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Quattro pagine - Approfondimenti di cultura, società, scienze e arte
Economia, città e dignità umana

Vivere tra e con gli scarti

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19 gennaio 2021

Nell’indifferenza (quasi) assoluta del mondo


La protezione dell’ambiente pone alcune priorità dalle quali non si può prescindere: il clima, l’acqua e lo smaltimento dei rifiuti. Ed è proprio quest’ultimo che manifesta con maggiore evidenza il coinvolgimento, all’interno di un unico processo, della tutela della natura e della vivibilità dell’uomo.

Lo smaltimento riguarda infatti diversi aspetti, tutti da affrontare con determinazione e tempestività: la bonifica dei terreni inquinati dalle sostanze tossiche, la sanificazione degli edifici, quasi sempre ex industriali, costruiti con materiali pericolosi e velenosi per l’ambiente, ma, soprattutto, la raccolta degli scarti, prodotti per lo più dai territori urbani. Dalle città provengono infatti le maggiori quantità di rifiuti da portare nelle discariche e smaltire quanto più rapidamente possibile. In molti casi queste, nel tempo, sono diventate veri e propri agglomerati antropizzati, luoghi di sempre maggiore emarginazione.

Nei territori più poveri del mondo si rincorrono nuovi primati di pericolosità per la salute e, conseguentemente, di ingiustizia sociale. A oltre trent’anni sono ancora vive le strazianti immagini delle colline di rifiuti del film Salaam Bombay, dove vivevano bambini sfruttati, soggetti peraltro ogni giorno al rischio di subire mutilazioni per il commercio degli organi.

In Indonesia, a sud di Jakarta, si è formata Bantargebang, letteralmente una montagna di rifiuti, forse la più estesa del mondo, che raccoglie ogni giorno circa 7.000 tonnellate di immondizia, scaricata a cielo aperto dai camion che provengono dalla capitale. I raccoglitori — pumulung — salgono e scendono da questa montagna, alta più di quaranta metri, alla ricerca di scarti da riutilizzare. Adulti, ma anche bambini, passano ore scalando un ammasso pericolosissimo che potrebbe collassare sotto i loro piedi e ucciderli per soffocamento o intossicazione da gas metano rilasciato dai residui organici.

In Kenya, nei pressi di Nairobi, sorge Dandora, gigantesca discarica di rifiuti, il posto più inquinato della terra, dove si sono formate numerose baraccopoli che ospitano migliaia di persone che vivono degli scarti prodotti dal resto del Paese. Nel 2006 è stato avviato, a seguito dell’impegno delle Nazioni Unite per l’ambiente e dei missionari comboniani, un progetto di risanamento che prevedeva la delocalizzazione della discarica. L’intervento si è fermato per le difficoltà legate alla gestione amministrativa dell’operazione, dovute soprattutto alla scarsa trasparenza degli appalti.

All’interno di queste situazioni assolutamente invivibili emergono tuttavia spinte che lasciano accendere qualche speranza. A quaranta chilometri dal Cairo sorge la discarica della città che raccoglie quanto era prima disseminato sulle strade, soprattutto quelle vicine ai mercati. È diventata ormai un villaggio con un nome – Mansheiyet Nasser – dove vivono gli abitanti più poveri del Cairo – gli zabbaliin – coloro che, raccogliendo e separando l’immondizia, hanno fatto di questa occupazione il loro sistema di sopravvivenza. In questo enorme agglomerato, abitato inizialmente da cristiani copti, ma ora anche da comunità islamiche, non è minimamente possibile affrontare il problema igienico. In una condizione di assoluta promiscuità con topi, maiali e insetti, le persone vivono con la spazzatura dentro le loro baracche. Ebbene, all’interno di questo ambiente di degrado e di condizioni del tutto disumane, si sono venute a creare anche alcune occasioni positive. Tra queste, l’opera delle suore di Madre Teresa di Calcutta, impegnate nell’insegnamento del riciclaggio dei materiali, proprio per allontanare i ragazzi dall’uso di droghe molto tossiche, ricavate dalle colle. Inoltre, ci si trova di fronte a una realtà del tutto sorprendente: un maestoso complesso di luoghi di culto, ognuno dedicato a un santo diverso, noto come il Monastero di San Simone il Conciatore. La gigantesca grotta, ampliata nel 1986, costituisce una vera e propria meraviglia architettonica. È un’immagine di grande forza emotiva che non può tuttavia allontanarci dalla cruda realtà del luogo, testimone di una vita impossibile. Il valore estetico di uno spazio imponente e magnifico non può permetterci di trascurare una condizione che deve assolutamente essere rimossa.

Le aree che raccolgono rifiuti non sono tutte, scientemente o incoscientemente, programmate; alcune si formano addirittura naturalmente, sotto il livello del mare, compromettendo alcune specie di pesci, soprattutto quelli di maggiore dimensione, che si ritrovano a mangiare plastica o a rimanere impigliati a essa. Un’isola galleggiante — Great Pacific Garbage Patch —, composta soprattutto di plastiche e di metalli leggeri si è formata nella parte settentrionale dell’Oceano Pacifico, occupando una superficie molto estesa e difficilmente contenibile. Questa peraltro non rappresenta un fenomeno isolato: altre si muovono negli oceani; addirittura una, di dimensioni più contenute, si muove tra l’Isola d’Elba e la Corsica. A queste si accompagnano ormai anche isole diverse, non meno preoccupanti: grosse piattaforme di ghiaccio, staccatesi dall’Artide, talvolta abitate da orsi bianchi smagriti e disorientati, anch’esse da considerare discariche perché frutto del depauperamento ambientale provocato dall’innalzamento della temperatura. I luoghi, una volta immacolati, che formavano la Groenlandia, stanno cambiando colore per lo scioglimento dei ghiacciai e l’invasione dei rifiuti.

Il tema oggi è particolarmente sentito e sembra, almeno dalle dichiarazioni di molti, anche con responsabilità istituzionali, che siano prossime iniziative volte a rimontare una situazione grave, diffusa ormai in quasi tutto il mondo. Dopo i primi movimenti ambientalisti e spontanei, come i cartoneros sostenuti anche dalla Chiesa argentina all’inizio di questo secolo, si stanno concretizzando, dietro la spinta di comunità scientifiche ufficiali, iniziative destinate alla bonifica del territorio naturale e delle aree urbane. Le prime dimostrano le maggiori opportunità di risanamento e di miglioramento. I terreni compromessi dai residui industriali e i cumuli di rifiuti, spesso vere e proprie colline, sono stati rinaturalizzati e trasformati in parchi pubblici attraverso accorti interventi di ricopertura. A Tel Aviv, la collina Hiriya, dopo aver raccolto per quasi cinquanta anni rifiuti, è stata recuperata diventando un parco urbano molto esteso.

Più complesse sono le opere di risanamento nelle aree abitate, dove gli interventi non riguardano solo la bonifica dei terreni e lo smaltimento dei rifiuti, ma il risanamento sociale attraverso opere che sappiano orientare verso un’economia produttiva attività finora marginali, che hanno affrontato semplicemente la sopravvivenza. L’impegno, espresso e consolidato ormai in molti convegni internazionali, deve essere rivolto a coordinare strategie di programma, che combinino il risanamento abitativo con progetti concreti ed efficienti, dove la rinaturalizzazione del territorio sia preceduta dalla realizzazione di impianti di selezione capaci di recuperare quanto è riutilizzabile.

di Mario Panizza