· Città del Vaticano ·

LABORATORIO - DOPO LA PANDEMIA
Due nuovi libri di Edgar Morin, classe 1921

Come progettare a 100 anni
la strada della rigenerazione

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19 gennaio 2021

Tenere uniti il passato e il presente: lo sentiamo ripetere spesso; non è opportuno, anzi, talvolta è veramente pericoloso creare delle cesure tra ieri e oggi, cancellare le lezioni apprese nel tempo trascorso. Ma si è ugualmente consapevoli che non è buona cosa rimanere prigionieri di ricordi e nostalgie, incapaci di guardare il presente facendosi illuminare dal passato. Un significativo esempio di questa fondamentale abilità che permette di vivere l’oggi senza dimenticare lo ieri, e viceversa, ci proviene da Edgar Morin, il notissimo intellettuale francese che proprio di recente ha dato alle stampe due libri sicuramente interessanti. Il primo si intitola Cambiamo strada. Le 15 lezioni del coronavirus (Milano, Raffaello Cortina Editore, pagine 124, euro 11), l’altro ha per titolo I ricordi mi vengono incontro (Milano, Raffaello Cortina Editore, pagine 708, euro 34). Giunto alla soglia dei cento anni — ne ha compiuti 99 esattamente l’8 luglio scorso —, con questo secondo volume Morin consegna al lettore non le classiche “Memorie” che rispondono a un ordine cronologico, ma una ricchissima serie di istantanee che testimoniano la straordinaria varietà degli interessi, delle vicende, delle emozioni, degli incontri vissuti da un uomo che, per sua stessa ammissione, dichiara di poter conferire un significato unico e unificante a questo immenso materiale, ricollegandolo ai celebri interrogativi kantiani “Che cosa posso sapere? Che cosa devo fare? Che cosa posso sperare?”. Innanzitutto le persone: Morin ne ha incontrate tantissime, molte delle quali sono divenute delle vere e proprie celebrità: Julien Benda, Vladimir Jankélévitch, François Mitterrand, Emmanuel Mounier, Jean-Paul Sartre, Roland Barthes, André Breton, Jacques Monod e numerosi altri ancora. Per il Nostro i rapporti umani hanno rivestito sempre una grande importanza; lo testimonia anche il colloquio avuto con Papa Francesco, che lo ha sempre affascinato: «Chi se lo sarebbe aspettato un simile Papa — scrive Morin —, che si rigenera direttamente con il messaggio evangelico, che è uno dei primi a prendere pienamente coscienza delle conseguenze catastrofiche del degrado della biosfera e che porta in sé la coscienza dell’umanità?». Poi ci sono i luoghi; il loro ricordo gioca un ruolo assai rilevante nel racconto moriniano. E l’Italia è in primo piano, con le sue bellezze di ogni genere, amate e indimenticabili, come la città di Genova, che occupa un posto speciale negli occhi e nel cuore di Morin. Giunto al termine della sua lunga narrazione, l’autore propone al lettore alcune riflessioni riassuntive e scrive: «Quando guardo al mio passato mi riconforto ricordando le oasi di vita temporanee, le estasi personali e collettive in cui mi sono ritrovato perdendomi. Quando guardo a un futuro che prenderà forma senza che io possa viverlo, vi vedo incertezza, angoscia, ma anche la preoccupazione di salvaguardare delle isole di resistenza se dovessero nuovamente imporsi le barbarie». Ecco che l’occhio del centenario pieno di ricordi si volge al futuro; ecco che nella sua mente il passato si lega all’oggi e al domani con viva partecipazione e autentica preoccupazione. È in questo contesto che si comprende bene il senso del primo libro, quello che Morin ha dedicato alla pandemia e che, non per caso, si apre con alcuni interrogativi riguardanti il futuro che attende l’umanità all’indomani dell’esplosione della malattia a livello planetario. Morin manifesta molti dubbi, ma anche un certezza: «È tempo di cambiare strada». Ma come sarà possibile realizzare questo decisivo mutamento? Innanzitutto facendo tesoro delle lezioni che il coronavirus ci ha impartito e che, secondo Morin, possono essere sintetizzate in quindici fondamentali insegnamenti riguardanti, fra gli altri, i grandi temi che oggi dominano l’esistenza di ciascuno: tra questi, l’incertezza che sovrasta la vita umana, la morte, la solidarietà, la scienza, la crisi che attanaglia l’Europa e il mondo intero. Da qui derivano pure alcune difficili sfide, che il nostro autore evidenzia con chiarezza e che sono legate alla globalizzazione, all’ecologia, all’economia, alla politica, alla democrazia. Si tratta di questioni enormi, complesse, drammatiche, tali da non far escludere — afferma Morin — che l’umanità si trovi alla vigilia di un «grande processo regressivo». Una speranza c’è, ed quella che il Nostro affida a un «umanesimo rigenerato» che rifiuta la divinizzazione dell’uomo e ne riconosce i limiti costitutivi. Sostiene Morin: «L’uomo è al tempo stesso sapiens e demens, faber e mythologicus, oeconomicus e ludens, in altri termini Homo complexus». E a questo proposito egli cita opportunamente Blaise Pascal, che, con raro acume, seppe descrivere l’ambiguità dell’essere umano e le contraddizioni che abitano nel suo animo. L’uomo non diventerà mai perfetto, «ma possiamo tentare di sviluppare ciò che di meglio c’è in lui, ossia la sua facoltà di essere responsabile e solidale». Questo, tuttavia, potrà avvenire soltanto se ciascuno farà la sua parte. Non basta proclamare buoni principi, è necessario percorrere in prima persona il cammino di rigenerazione: è la raccomandazione che fa Edgar Morin dall’alto dei suoi cent’anni colmi di ricordi che gli vanno incontro.

di Maurizio Schoepflin