· Città del Vaticano ·

«Ci chiamavano mosche» di Davide Calì

La piccola banda davanti all’inspiegabile

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19 gennaio 2021

Un aereo britannico precipita su una rigogliosa isola disabitata, durante un conflitto planetario. Sopravvivono solo alcuni ragazzi che si mettono subito all’opera per riorganizzarsi in una società ideale, democratica e distesa, dove ognuno lavora per il benessere collettivo. Fiduciosi che sia naturale «avere delle leggi e rispettarle. Dopo tutto, non siamo selvaggi. Siamo inglesi, e gli inglesi sono i più bravi in tutto. Dunque dobbiamo fare quello che è giusto». Questo l’incipit de Il signore delle mosche di William Golding. Ma nello svolgersi dell’azione le vicende prenderanno ben altra piega. La maggioranza dei naufraghi regredisce a una vera e propria condizione tribale e quella che era un’isola-paradiso, si trasforma ben presto in un piccolo inferno. Da ragazzi civilizzati si tramutano in selvaggi senza più regole né controllo fino ad arrivare a violenze inaudite e al culto di un totem, il Signore delle mosche: una testa di maiale infilzata su un palo e circondata da insetti.

Alla distopia amara di Golding sembra rispondere con analogia e contrasto lo splendido racconto di Davide Calì, Ci chiamavano mosche (Roma, Orecchio Acerbo, 2020, pagine 44, euro 16, tradotto da Paolo Cesari).

Anche qui c’è stato qualcosa di catastrofico e anche qui è protagonista una piccola banda di bambini soli, ma a differenza degli scolarizzati ragazzi inglesi che sanno bene cosa hanno perduto («Io ho paura. Ho paura di noi. Voglio tornare a casa. O Dio, voglio tornare a casa!»), i bambini di Calì il mondo di prima — con gli alberi, i fiori, l’acqua limpida — non l’hanno mai conosciuto e possono vagheggiarlo solo attraverso i racconti dei più grandi.

La loro non è un’isola verdeggiante, ma un’enorme discarica, un immondo Signore Belzebù del quale sono le mosche. A perdita d’occhio montagne luride di rifiuti sulle quali i bambini sciamano come insetti, ognuna ha un nome, quella dei protagonisti del racconto si chiama Ararat, «montagna del dolore», ma loro ne ignorano il significato come ignorano che su un’altra Ararat, forse molto simile alla loro dopo il diluvio, riposò l’arca.

Chi racconta è Lizzy, una componente della minuscola squadra di cui fanno parte Jungle il capo, il silenzioso Tai-Marc, Poubelle il testardo, dal nome solo apparentemente gentile e sua sorella, la piccola Penny. Segue una rigida gerarchia di capi, Spider, Afrika, l’Obeso, il più potente, che vive in un fortino di pietre e sabbia e ha perfino un pozzo.

«Lavoravamo sodo, sotto il sole, tutto il giorno» alla ricerca di qualsiasi cosa, oggetti in metallo, giocattoli, alcol, sigarette da portare, la sera, a Spider, che in cambio dà un po’ di cibo e acqua e lo fa perpetrando una violenza antica, prima mangiano i maschi poi le bambine, se rimane... e spesso non rimane. Un giorno l’attento Poubelle trova una stranissima cosa, nessuno ha mai visto niente di simile, nemmeno Spider, nemmeno gli altri capi. Quell’oggetto sconosciuto emana qualcosa di inspiegabile, l’Obeso addirittura «per osservarlo meglio (...) accese una lampada e prese una lente di ingrandimento. Lo esaminò con aria da intenditore. Poi disse “Cinque razioni più tre taniche d'acqua!”. Eravamo senza parole. Già cinque razioni era un prezzo incredibile, ma tre taniche d’acqua! Era enorme». Ma Poubelle non cede, sente che può avere ancora di più, andrà a barattarlo al gran Bazar, i suoi compagni con lui.

E qui il racconto — complici le splendide illustrazioni di Maurizio A.C. Quarello — prende le ali della favola bella. I bambini arrivano in una città ancora d’incanto nonostante le tante mura diroccate, forse Petra, la variopinta, animata da personaggi bizzarri, abitata da persone di ogni età, anche anziani e dove il loro prezioso oggetto subisce peripezie, viene perso, recuperato e di nuovo sottratto da una bambina che scappa via veloce. Si corre fra i bazar della medina, giù per scale tortuose, infine la bimba viene raggiunta proprio mentre «stava passando il nostro oggetto a un uomo barbuto» che però saputo l’accaduto si scusa, restituisce il maltolto e si presenta, si chiama Salomone.

«E almeno lei sa come funzione?» chiede Poubelle. Salomone, lo esamina con cura e poi come se recitasse «Tuttavia d’Artagnan volle prima farsi un’idea della fisionomia dell’impertinente che lo burlava...». Salomone non è un mercante, è un sognatore, colleziona quanti più libri possibile e insegna a leggere a chiunque lo chieda. Poubelle gli lascia il suo libro, possono tornare quando vogliono e impareranno a leggere quello e tutti gli altri.

Calì, con vera sensibilità, non si accomiata in un lieto fine lontano dalla montagna, in un sogno troppo stridente con la tragicità che sappiamo, ma con i protagonisti che ne cercano una più vicina a Salomone, alla sua biblioteca, un primo passo, il più giusto, «per riprendere il corso della vita».

di Nicla Bettazzi