· Città del Vaticano ·

Preghiera e Poesia

La lode: teologia
del sostantivo

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18 gennaio 2021

Lo scorso 13 gennaio il Papa ha parlato della preghiera di lode. Esistono diversi tipi di preghiera e questo della lode non è il primo che viene in mente perché si associa prevalentemente il tema della preghiera a quello della richiesta, della supplica. Eppure la lode è un elemento essenziale e molto antico della preghiera e Francesco nella scorsa catechesi del mercoledì, si è soffermato con attenzione a spiegarne la natura e la forza.

Innanzitutto, dice il Papa, chi fa una tale preghiera loda Dio «per quello che è». La preghiera di lode è la preghiera dell’essere. Si potrebbe dire meglio usando un’espressione cara a Francesco: con la preghiera di lode “la cultura dell’aggettivo” lascia il posto alla “teologia del sostantivo”. Non ci si rivolge agli altri, all’Altro, qualificandolo, etichettandolo, un approccio questo che può scivolare facilmente nella strumentalità, ma si esprime la pura gioia del fatto che l’altro esista. Se amare vuol dire “volere che l’altro sia”, la lode è espressione dell’amore più puro, cioè gratuito. La lode ha a che fare quindi con la gioia, ma, avverte il Papa, «paradossalmente deve essere praticata non solo quando la vita ci ricolma di felicità, ma soprattutto nei momenti difficili, nei momenti bui quando il cammino si inerpica in salita. È anche quello il tempo della lode, come Gesù che nel momento buio loda il Padre. Perché impariamo che attraverso quella salita, quel sentiero difficile, quel sentiero faticoso, quei passaggi impegnativi si arriva a vedere un panorama nuovo, un orizzonte più aperto. Lodare è come respirare ossigeno puro: ti purifica l’anima, ti fa guardare lontano, non ti lascia imprigionato nel momento difficile e buio delle difficoltà».

Il Papa, che ha scelto di scrivere un’enciclica intitolandola Laudato si’, cita Gesù nel momento buio della Passione e poi affianca un’altra figura che della lode ha fatto la sua vita, san Francesco d’Assisi che sul finire della vita compone il Cantico delle creature, e, sottolinea il Pontefice, «il Poverello non lo compose in un momento di gioia, di benessere, ma al contrario in mezzo agli stenti. Francesco è ormai quasi cieco, e avverte nel suo animo il peso di una solitudine che mai prima aveva provato: il mondo non è cambiato dall’inizio della sua predicazione, c’è ancora chi si lascia dilaniare da liti, e in più avverte i passi della morte che si fanno più vicini. Potrebbe essere il momento della delusione, di quella delusione estrema e della percezione del proprio fallimento. Ma Francesco in quell’istante di tristezza, in quell’istante buio prega. Come prega? “Laudato si’, mi Signore...”. Prega lodando. Francesco loda Dio per tutto, per tutti i doni del creato, e anche per la morte, che con coraggio chiama “sorella”, “sorella morte”. Questi esempi dei Santi, dei cristiani, anche di Gesù, di lodare Dio nei momenti difficili, ci aprono le porte di una strada molto grande verso il Signore e ci purificano sempre. La lode purifica sempre».

Il celebre Cantico delle creature è notoriamente uno dei primi e più luminosi esempi di lingua e di poesia italiana e rappresenta un “filone” che sin dall’antichità ha sempre attraversato la storia della poesia mondiale. Dai testi biblici, passando per san Francesco fino ai poeti più vicini alla contemporaneità la lode è sempre stata una delle grandi dimensioni della poesia smentendo il luogo comune che vede il poeta esclusivamente come una persona dannata, “maledetta”. Non è così, il buio della vita c’è, come ha spiegato bene il Papa parlando di san Francesco, ma viene come trasformato nel lasciar spazio a un’ispirazione che travolge il poeta e lo rende canale di una voce che non è solo sua, capace di vedere la luce dove sembra ci sia solo oscurità e dolore. Sin dal primo verso del primo poeta della storia occidentale avviene così: Omero non è lui che canta ma “viene cantato” dalla Musa ispiratrice, la Diva che gli permette di cantare i “lutti” e cantandoli di trasformarli restituendogli un senso che altrimenti sarebbe perduto.

Proprio come nella prima scena dell’Iliade oggi gli uomini di tutto il mondo, sono afflitti dagli “infiniti lutti” che questa pandemia ha inferto a una umanità già ferita da tanti mali. Per tutto il 2020 l’attività degli uomini è stata quella di contare i morti, ora in questo nuovo anno che si apre con una luce di speranza in più, è il momento non più di contare ma di raccontare. Se finora la voce che si è sentita è stata quella dura e fredda della scienza e della statistica e la parola ha taciuto a favore del numero e della sua ineluttabilità, ora è il momento della parola, della narrazione, della poesia, questo dono che permette agli uomini di raccontare il male dandogli un senso e, così facendo, di attraversarlo e superarlo.

di Andrea Monda