· Città del Vaticano ·

Viaggio in versi attraverso un continente che non è solo una geografia

Un’Europa di famiglie sole

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
16 gennaio 2021

La Svizzera è sempre stata un osservatorio privilegiato dell’Europa, per storia, geografia e cultura. Posta a margine e al tempo stesso al cuore del continente, Paese di lingue e tradizioni diverse, essa vive, coltiva e rispecchia le tensioni tra mondo nordico e latino, tra prudenze tedesche e aperture mediterranee.

Tali punti di snodo si coagulano spesso in Canton Ticino, ponendosi come minoranza di un Paese confederato e stratificato, dai confini labili e al tempo stesso antichi. È per questo, in primis, che Pietro Montorfani può comporre e licenziare un silloge in lingua italiana che ha tutto il respiro dell’Europa, scrivendo da un’officina letteraria ticinese, ma con sguardi che attraversano i tempi e gli spazi di un continente che è più cultura che geografia. È dunque nel suo essere convintamente europea che la silloge L’ombra del mondo (Torino, Aragno, 2020, pagine 92, euro 12) trova il suo fondamento: europea per vocazione, per scelta e per speranza, la raccolta racchiude 49 liriche, divise in 7 sezioni, ciascuna sosta e movimento in un’Europa di cui si riconosce, primariamente, la crisi, se non l’agonia: «Che agonia questi ultimi / giorni d’Europa, accesi da albe / di destini infranti, / chiusi da sere di notizie / sempre uguali» (testo senza titolo).

Versi profetici che diventano cronaca nello svolgersi degli ultimi anni, già prima della pandemia degli egoismi e delle solidarietà contrapposte, poiché, sappiamo, il piccolo “continente-penisola” da tempo conosce la celebrazione del confine, visto come difesa e protezione, ma anche come simbolo evocativo delle proprie paure: «Ci protegge dall’altro / a giorni alterni, / ci difende dall’oltre / informe» (Confine).

Così Pietro Montorfani percorre terre di antica storia, dalla Russia a Finisterre, indugiando in luoghi cari di cui avverte il fascino ancestrale, come accade a Lascaux: «Europa di foreste e misurate / parole, Europa di famiglie sole / e gruppi sparsi / di cacciatori silenziosi» (Lascaux): parole sobrie che leggono l’uomo della preistoria sullo sfondo dell’oggi: perché chi potrebbe negare che è del xxi secolo l’immagine di una «Europa di famiglie sole / e gruppi sparsi»?

Due sono le grandi lezioni che Montorfani raccoglie nella sua seconda fatica poetica: la prima è quella di Vittorio Sereni, vicino per richiami europei e per affondi intimi; l’altra è quella della poesia civile secondo-novecentesca: non a caso, infatti, in esergo sono posti dei versi di Franco Fortini, che danno anche il titolo alla raccolta: «Se siete giunti al punto della croce / dove son corti i giorni e l’ore brevi / guardate intorno a voi l’ombra del mondo / e la gente che passa e il vostro cuore» (tratti da Al poco lume, laddove, peraltro, il poeta fiorentino echeggiava e omaggiava Dante). Endecasillabi, quelli fortiniani, che intitolano poi quattro delle sette sezioni, segno di un passo a cui l’autore vuole rifarsi, di un’orma che esplicitamente segue. Ma la poesia civile di Montorfani è sempre misurata, secondo la lezione del grande bellinzonese Giorgi Orelli, poiché delinea tanto un itinerario esteriore, quanto interiore: perché Europa è anche cultura da accogliere, tradizione da ammirare per la sua fecondità: «Bach è un ruscello: scorre / da tre ore sopra il palco / la storia che tutti sanno, / suscita nuove vite» (Matthäus-Passion). C’è un compito, ed è quello dell’ereditare, di cui sentirsi degni, di cui sentirsi investiti, soprattutto dove pulsa la nostalgia di un continente e il rammarico di promesse non mantenute: «Non ricordi ma segni / di cose sperate, / visioni violente / di futuro» (Cosa resta).

Nella lettura poetica dell’autore il centro dell’Europa è Berlino, sintesi dei drammi e delle rinascite di un secolo: Berlino è la città – capitale a cui è dedicata un’intera sezione, emblema dell’«Europa tutta intera / sotto una tesa coltre bianca» (Dall’alto). Perché da Berlino la storia è passata, racchiudendo in gorghi di pena intere generazioni: purtroppo, però, la storia può ripetersi nei drammi che negano dignità e memoria: «Pietre d’inciampo, frammenti di muro (Praga, / Cracovia) e questa linea / la sola che segni ciò che fu ghetto / e non è più – abiezione / che ancora perdura, vive / dentro questo tempo / in un altro dove» (Varsavia).

È dunque monito al lettore la poesia di Montorfani, ma anche invito all’immersione nelle proprie dimensioni interiori, perché è lì che possiamo far fronte alla responsabilità dell’esistere: «Troppo presto si muta / in guardie e ladri / il gioco del mondo, / il tratteggio di gesso sottile / in noi e loro» (Troppo presto). Così abbiamo occasione di alzare lo sguardo all’«ombra del mondo», che è tanto ombra della storia, quando ombra delle nostre vite.

Ombre che raffigurano la diserzione dell’umano, quando non “com-patiamo” il male del mondo, sia esso frutto ferito della natura, sia esso – tanto più – esito dell’uomo: «Si scorpora la terra come un mare / che inondi all’improvviso l’Appennino. / Il mare si richiude come terra / su zattere di volti senza vita» (Moti ondosi).

di Sergio Di Benedetto