un laboratorio fotografico, nel quale è possibile elaborare le immagini della vita perché svelino i loro contorni e le loro sfumature, persino le sue ingenuità. Ecco dunque a cosa «serve» la poesia di Luca Milanese: a sviluppare le immagini della vita, a interrogarci sul suo significato e, forse, a comprenderlo. Serve dunque, in poche parole, a fare veramente ed efficacemente esperienza della vita. Essa consiste in un modo di decifrare il mondo.

Queste poesie hanno avuto un lettore speciale: Papa Francesco. E il Pontefice ha scritto una prefazione a questo volume. Non ci farebbe alcun problema, credo, leggere un testo papale accostato all’opera di un poeta che è entrato nella cultura e nella sensibilità di generazioni di uomini, specialmente se lontano di secoli. Ma non mi pare sia mai avvenuto che un Pontefice scrivesse una pagina che introduce l’opera di un giovane poeta. E questo ci dice molto di Francesco, ma anche molto di Luca.

Il gesto del Papa è eversivo: non sceglie il noto e il consolidato, ma l’acerbo che cresce. Mette la sua firma alle parole di chi non ha un discorso compiuto e riconosciuto come tale. Il suo interesse va per il work in progress . E così ci fa capire che è in questa tensione che troviamo la chiave per l’oggi: nell’osservare ciò che si sviluppa, e non il frutto maturo. La maturità dei versi di Luca consiste semmai in quel che il Papa afferma della sua poesia: «Fa vedere legami anche lì dove apparentemente sembra non essercene; sa cogliere nelle cose apparentemente casuali, una profondità nuova, diversa». E la sua parola dona «non tanto un concetto ma un’esperienza».

Dobbiamo subito intenderci: la parola umana non è una notificazione esteriore ed appariscente di un pensiero, che potrebbe esistere altrettanto bene anche senza la parola. La parola è un pensiero incarnato, non la pura corporeità di un pensiero astratto. È l’elemento concreto in cui trova il proprio corpo tutto ciò che sperimentiamo e pensiamo. Questo si riconosce, e il Papa con ciascuno di noi, nelle pagine di questa raccolta: la parola coglie nelle cose una profondità nuova, riconducendo a un’esperienza e non a una astrazione, a un pensiero vago.

E questo gesto poetico di Luca Milanese, quello di creare connessioni e cogliere la profondità dell’esperienza, è un gesto di tenerezza perché di ascolto della realtà e di sé, lasciando spazio anche a cose apparentemente contraddittorie. L’esercizio di ascolto è la creazione di uno spazio in cui le cose — anche le più disparate — non si oppongono ma coesistono. Entrano in una dialettica emozionale che mai le annulla. Quella che qui leggiamo, dunque, è poesia di crescita dialettica e di contraddizione. Ma anche di respiro, di pace, di calma, proiettata anche negli elementi naturali: è un appello all’armonia, che questi versi sanno invocare in maniera struggente.

di Antonio Spadaro