· Città del Vaticano ·

Kafka e Telemaco fratelli
nel dolore di un’assenza

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16 gennaio 2021

Kafka e Telemaco, due figli a confronto. Due opposti complementari, così lontani ma così vicini. L’eroe di Omero attende il padre che non ha mai conosciuto con lo sguardo rivolto al mare, pieno di fiducia e speranza. Egli invoca Odisseo per liberarlo dai Proci, da un mondo senza legge, responsabilità e memoria, e quindi senza senso. Kafka, nella famosa e incompiuta Lettera a suo padre Hermann, attacca il padre proprio perché lo ha conosciuto. L’autore del Processo lancia un atto di accusa terribile e senza appello, puntando il dito contro tutto quello che il padre, ai suoi occhi, è stato: un’educazione violenta, un modello di vita fatto di convenzioni terrorizzanti, una personalità gelida e arrogante. Telemaco attende il padre perché vuole riabbracciarlo. Kafka lo condanna perché vuole liberarsene.

Come la Metamorfosi, anche la Lettera è la storia di una trasformazione improvvisa e tremenda. È un bilancio freddo e logico, nel quale Kafka si chiede che cosa lo abbia trasformato in quella creatura abominevole che è: un perdente asociale perennemente angosciato dalla vita. Il padre è l’origine di tutti i mali. Hermann Kafka è il cuore di una famiglia disfunzionale, teatro di conflitti senza rimedio. Il patriarca rozzo è un essere pratico e sadico, che non si risparmia mai nell’umiliare e attaccare il figlio Franz, anche nelle minime cose, nei dettagli dei gesti, nelle sfumature degli sguardi. «Dalla tua poltrona dominavi il mondo. Solo il tuo punto di vista era giusto, ogni altro era demenziale, stravagante, folle, anormale». Quella tra il padre e il figlio sembra essere una lotta mortale, come avviene nel racconto La condanna, che è in parte la trasposizione narrativa della Lettera. In questo racconto il giovane commerciante Georg Bendemann ha terminato di scrivere una lettera a un amico d’infanzia, in cui gli comunica il suo futuro matrimonio. Georg va nella buia stanza dove vive il vecchio padre, per dargli notizia di questa comunicazione. Il loro incontro però si trasforma in un processo al termine del quale il padre emette la sua sentenza di condanna: il figlio è un essere diabolico che con il progettato matrimonio ha profanato il ricordo della madre morta, tradito l’amico lontano e tentato di soggiogare il padre. Georg, quasi in trance, si precipita a eseguirla suicidandosi. Non sembra esserci speranza in Kafka: il verdetto — sul padre, sulla famiglia, sul lavoro, sulla realtà stessa — appare inequivocabile.

Eppure, anche in Kafka c’è un Telemaco che attende di ritrovare il padre e punta lo sguardo verso il mare. Anche Telemaco ha sofferto e, forse, condannato il padre per essere stato costretto a vivere lunghi anni di solitudine senza un regno, senza riferimenti né identità. Tuttavia, nel momento in cui si incontrano grazie all’intervento di Atena, Telemaco e Odisseo piangono entrambi di gioia. La stessa gioia di Abramo, che sacrifica l’agnello dopo l’intervento di Dio per impedirgli di sacrificare Isacco. A differenza dell’incontro originario con la madre, quello con il padre è fonte di dolore e violenza. Il padre è la causa di una sofferenza necessaria affinché il figlio possa trovare se stesso e conoscere la complessità del reale e l’ambiguità dei rapporti umani. Ma anche il padre soffre come, e forse di più, del figlio, e in quella sofferenza scopre di essere padre. In Kafka questa comune sofferenza è la condizione della letteratura — la letteratura come risposta all’enigma del padre. E infatti, a differenza della Condanna, la Lettera parla non solo di odio, ma anche di amore, ammirazione e affetto; «tu eri per me la misura di tutte le cose». Consapevolezza che la “colpa” di tante incomprensioni, attacchi, umiliazioni e giudizi è stata di entrambi, entrambi umani e sofferenti. In fin dei conti la Lettera è una confessione, non un processo. Testimonianza incompiuta, privata, di un tempo ritrovato e di un’umanità accettata.

di Luca Possati